L’inverno demografico e il gigante egoista
Il nostro Paese è un gigante (un grande e prospero Paese), ma un gigante egoista. Egoista lo è non nel senso che pare come ripiegato su se stesso, sulle proprie necessità e sui propri problemi, ma nel senso che è irretito in schemi culturali, sociali, e ideologici, che gli precludono ogni apertura e novità. Per questo stesso motivo è anche senescente in un’accezione che non allude solo alla piramide per età sbilanciata verso le classi anziane, ma proprio dentro, alle radici della gioia di vivere e della speranza.
Così, esso somiglia al gigante della nota fiaba di Oscar Wilde, la quale racconta che c’era una volta un giardino pieno di alberi e fiori dove i bambini potevano giocare. Ma il giardino era di un gigante che un giorno, vedendo tutti quei bambini, li cacciò via e decise di costruire un muro su cui affisse un gran cartello con scritto “VIETATO ENTRARE”. Lo fece perché credeva che d’allora in poi avrebbe potuto goderne in santa pace, senza schiamazzi, senza rumori e fastidi, tutto da solo. Ma la fiaba ci avverte pure che da quel giorno fu inverno, un inverno che sembrò non passare più, un inverno dell’anima, senza tenerezza, senza coccole, senza amabilità. E l’isolamento si mutò in desolazione.
Ma che significa tutto questo al di là della metafora?
Significa che quanto oggi verifichiamo nelle culle vuote o nei cortili deserti di ragazzini dai calzoncini corti che rincorrono un pallone è piuttosto il portato di una lenta erosione di modelli esemplari aperti alla vita, nonché dell’incrinatura di relazioni fondamentali, come quella familiare o, ancora più, come quella madre-figlio.
Se si batte questa via ermeneutica ci si accorge, infatti, che la famiglia è stata minata innanzitutto culturalmente per il suo carattere di unità inclusiva, laddove i legami sono frutto di coesione, non di coercizione, e che si è esaltato piuttosto l’individuo con la sua esclusivistica autodeterminazione. Essa avrebbe dovuto portare, nella mente dei suoi sostenitori, all’emancipazione affettiva da tutti i vincoli e i legami.
Ma alla fine di questa deriva individualista si è perso di vista che la persona è più dell’individuo, nella misura in cui è rivolta all’essere dell’altro in una relazione che rompe ogni solitudine antropologica ed ontologica. E questo si verifica fin dal grembo materno nella misura in cui l’essere autonomo ed individuale della madre non preclude alla persona del nascituro, sicché la sua libertà si completa nella forma più elevata di relazione: l’amore di dedizione.
Per questo stesso motivo, è stato sdoganato valorialmente l’aborto e a milioni di concepiti si è detto: “VIETATO ENTRARE”, talché un’ingiustizia intollerabile si è insediata nelle coscienze. Essa è quella per cui la nostra democrazia, figlia della civiltà liquida, non ha saputo proteggere i suoi figli più indifesi e più inermi, comportandosi come un moderno Erode che fa strage di innocenti.
P. S. L’autore dell’articolo non ignora le cause sociali ed economiche che scoraggiano, ostacolano o, addirittura, impediscono la natalità in Italia, come in altri Paesi, e cioè: la precarietà del lavoro e dei salari, il costo della vita, il divario retributivo tra il salario medio degli uomini e delle donne, la difficoltà di conciliare maternità e lavoro, la mancanza di servizi per l’infanzia, ma è convinto che la favola riesca a cogliere i significati più riposti e profondi, arrivando laddove la trattazione per concetti si arresta.
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