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Iran, otto ambientalisti rischiano condanne per false accuse di spionaggio

In Iran, otto ambientalisti, accusati di spionaggio solo per aver usato telecamere per osservare specie in pericolo, rischiano il carcere e persino la pena di morte, al termine di un processo irregolare. Il verdetto è atteso nei prossimi giorni.

Gli otto scienziati, che hanno rapporti con la sezione persiana del Fondo per la protezione del patrimonio naturale, sono stati arrestati tra il 24 e il 25 gennaio del 2018 mentre stavano svolgendo ricerche su alcune specie animali in pericolo in Iran, tra cui la scimmia asiatica e il leopardo persiano.

Un nono scienziato arrestato con loro, Kavous Seyed-Emami, di passaporto iraniano e canadese, è morto in circostanze sospette nella prigione di Evin due settimane dopo. Le autorità hanno dichiarato che si è trattato di un suicidio e hanno restituito la salma ai familiari solo a condizione che la seppellissero rapidamente, senza far effettuare un’autopsia indipendente.

Le autorità giudiziarie hanno accusato gli otto ambientalisti di aver usato progetti a carattere scientifico e ambientalista come copertura per raccogliere informazioni militari segrete.

Vi sono tuttavia prove che, durante un lungo periodo di isolamento nella sezione 2-A di Evin, controllata dalle Guardie rivoluzionarie, siano stati torturati per farli “confessare”: durante una delle rare visite familiari, alcuni di loro si sono presentati coi denti rotti e hanno mostrato ecchimosi sul corpo. Sulle loro denunce non è mai stata aperta alcuna indagine.

L’incriminazione è arrivata nell’ottobre 2018: quatto degli arrestati (Niloufar Bayani, Houman Jowkar, Morad Tahbaz e Taher Ghadirian) sono stati accusati di “corruzione sulla Terra”, reato particolarmente grave contro l’integrità fisica delle persone o contro la sicurezza o gli interessi della nazione per il quale è prevista la pena di morte; altri tre (Amirhossein Khaleghi, Sepideh Kashani e Abdolreza Kouhpayeh) di spionaggio, per cui rischiano fino a 10 anni di carcere; e infine Sam Rajabi di “collaborazione con stati ostili contro la Repubblica islamica” e “collusione per commettere reati contro la sicurezza nazionale”, reati per i quali potrebbe essere condannato a 11 anni.

Il processo a porte chiuse, affrontato senza avvocati di propria scelta, è iniziato presso la Sezione 28 del Tribunale rivoluzionario di Teheran il 30 gennaio 2019.

In una delle udienze, Niloufar Bayani ha ritrattato la “confessione” sostenendo di essere stata costretta a farla dopo che era stata fiaccata dalle torture fisiche e psicologiche: le è stato detto che le avrebbero somministrato droghe, che le avrebbero scarnificato le unghie e che avrebbero arrestato i suoi genitori. Una volta, coloro che la stavano interrogando le hanno mostrato una foto della salma di Kavous Seyed-Emami, facendole credere che avrebbe fatto la stessa fine. Espulsa dall’aula, non ha potuto essere presente alle ultime tre udienze.

La vicenda degli otto ambientalisti è talmente assurda che persino i ministri dell’Intelligence, dell’Interno e della Giustizia hanno dichiarato che non esistono prove che essi siano delle spie. Funzionari del ministero dell’Ambiente hanno chiesto la loro scarcerazione.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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