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Julian Lage incanta Tokyo

Il chitarrista californiano ha terminato in Giappone un tour iniziato negli USA per festeggiare il decimo anniversario dell’uscita del disco World’s Fair

Un concerto gradevole, anche se col passar del tempo è subentrata un po’ di noia, a causa del tipo di canzoni, molto leggere e sempre sulla stessa linea costruttiva.

Comunque Julian Lage è un chitarrista tecnicamente molto bravo, che spesso, mentre suona, assume delle espressioni a commento della musica che sta affiorando dallo strumento.

A soli 38 anni, compiuti il giorno di Natale – nello stesso giorno, ma tanti anni prima, è nata anche Simone Bittercourt De Oliveira, grande cantante brasiliana – dimostra padronanza sul palco e una facilità di dialogo con il pubblico, colorito dalle consuete espressioni estatiche nel dichiarare la bellezza del luogo dove si sta esibendo.

Il disco festeggiato è uscito il 2 marzo 2015. E’ stato registrato con una chitarra acustica steel string (a corde metalliche) Martin 000-18 del 1939. Dei 12 pezzi in esso contenuti alla Sumida Triphony Hall di Tokyo, dove ho ascoltato il concerto, Lage ne ha eseguiti la metà a partire dai primi tre.

Ryland ha l’andamento di un blues lento. L’acustica è ottima anche se, almeno per le prime file dov’ero seduto, il volume è leggermente alto ; 40’s è una classica ballata dallo stile Country e sembra raccontare qualcosa della vita di tutti i giorni ; Day and Age ha nel profondo uno Swing ballabile. Lage assume spesso delle espressioni sognanti. É una graziosa canzoncina, ma ci vorrebbe qualcosa di più appassionante per riscaldare la serata.

Emily è il primo di quattro brani in scaletta a non essere originale. L’autore è Johnny Mandel (1925 – 2020), che tra i tanti titoli legati a film compose The Shadow of your Smile, conosciuta anche come “Love Theme from the Sandpiper”, un film che in italiano si intitola “Castelli di sabbia”. Il regista è Vincente Minnelli, mentre la coppia protagonista, anche nella vita, è Richard Burton-Liz Taylor. L’autore del testo è Francis Webster. In questo caso ascoltiamo un delicato, romantico ¾, che riesce ad evitare pericolosi mielismi.

Etude, di breve durata, è incentrato su un susseguirsi di scale, forse utile all’allenamento di un chitarrista.

Partono quindi due canzoni dedicate alla location che più amo. La prima è Auditorium, abbastanza interessante per un ritmo sotterraneo tenuto sotto controllo, una dinamica ben dominata di piano e forte e una serie di domande e risposte nel corso dell’assolo ; la seconda, Japan, presente in “World’s Fair”, è nuovamente una ballata, che scivola via scandendo il ritmo di un treno in movimento ; Double Southpaw, con frequenti giri di accordi che ruotano ritmicamente, rievoca atmosfere spagnoleggianti tra il bolero e il flamenco.

E’il momento di uno standard, di Richard Rodgers, in questo caso, Where or When, presente nel disco festeggiato. E’ un suadente Swing, di breve durata e di facile acchito ; una breve e toccante ballad è Solid Air ; attacca con grinta Omission, almeno nell’accompagnamento, mentre a poco a poco emerge un tema melodico dedicato a Richie Havens (1941 – 2013), cantante e chitarrista diventato famoso per aver partecipato al festival di Woodstock (1969) e a John Morgan (1995), giovane cantante, chitarrista e compositore di musica Country.

Arriva il terzo brano non suo, un omaggio al grande Ornette Coleman, mediante la versione acustica di Chanting, una ballad malinconica, tratta da “Virgin Beauty”(1988), eseguita a basso volume e con pause di silenzio e momenti che la avvicinano a certe melodie di Astor Piazzolla.

E’ giunto il finale, Gardens, sesto e ultimo brano contenuto nel disco celebrato. E’ una ballata che ha un accompagnamento simile alle musiche che sottolineano le lunghe cavalcate nei film western.

Ma ci si può congedare così da un pubblico educato e rispettoso – anche se ho notato alcuni volti cadenti immersi in un sonno profondo – alzatosi in piede ad applaudire ? Senz’altro no, e allora, dopo alcuni va e vieni, Lage esegue il quarto brano non suo : I’ll be seeing you, una canzone del 1938 di Sammy Fain, mentre il testo è di Irving Kahal. E’ uno Swing che scorre con fluidità e perde quell’eccesso di romanticismo dovuto anche a un testo nostalgico, questa volta grazie a una calzante improvvisazione di Lage. La canzone fu inserita nel Musical di Broadway Right this Way, che però chiuse dopo quindici rappresentazioni. Fu ripescata nel film omonimo (1944), diretto da William Dieterle, che scelse il titolo perché ispirato dalla canzone. Forse, tra le molte versioni esistenti, la più intensa rimane quella di Billie Holiday, che la incise nel 1944, mentre l’interprete nei titoli di testa della pellicola è Jo Stafford.

Note di cronaca finali. A mano a mano che il pubblico entrava nella Hall, a partire da un’ora dall’inizio – puntualissimo come quasi sempre succede in Giappone – in molti, armati di Smartphone e Ipad, si dirigevano verso il palco per immortalare un comune tappeto persiano, sopra il quale c’era una sedia con la chitarra, pronta ad essere imbracciata dal musicista. Il secondo oggetto che li stimolava era un grande organo a canne sullo sfondo, non particolarmente attraente.

Detto questo, non mi resta che fare i complimenti alla grande sala, suddivisa in platea e galleria a due piani, con la convinzione che, lasciando ovviamente da parte le differenti distanze, qualsiasi spettatore abbia potuto apprezzare la pulizia e la nitidezza del suono della chitarra.

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