Il fascino della danza a Venezia
Ancora un successo di pubblico per il Festival Internazionale della Biennale Danza.
Uno sguardo ad alcuni spettacoli.
Il titolo scelto per la 20-esima edizione del Festival, Time does not exist, “il tempo non esiste”, è così spiegato dal Direttore artistico Wayne McGregor :
“Anzichè considerare il tempo come lineare, il titolo parte dall’idea che il tempo non sia una cosa fissa, ma possa esser visto come non lineare, dove passato e presente si intrecciano e gli eventi esistono in uno stato di probabilità, piuttosto che in sequenze fisse “.
Terrain, andato in scena al Teatro Malibran, è la coreografia di una compagnia aborigena australiana, cui per la prima volta è stato assegnato il Leone d’oro, nel senso che di solito il premio veniva attribuito al singolo artista (dalla motivazione, la Compagnia continua la missione di promuovere consapevolezza e valorizzazione delle culture indigene).
Si tratta di un’opera pluripremiata di Bangarra Dance Theatre (Bangarra, nella lingua delle First Nations, “Prime Nazioni” significa “accendere il fuoco”), che in 60 minuti esplora il rapporto tra le popolazioni aborigene e delle isole dello stretto di Torres e Country (territorio ancestrale), un ricco continuum culturale che si estende attraverso le generazioni, percorrendo 65 mila anni di civiltà.
Durante l’emozionante incontro legato alla cerimonia di premiazione, la coreografa Frances Rings – discendente dalla tribù Mirning, uno degli antichi popoli sopravvissuti sulla costa ovest dell’Australia meridionale e subentrata nel 2023 come direttrice artistica a Stephen Page, il quale guidò la Compagnia, fondata nel 1989, dal 1991 al 2022 – ha spiegato che Terrain è ispirato all’eterna bellezza del più grande lago salato australiano, Kati Thanda – Lago Eyre.
Suddiviso in 9 quadri, evoca il potere del corpo e della terra, che convergono per infondere spirito al luogo. Si osservano le acque salire e scendere, mentre Bangarra si riconnette con l’energia della Terra, sfruttata a fini speculativi, e con lo spirito combattivo, inesausto e resistente delle persone – sopravvissute a colonizzazione, genocidio, malattie e sfollamento (236 anni fa i Britannici hanno lasciato ferite indelebili nella nostra comunità) – che si prendono cura del suo futuro.
A sottolineare il rispetto e la serietà nella creazione e produzione di ogni spettacolo, Frances ha spiegato che prima andiamo dagli anziani a chiedere il permesso di raccontare le storie, spiegando perché le cose vanno raccontate. E’ un “ciclo di vita della creazione culturale”, che necessita di tre, quattro anni per completarsi.
18 danzatori in scena, duttili e vitalissimi – attraverso la loro perizia tecnica e il fascino delle scenografie e dei costumi – hanno lasciato a bocca aperta il numeroso pubblico, rimasto incantato dalla bellezza e dalla genuinità sincera dei protagonisti.
Resta da dire che il consulente culturale e Anziano aborigeno Reginaldo Dodd ha condiviso con Bangarra la sua conoscenza sulla cura della Terra, delle acque e delle preziose risorse culturali della regione.
La colonna sonora originale è stata composta dal compianto David Page, fratello di Stephen, al quale Terrain intende rendere omaggio : la sua musica continua a pulsare all’interno della storia di Bangarra.
La coreografa e regista Elle Sofe Sara – nata nel 1984 nel Finnmark, la regione più settentrionale della Norvegia, a Kautokeino, una città di tremila abitanti, in cui l’attività principale è l’allevamento delle renne - appartiene alla cultura Sami, cultura indigena delle zone settentrionali delle nazioni oggi conosciute come Svezia, Norvegia e Finlandia ; e dell’Oblast (governatorato) di Murmansk in Russia.
Dalla collaborazione da una parte tra il Norwegian National Ballet e The Sami National Theatre Beaivvas ; dall’altra tra Elle Sofe Sara e la coreografa islandese Hilin Hjalmarsdottir, è nato un lavoro bello e inquietante, Lahppon/Lost : sul palco 19 dei 70 ballerini del corpo di ballo del Teatro dell’opera di Oslo.
Immagini intense raccontano una storia violentemente fisica, rievocando un episodio specifico e cruciale nella storia Sami, la rivolta di Kautokeino del 1852, contro le autorità norvegesi e le pratiche di assimilazione forzata per riflettere sui meccanismi umani della paura, dell’ingiustizia, della speranza. L’insurrezione, politica e religiosa, segnò un punto di svolta, dopo anni di conflitto tra il popolo Sami e le autorità. Durante le ricerche per la produzione Elle Sofe Sora ha scoperto che sei dei suoi parenti avevano partecipato alla rivolta. Questo le ha offerto una nuova prospettiva su quello che viene descritto come l’evento più violento nella storia dei Sami.
Insieme alla coreografa islandese, Elle Sofe Sara ha esaminato la ribellione dalla prospettiva globale attuale, riflettendo sulle ricorrenti strutture di ingiustizia. Le questioni di squilibrio di potere, sfruttamento e resistenza restano urgenti, poiché la storia continua a riecheggiare nel presente.
Lahppon affronta tali problematiche mediante la danza e lo Joik, il canto tradizionale attraverso il quale si tramandano storia e culture di un popolo. Risuona il canto di un interprete eccezionale, Lavre Johan Eira, accanto a quello dell’esperta Sara Marielle Gaup Beaska (1983).
La musica è stata scritta dal produttore e musicista islandese Valgeir Sigurosson – noto soprattutto per la sua collaborazione con Bjork fino al 2006 – che ha pensato di unire ai Joik tradizionali nuove composizioni, mescolando strumentazione elettronica e classica, insieme al coro Vokal Nord.
Il Joik penetra nell’animo con una sensazione di potenza e freschezza e fa pensare, in certi frammenti, al canto difonico, o degli armonici, tipico della repubblica di Tuva, ma riscontrabile in altri luoghi quale la Mongolia, la regione dell’Altai e tra i monaci tibetani.
Successo meritato in un Teatro alle Tese pieno di pubblico, attento e partecipe, attratto dalle scene e dai costumi di Henrik Vibskov.
Biennale College è nato per mettere in contatto giovani talenti con opportunità di apprendimento, formazione, tutoraggio e creatività senza pari.
Per questa edizione sono stati selezionati 16 giovani danzatori provenienti da tutto il mondo – Italia, Gran Bretagna, Cile, Cina, USA, Francia, Spagna, Thailandia – di età compresa tra i 20 e i 27 anni. In residenza a Venezia da maggio, hanno seguito un programma teorico-pratico, che prevedeva classi quotidiane, studio del repertorio e nuove creazioni con i grandi maestri della danza.

Wayne McGregor ha commissionato due nuove opere sotto la direzione di due importanti figure della danza degli ultimi due secoli, fucine d’immaginazione, esperienza e innovazione : Maxine Doyle e Molissa Fenley.
Maxine Doyle (1970), coreografa e regista indipendente britannica, residente a Londra, ha firmato Hybris (in inglese “Hubris), un lemma che nella antica mitologia greca indica un eccesso di orgoglio, arroganza o presunzione, quando l’essere umano sfida gli dei o contravviene all’ordine naturale. Ai giorni nostri, Hybris può manifestarsi nella ricerca di controllo, terra, ricchezza, dominio.

L’azione si svolge in un paesaggio spoglio fatto di tavole bianche, in cui siedono strani personaggi. Le tavole evocano aule scolastiche, posti di blocco alle frontiere, sovrabbondanti sale da banchetto, territori contesi e fragili, piccole imbarcazioni alla deriva. La scenografia e la coreografia trasformano queste semplici tavole in territori e imbarcazioni, spazi tentacolari o zattere alla deriva in mare aperto. Il palcoscenico è al contempo continente e crocevia, dove il potere è esercitato, diviso e infine annullato. Un disegno di luci poetico dipinge lo spazio con precisione e intensità, proiettando lunghe ombre che amplificano i gesti degli interpreti, abili nei mutamenti di espressione del volto e nel sincronismo di stop e movimenti imprevedibili.
Quaranta minuti nervosi, sottolineati da composizioni originali di Rachael Dease, alternate a brani famosi, come ad esempio Conrapunctus II, dall’Arte della Fuga di J.S.Bach, nella versione di Jeff Mills & Kronos Quartet.

Il secondo lavoro, On Tenderness, Sulla tenerezza, è stato firmato da Molissa Fenley (Las Vegas, 1954), cresciuta tra la Nigeria e la Spagna, prima di ritornare negli States, che è diventata una delle figure più influenti e rappresentative della danza postmoderna.
Secondo l’autrice, il lavoro riflette sul contemporaneo in un tempo in cui c’è un’enorme divisione tra le persone, per cui c’è bisogno di molta tenerezza.
E’ un’opera che parla di amore e di affetto, calma e pace. Si articola in sette segmenti e trae ispirazione da molteplici fonti, dall’arte figurativa – i soffitti di Palazzo Grimani a Venezia ; gli ignudi di Michelangelo nella Cappella Sistina ; gli affreschi etruschi di Tarquinia ; i dipinti di Henri Matisse e William Blake – all’idea del tempo geologico, per cui la natura si dispiega nel corso della storia della Terra.
I ballerini indossano un abbigliamento sportivo colorato, a volte sono tutti e 16 sul palco, altre agiscono in coppie.
Ma la sorpresa è stata quella di vedere in un angolo a sinistra rispetto a chi guarda, Denardo Coleman (Los Angeles, 19 aprile 1956), il figlio batterista del celebre Ornette, con cui suonò fin dalla tenera età (12 anni), ma soprattutto nel gruppo “Prime Time”, a partire dalla sua fondazione nel 1975.
Oltre ad aver composto la musica della coreografia, in cui si avvertono sonorità di strumenti ad arco e tastiere elettroniche riprodotte con un certo gusto, si è esibito, sulla base sonora registrata, alla batteria, utilizzando anche piccoli strumenti a percussione (Shaker, Guiro,..) e, mi pare, al tamburo a clessidra Kalango, meglio conosciuto come talking drum “tamburo parlante”. Ha percosso tutti gli strumenti in maniera gentile, quasi preoccupato di non soverchiare la musica diffusa o distogliere l’attenzione dalle movenze dei ballerini : una ulteriore sorpresa, rispetto al gran rumore, senza uno stile riconoscibile od originale, quando militava nei gruppi del padre.
Ha utilizzato un Drum Set essenziale – Rullante, due Tom Tom, un Timpano, una Grancassa, tre piatti sospesi e il Charleston o Hi-Hat – percosso da spazzole, bacchette, mallets ed anche a mani nude.
Una prova che ne rivaluta la capacità di intendere la musica, parallelamente all’impegno di continuare a mantenere viva l’ideologia musicale del padre, attraverso The Shape of Jazz to come (il titolo di un famoso LP del 1959). A Tribute to Ornette Coleman.
Negli ultimi segmenti dell’opera, un danzatore, Pasquale Mazzella, ha letto una serie di testi da autori latini (i poeti Properzio, Ovidio, Tibullo, …) selezionati da Hérica Valladares, studiosa di cultura classica greca e latina. In evidenza due frasi, ripetute come un mantra : Finchè siamo vivi dobbiamo amare quanto più possiamo/ L’amore è vita e la vita è amore
Applausi calorosi dopo 50 minuti senza pause nel piccolo spazio delle Tese dei Soppalchi, riservato spesso ai lavori più sperimentali o di artisti singoli.
Nell’unica giornata priva di spettacoli nelle due settimane del Festival, c’è stato un interessante incontro – dopo 20 edizioni del Festival Internazionale di Danza contemporanea e a 27 anni dall’introduzione della danza come settore autonomo della Biennale di Venezia (2003) – in cui l’attuale Direttore Wayne McGregor ha invitato quattro colleghi che l’hanno preceduto : Frederic Flamand (2003) ; Karole Armitage (2004) ; Virgilio Sieni (2013 – 2016) ; Marie Chouinard (2017 – 2020). McGregor è in carica dal 2021 – dunque è alla sua sesta Biennale – ed è stato confermato per il biennio 2027-2028.
Si sono confrontati, ognuno raccontando la loro esperienza nel settore, rispondendo dapprima alle domande della moderatrice, la scrittrice e giornalista britannica Sarah Crompton ; poi a quelle degli studenti della Biennale College e dell’Archivio storico, che hanno fatto di queste attività l’oggetto della propria ricerca.
Oltre al ruolo della Danza oggi, il tema principale al centro della riflessione è stato quello del corpo nei suoi vari aspetti e legami con le altre Arti.
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