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La Hard Brexit serve la Singapore sul Tamigi?

Il candidato principale alla leadership del partito Conservatore britannico, Boris Johnson, pare voler proseguire nella strada di lanciare proclami senza senso ed attendere di essere sconfessato dalla realtà. 

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Dopo la fiaba dei 350 milioni di sterline a settimana da “riportare a casa” da Bruxelles, ora il front runner dei Tories, in attesa che i 160 mila iscritti al partito lo incoronino leader e di conseguenza primo ministro, si diletta con proclami di uscita “no-deal” che produrrebbero il migliore dei mondi possibili, per i britannici. Che noia, che barba.

L’ultima di BoJo è stata l’affermazione che il 31 ottobre il Regno Unito può uscire dalla Ue e tenersi lo status quo secondo l’articolo 24 del GATT, il General Agreement on Trade and Tariffs, il trattato alla base dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), che prevede che due paesi mantengano relazioni commerciali privilegiate mentre negoziano la finalizzazione ed implementazione di un trattato di libero scambio.

Secondo Johnson, almeno a giudicare dalle sue parole dei giorni scorsi, il Regno Unito potrebbe uscire dalla Ue il 31 ottobre e proseguire come se niente fosse con lo status quo, in attesa di un trattato commerciale da negoziare con la Ue. Peccato che un simile articolo possa essere attivato solo con accordo di entrambe le parti, oltre che degli altri paesi e della stessa WTO, e che si tratti di un evidente puntello in attesa di mettere l’inchiostro ad un trattato.

Di certo, non può essere invocato unilateralmente nel momento in cui il Regno Unito esce dalla Ue avendo rigettato il trattato di uscita concordato tra l’Unione ed il governo May. Peraltro, il GATT 24 copre solo le merci e non i servizi.

Oggi Johnson ha ammesso che per ballare il tango bisogna essere in due, ma ha suggerito che l’Unione potrebbe accettare il GATT 24. Se le cose andassero così, e fermo restando che sui servizi si applicherebbero subito le pesanti tariffe doganali WTO, Johnson potrebbe andare in giro a vantarsi di aver portato il Regno Unito fuori dalla Ue senza danni. Improbabile, per usare un eufemismo.

Tralasciamo minacce come quella di non pagare il contributo d’uscita sin quando il Regno Unito non otterrebbe il trattato commerciale che desidera: questa ricorda molto una salvinata contro la Ue, e farà la stessa fine. Ma al dunque vediamo che siamo sempre al punto di partenza, ed ormai sono tre anni dal celebre referendum che tanti sfinteri fece gioiosamente rilassare anche qui in Italia.

Nel frattempo, Johnson ed il suo concorrente alla leadership conservatrice, Jeremy Hunt, stanno rivitalizzando l’idea di fare del Regno Unito la “Singapore d’Europa” in caso di Hard Brexit, cioè di abbattere le imposte su imprese e persone, oltre a tagliare regolamentazione e tariffe, per attrarre capitali da ogni dove. Durante il weekend i due si sono sbizzarriti con le proposte, come quella di eguagliare immediatamente l’aliquota d’imposta sulle società a quella irlandese (quindi al 12,5%), oltre a promettere altri sconti fiscali.

Interessante il fatto che il cartellino del prezzo delle proposte non sia particolarmente elevato, oscillando tra i 10 ed i 13 miliardi di sterline, secondo alcune stime. Praticamente quanto quel sarchiapone di flat tax monca che Salvini vorrebbe introdurre da noi. Ma non scordiamo che meno tasse significherebbe meno servizi, e l’elettorato britannico non pare essere molto ricettivo, da questo versante. Ricordando anche una delle verosimili concause della Brexit. Schizofrenia? Può essere, ma pare che la schizofrenia sia un sottoprodotto della democrazia, dopo tutto.

 

Non sappiamo se questo fantomatico “Project After” britannico vedrà mai la luce. Io vorrei vederlo attuato, però, perché vorrebbe dire che i nostri eroi sono finalmente giunti all’uscita dura e pura (“clean break, clean slate”), cioè debbono mettersi in gioco partendo da un foglio completamente bianco, e nel contesto globale attuale ciò può essere tentato solo diventando uno stato fortemente deregolamentato ed aggressivamente attrattivo sul piano fiscale. Che il Regno Unito abbia il fisico necessario a portare avanti questo progetto, spingendosi a fare a sportellate con una Ue che non accetterebbe ruling fiscali ad aziendam, è tutt’altro discorso.

Vedremo. Per ora constatiamo che Johnson lancia grandi proclami e poi li ridimensiona come un Giggino o un Salvini qualsiasi, e nel frattempo il parlamento britannico resta ben piantato in mezzo alla via, con la sua maggioranza che si oppone all’uscita no-deal. Tutto molto interessante: sono tre anni che ci stiamo appassionando a questo serial, che negli ultimi tempi dava evidenti segni di logoramento, con la povera Theresa Maybot impegnata a perseverare in senso psichiatrico sulle sue linee rosse sempre più stinte e a giocare coi suoi significant votes, che di significant alla fine hanno avuto assai poco.

Il prossimo premier britannico potrà uscire dalla Ue il 31 ottobre senza accordo solo sospendendo il parlamento, cioè impedendogli di impedire il no-deal. E anche qui, mettetevi comodi. Io resto ancor più della mia idea: Hard Brexit e ci aggiungo la Singapore sul Tamigi, perché mi sono convinto che la seconda è complementare e funzionale alla prima. Perché questo vuole la Realtà, di cui sono fedele adepto, dopo tre anni di finzioni ed ipocrisie. In attesa di scoprire se BoJo è un altro clown arancione sulla scena mondiale, solo infinitamente meno potente.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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