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L’Aquila: minacce all’avvocatessa che difende le donne

“Guardati le spalle, non sei più al sicuro”. Con queste parole cercano di fermare l’attività contro la violenza femminile di Simona Giannangeli. La risposta? ‘Vado avanti, non ho paura’.
 

La ragazza pakistana con il velo avrà sì e no 12 anni. La intervista una giornalista di Rainews. È stata vittima di aggressione da parte di uomini che non volevano andasse a scuola. Non è degno, per una ragazza pakistana avere una cultura, saper usare il web e i social forum, autodeterminare la propria vita. Adesso, con la bocca storta e il viso non più lineare come prima a causa dell’aggressione, dice: "Voglio impegnarmi perché le giovani donne del mio Paese possano andare a scuola. Sogno la libertà di decidere della nostra vita". Che differenza c’è tra quell’aggressione – in questo caso fisica – e quella che ha ricevuto “l’avvocata” (come le piace farsi definire) aquilana Simona Giannangeli, raggiunta, venerdì 1° febbraio, da una minaccia scritta su un biglietto? Nessuna differenza. “Ti passerà la voglia di difendere le donne. Stai attenta e guardati sempre le spalle, da questo momento la città non è più sicura per te e per le donne che difendi”.

Questo riporta scritto il biglietto che la Giannangeli si è trovata incastrato nel tergicristallo del parabrezza della sua auto, sotto lo studio in cui lavora, vicino a casa sua. Simona è conosciuta per la sua attività energica in difesa delle donne vittime di violenze e stalking. Ed è, infatti, amministratore legale del Centro Antiviolenza femminile della Biblioteca delle Donne "Meleusine" dell'Aquila. È anche parte civile nel processo per lo stupro di una studentessa avvenuto un anno fa nel piazzale della discoteca Guernica del Comune di Pizzoli, che si è chiuso giovedì scorso con la condanna a 8 anni dell’ex militare Francesco Tuccia. Esattamente il giorno prima di ricevere il biglietto di minacce. Il deturpamento di un volto e la minaccia all’avvocato delle donne sono la stesso vigliacco frutto «della cultura che vede le donne succubi del potere fisico e psicologico che gli uomini esercitano su di loro».

La Giannangeli risponde al telefono da un ristorante. Non ha interrotto le sue abitudini di vita. Non si sente impaurita. «Arrabbiata sì, e tanto», dice però al telefono. E si capisce perché: l’avvocato che difende le donne da atti di prevaricazione non può sentirsi vittima, reagisce. La libertà di determinare la propria vita passa anche attraverso l’atteggiamento che si adotta di fronte a chi intende “metterci sotto”.

"Sono tranquilla, ma profondamente arrabbiata – racconta – sono gesti che non tollero per le altre, figuriamoci per me", commenta, anche se confessa che, inizialmente, non aveva intenzione di denunciare la minaccia. "Avevo sottovalutato il fatto, perché era stata una giornata molto pesante e volevo andare a riposare. Ho visto questo biglietto ripiegato sul parabrezza e pensavo fosse un depliant pubblicitario. Lo stavo per gettare. Invece l’ho aperto, era un foglio bianco con queste tre righe scritte sopra, farcite di una serie di insulti, i soliti che si rivolgono alle donne. L’ho letto e poi non ci ho pensato più di tanto". È nei giorni seguenti che, a mente fresca, si è resa conto che una “risposta” bisognava darla all’autore di quel gesto. Così è partita la denuncia contro ignoti alla questura dell’Aquila, alla quale ha consegnato anche il foglio originale contenente le minacce. Ora saranno avviate le indagini. E partirà la “macchina” per individuare il responsabile.

"Le tre righe contenevano minacce esplicite alla mia attività di avvocato delle donne" aggiunge Simona, mentre dietro di lei amiche e amici la reclamano per terminare la cena. "La violenza si replica dentro dinamiche ben chiare. Ho sentito il diritto/dovere di denunciare e rendere pubblico questo episodio, in nome della lotta e del contrasto alla violenza di genere che si va a perpetuare dove le donne sono vista come persone da controllare e possedere".

"Così, due giorni dopo ho sentito che era il tempo di assumere questa decisione. Non ho mai avuto la presunzione che a me non potesse accadere quello che è successo ad altre donne. Tutte le donne hanno vissuto nella loro vita una piccola o grande violenza da parte di un uomo, fisica o psicologica".

Non ci sono alibi per questo gesto e per le altre violenze che avvengono verso le donne. Non è mica un terremoto a cambiare la natura delle persone e dei luoghi, dice la Giannangeli. Ed è raro sentire, dal post-sisma a oggi, che una qualche “stortura” della comunità aquilana, non sia dovuta al sisma, diventato nel tempo la giustificazione di tutti i mali materiali e immateriali.

"Però mi sono fatta tante domande – aggiunge Simona – adesso ho voglia di guardare in faccia quest’uomo che si è sentito così libero di arrivare fin dove abito e lavoro a mettere quel biglietto. Ho provato a chiedermi chi potesse essere. Non ho nessun elemento per pensare che si tratti di qualcuno coinvolto nel processo Tuccia, o qualche marito o ex marito di donne che sto assistendo. Tante cose intorno a me mi fanno pensare, ma non azzardo ipotesi".

"Credo che L’Aquila sia oggi uno dei tanti territori in cui si consumano violenze sulle donne – insiste la Giannangeli – delle quali si parla più di prima». Simona spiega che «non sono aumentati i casi di violenze o atti di prevaricazione, semplicemente se ne parla, si denunciano questi atti, le donne si ribellano".

"Le violenze sulle donne non sono un’emergenza – aggiunge Simona – ma i numeri reali dicono di una violenza costante. Un’abitudine, frutto di una cultura antifemminista, che stabilisce relazione impari tra i generi, dove il potere maschile si riverbera sul corpo e la psicologia delle donne per fermarne l’emancipazione". Tantissimi gli attestati di solidarietà giunti alla Giannangeli da rappresentanti politici e delle istituzioni. Ma il calore più forte è arrivato dalle donne che lavorano con lei al Centro antiviolenza e di quelle che sta seguendo. "Sono state soprattutto le loro parole che mi hanno restituito il senso complessivo di tutto quello che sto facendo. E adesso sono ancora più convinta di prima che sto andando nella giusta direzione". Da domani, allora, si ricomincia in tribunale. Come tutti i giorni.

di Marianna Gianforte

 

Questo articolo è stato pubblicato qui

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