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"Il canto di Vega" e il risveglio del femminile: intervista a Silvia Bardesono

Il Canto di Vega, di Silvia Bardesono, pubblicato da Edizioni Pedrini, storia di tre donne molto
diverse tra di loro ma accomunate da vissuti drammatici, di sopraffazione e violenza, nasce con l'intento di lanciare un messaggio di speranza.

Ho intervistato Silvia, già autrice Rizzoli e titolare del diploma del Master in Tecniche della Narrazione, conseguito presso la Scuola Holden, per andare più a fondo di questa sua avvincente storia, ricca di umanità e colpi di scena.

 

Partiamo dalla protagonista, Vega. Scrive lettere per chi non è in grado di farlo, diventando un ponte per situazioni irrisolte. Sperimenta, conosce ed esercita il potere della parola. Vuole parlarcene, Silvia?

Vega scrive per chi non riesce a farlo. Ma, più profondamente, scrive per dare voce a ciò che è rimasto senza voce: un dolore, un rimpianto, una verità mai pronunciata. È lì che scopre il potere della parola. Non quello illusorio, di cancellare ciò che ci ha feriti, ma quello molto più autentico di restituire un significato a ciò che abbiamo vissuto. Perché quando riusciamo a nominare una ferita, quella ferita smette almeno in parte di essere un luogo oscuro dentro di noi. Vega diventa così un ponte, non tra persone semplicemente lontane, ma tra ciò che siamo stati e ciò che possiamo ancora diventare. E forse è questo il potere più profondo della parola: permetterci di dare una forma al dolore, perché non sia più il dolore a dare forma alla nostra vita.

Tramite le vicende delle sue tre protagoniste, il libro affronta temi come quelli della resilienza e del risveglio del femminile. Cosa può dirci al riguardo, Silvia?

Credo che la resilienza, per le mie protagoniste, non abbia nulla a che fare con l’essere
invulnerabili. Al contrario: nasce proprio dal momento in cui una donna riconosce la propria ferita e smette di vergognarsene.
E il risveglio del femminile, per me, non significa tornare a un’idea stereotipata di femminilità, ma recuperare una parte profonda di sé: la propria voce, il proprio desiderio, la propria libertà di scegliere. È un risveglio che passa anche attraverso il dolore, perché spesso è proprio ciò che ci spezza a costringerci a chiederci chi siamo davvero. Le mie tre protagoniste percorrono strade diverse, ma in fondo cercano la stessa cosa: tornare a sé. E forse la vera resilienza comincia proprio lì, quando una donna smette di chiedersi come sopravvivere a ciò che le è accaduto e comincia a domandarsi che cosa vuole fare della propria vita.

Il canto di Vega contiene una storia che attraversa due Oceani e due mondi. Qual è il
ruolo e/o il significato dell'amore tra uomo e donna, in questo romanzo?

Credo che la cosa meno scontata sia proprio questa: ne Il canto di Vega l’amore non salva nessuno. Siamo abituati a pensare all'amore come a una destinazione, a qualcuno che finalmente arriva e ricompone ciò che in noi è rotto. Io penso esattamente il contrario. L’altro non è la nostra cura né il luogo in cui smettere di cercare noi stessi. L’amore, quando è autentico, è una forma di libertà molto esigente: significa riconoscere nell’altro un essere irriducibilmente altro da noi e scegliere, nonostante questo, di esserci. Senza possedere, senza colonizzare, senza chiedere all’altro di guarire le nostre mancanze.
Per questo, l’amore che attraversa due oceani e due mondi non è tanto una storia sulla distanza, quanto sulla possibilità di attraversarla senza annullarla. Due persone possono appartenersi senza possedersi, scegliersi senza perdersi.


E forse la verità più scomoda è questa: non è l’amore che ci salva. È ciò che siamo diventati capaci di essere quando impariamo ad amare senza avere bisogno di essere salvati.

Quello di Vega è un personaggio che ha il coraggio di rompere gli schemi sociali. In che misura, nella professione che esercita, ha incontrato donne vittime dei condizionamenti della società, di stereotipi imposti?

Ho imparato che raramente il condizionamento si presenta con il volto evidente dell’oppressione.
Molto più spesso ha una voce gentile, familiare, quasi rassicurante: “devi essere forte”, “devi essere una buona madre”, “devi perdonare”, “devi andare avanti”. Sono frasi che sembrano consigli, ma che spesso diventano gabbie. Nel mio lavoro di avvocata ho incontrato donne che per anni hanno creduto di dover sopportare, comprendere, salvare la propria famiglia, proteggere i figli, giustificare l’ingiustificabile. Donne alle quali era stato insegnato che essere “brava” significava resistere, che denunciare era una colpa, che lasciare un uomo violento significava fallire.
La violenza, poi, non comincia sempre con un gesto. Spesso inizia molto prima: con il controllo,con la svalutazione, con l’isolamento, con la progressiva demolizione della percezione che una donna ha di sé. E quando finalmente arriva alla violenza fisica, quella donna può essere già stata privata di una parte della propria libertà.
È anche da questi incontri che nasce Vega e il suo bisogno di riappropriarsi della propria
percezione, della propria voce e libertà.ù L'impianto strutturale di Il Canto di Vega segue il modello narrativo del viaggio 
 metaforico, di crescita profonda. Può dirci, per sommi capi e senza svelare troppo, grazie a chi sarà realizzabile l'arco di trasformazione della protagonista e quali saranno le sue conseguenze sulla sua vita e su quelle altrui?

L’arco di trasformazione di Vega non sarebbe possibile senza Roimata, la guaritrice Maori. Il loro incontro, per me, è uno degli snodi più importanti del romanzo: non è semplicemente l’incontro tra una donna ferita e una guaritrice, ma tra due modi diversi di intendere il dolore.

Roimata non cerca di cancellare il passato di Vega, né di convincerla a dimenticarlo. Le insegna, piuttosto, a guardarlo senza esserne più dominata.

È una presenza che non impone, non giudica: accompagna. E proprio per questo riesce ad arrivare là dove gli altri non possono. Tra loro nasce un legame quasi materno, ma anche profondamente spirituale. Roimata diventa per Vega una guida verso una dimensione di sé che aveva perduto: la capacità di ascoltare la propria anima, la natura, il silenzio e,soprattutto, le storie degli altri.
È significativo che la copertina del libro, a mio avviso, riesca a raccontare visivamente proprio
questo rapporto: Vega e Roimata non sono semplicemente due personaggi che si incontrano, ma sembrano appartenere allo stesso paesaggio dell’anima. Una è la donna che sta cercando di rinascere, l’altra è colei che le insegna ad attraversare il passaggio.

 

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