La doppia muraglia verde
La Cina è spesso indicata come il principale responsabile dell’inquinamento globale. Le immagini che circolano online – recuperi di rame e metalli preziosi ottenuti bruciando plastiche e rifiuti elettronici – sembrano confermare questa narrazione. Ed è innegabile che una parte dello sviluppo industriale cinese abbia prodotto danni ambientali enormi.
Ma questa è solo metà della storia.
Dal 1978, la Cina porta avanti la più grande operazione di riforestazione e contenimento della desertificazione mai realizzata dall’uomo. Un progetto colossale, durato decenni, che ha trasformato porzioni immense di deserto in una cintura verde continua. Un risultato che, per dimensioni e continuità, non ha equivalenti nel mondo.
All’estremo opposto, l’Africa ha avviato un progetto simile nel Sahel: ambizioso, visionario, ma oggi rallentato da conflitti armati, povertà cronica e finanziamenti incerti.
La doppia Muraglia Verde
La Cina, grande inquinatore e grande riforestatrice. L’Africa tra ambizione ecologica, guerre e scarsità di risorse
La Muraglia Verde cinese: un progetto lungo mezzo secolo
Il Three-North Shelter Forest Program, noto come “Grande Muraglia Verde” cinese, nasce nel 1978 con un obiettivo chiaro: fermare l’avanzata dei deserti del nord (Gobi e Taklamakan) che minacciavano città, terre agricole e infrastrutture.
I numeri del progetto
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Avvio: 1978
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Completamento previsto: 2050
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Area coinvolta: circa 4 milioni di km² nel nord della Cina
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Alberi piantati: oltre 66 miliardi
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Superficie recuperata: circa 500.000 km² (poco meno del doppio dell'Italia)
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Copertura forestale nazionale: dal 10% (1949) a circa 25% oggi
Non si tratta di una semplice piantumazione simbolica, ma di una vera ingegneria del paesaggio su scala continentale.
Le metodologie: perché la Cina ha avuto successo
Il successo cinese non è dovuto solo alla quantità di alberi piantati, ma alle tecniche utilizzate, spesso poco spettacolari ma estremamente efficaci.
1. Le griglie di paglia
Nei terreni sabbiosi, la Cina ha utilizzato reticoli di paglia interrati che:
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bloccano il movimento della sabbia,
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riducono l’erosione eolica,
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trattengono umidità,
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creano le condizioni minime per la rinascita della sostanza organica.
È un metodo semplice, a basso costo, ma decisivo.
2. Specie vegetali adattate
Contrariamente a molte riforestazioni fallimentari, non sono state imposte foreste “estetiche”, ma:
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arbusti resistenti alla siccità,
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alberi autoctoni,
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vegetazione mista per evitare monocolture fragili.
3. Tecnologie moderne
In aree difficilmente accessibili sono stati impiegati:
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droni per la semina,
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monitoraggio satellitare,
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irrigazione mirata solo nelle fasi iniziali.
Il risultato è una cintura verde continua che oggi circonda interamente il deserto del Taklamakan per oltre 3.000 km.
Le ombre del modello cinese
Il progetto non è esente da critiche:
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consumo di risorse idriche profonde,
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fallimenti locali con alberi non adatti,
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rischio di squilibri ecologici in alcune zone.
Ma nel complesso, la Muraglia Verde cinese funziona. E i numeri lo dimostrano.
La Muraglia Verde africana: un sogno fragile
Nel 2007, l’Unione Africana lancia la Great Green Wall for the Sahara and the Sahel Initiative.
Obiettivi dichiarati
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Riforestare una fascia lunga 8.000 km dal Senegal al Gibuti
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Recuperare 100 milioni di ettari di terre degradate
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Creare occupazione, sicurezza alimentare e stabilità climatica
Risultati reali
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Superficie recuperata: circa 30 milioni di ettari (≈30% dell’obiettivo)
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Avanzamenti significativi soprattutto nell’Africa orientale
Perché il progetto africano rallenta
1. Guerre e terrorismo
In vaste aree del Sahel operano gruppi armati come Boko Haram e milizie jihadiste. Campi riforestati vengono abbandonati, comunità costrette a fuggire, tecnici impossibilitati a lavorare.
2. Povertà strutturale
Dove la sopravvivenza è quotidiana:
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gli alberi diventano combustibile,
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il pascolo distrugge le giovani piantagioni,
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la tutela ambientale passa in secondo piano.
3. Finanziamenti incerti
Oltre 20 miliardi di dollari sono stati promessi, ma solo una parte arriva realmente sul terreno.
Il ruolo della Cina in Africa
La Cina non è un finanziatore strutturale ufficiale della Muraglia Verde africana. Tuttavia:
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esporta know-how agricolo,
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fornisce tecnologie e consulenze,
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sostiene progetti bilaterali in paesi chiave.
Più che i fondi, la Cina esporta il metodo.
Tabella comparativa
| Parametro | Cina | Africa |
|---|---|---|
| Avvio | 1978 | 2007 |
| Area | 4.000.000 km² | Fascia 8.000 km |
| Alberi piantati | ≈66 miliardi | ≈10–15 miliardi |
| Superficie recuperata | ≈500.000 km² | ≈300.000 km² |
| Stato | Largamente riuscito | Parziale |
Conclusione
La Cina dimostra che anche un grande inquinatore può invertire la rotta, se dispone di stabilità politica, continuità e potere esecutivo.
L’Africa dimostra invece che senza pace, sicurezza e risorse, nemmeno la migliore idea ecologica può sopravvivere.
La Muraglia Verde non è solo una questione ambientale: è uno specchio impietoso delle disuguaglianze geopolitiche del pianeta.
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