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I concerti di Musikamera

Una stagione intensa è ripartita dopo la pausa estiva

Sono numerosi i concerti della IX stagione di Musikàmera, intitolata Tempo di Sonate. Quasi sempre le Sale Apollinee del Teatro La Fenice sono al completo, frequentate da abbonati affezionati e da turisti che, forse, preferiscono ascoltare della buona musica, piuttosto che optare per la visita guidata allo scopo di conoscere il celebre teatro veneziano.

Una sensazione di freschezza si espandeva nella sala durante l’ascolto del Vision String Quartet, composto da giovani musicisti che, per l’atteggiamento poco formale e la gestualità accentuata, mi hanno fatto pensare all’americano Kronos Quartet.

Tre le composizioni in scaletta. La prima, Langsamer Satz, del 1905, è un pezzo giovanile di Anton Webern, il quale trasse ispirazione dalla vacanza, nell’estate del 1905, in compagnia della cugina Wilhelmine Mortl, di cui l’autore era profondamente innamorato e che avrebbe sposato alcuni anni più tardi. In circa dieci minuti, Weber utilizza un linguaggio armonico fortemente tonale, molto cromatico, in sintonia con la tradizione tardo romantica, che da Wagner arriva fino a Mahler, passando per Brahms e Strauss.

E proprio Johannes Brahms è l’autore del Quartetto n. 1 in Do minore, op.51, n. 1 (1865 – 1873). In quattro movimenti, ha un’intonazione austera e una tensione drammatica vicina alla scrittura di Beethoven.

Dopo una breve pausa per riordinare le idee, l’Ensemble torna in pedana per eseguire il Quartetto n. 1 in Fa maggiore (1903) di Maurice Ravel. E’ il suo unico Quartetto, in quattro movimenti, dedicato al suo maestro, Gabriel Fauré, anche se nella musica c’è un chiaro riferimento a Claude Debussy. Eleganti pizzicati, accanto a strappi decisi, hanno affascinato la platea, che ha tributato un lungo applauso.

Due i bis, fuori dal repertorio austero : un samba originale, suonato senza archetto ; un brano dei Curved Air, gruppo di rock progressivo, attivo nella prima metà degli anni ‘70.

La bellezza della musica antica, in questo caso del Trecento italiano, è stata la protagonista di un concerto affascinante, grazie alla passione e alla bravura dell’ENSEMBLE 400, specializzato nel repertorio medievale tra il XII° e il XV° secolo. Utilizza copie di strumenti d’epoca (vielle, arpa, organo portativo, liuto, chitarra rinascimentale, percussioni, voci) leggendo direttamente dalle fonti originali.

Alle Apollinee ha voluto rendere omaggio a Francesco Landini (? - 1397), a 700 anni dalla nascita, non ostante numerose incertezze a livello biografico, soprattutto per ciò che riguarda la data di nascita, che oscilla tra il 1325 e gli anni immediatamente successivi e che difficilmente potrà essere dfinitivamente chiarita in mancanza dei libri canonici tenuti con regolarità dalla Chiesa solo a ridosso del Concilio di Trento.

Una sonorità morbida e limpida percorreva la sala del concerto : liuto, viella, arpa e tamburo a cornice accanto alle voci di Vera Marenco, Anna Rapetti e Alberto Longhi ci hanno trasportato indietro nel tempo attraverso le composizioni di Landini, le più numerose ; di Magister Antonio Zachara da Teramo ; di Bernard de Cluny ; di Antonello Da Caserta ; di Magister Zacharias, oltre a due autori anonimi per i brani Quan ye Voy e Il lamento di Tristano.

Pioggia di applausi e volti sorridenti.

Di particolare intensità il doppio appuntamento con il pianista Paul Lewis, del quale sono stati acclamati dal pubblico e dalla critica i suoi recenti cicli dedicati alle Sonate di Beethoven e Schubert, eseguiti in concerto e registrati in disco.

E proprio due Sonate dei due illustri compositori hanno aperto e chiuso il Recital : la Sonata n.5 in Do minore, op. 10, n. 1 (1795 – 1798) di Beethoven e la Sonata in Sol maggiore op. 78 “Fantasia” D894 (1826) di Franz Schubert.

Ma ciò che ha colpito di più la platea è stata la prima esecuzione italiana di una Sonata composta nel 2024 da Thomas Larcher (1963, vivente), commissionatagli da un Winemaker in California. Dura mezz’ora ed è un brano molto vario : melodico, dolce, percussivo, alterna momenti teneri ad altri irruenti. Il pianista spesso si alza e pizzica le corde o le accarezza delicatamente con gli avambracci, in un episodio che decreta il trionfo delle note basse. Capita anche una situazione in cui, in piedi, suona la tastiera con la mano destra e le corde dello strumento con la sinistra, dando vita ad un ritmo brillante, sincopato, che ricorda il Ragtime.

Concludo citando le parole dell’autore, che spiega la sua concezione compositiva : Non compngo i miei pezzi per una certa estensione vocale o orchestrazione, ma per i musicisti, per le persone. E’ quasi impossibile per me produrre un pezzo senza avere in mente una persona in particolare. Per quanto standardizzata sia l’interpretazione della musica classica, non voglio che la composizione e la stessa notazione siano viste come segni determinanti e limitanti, ma piuttosto come indicazioni verso la creazione di musica vitale e organica alla cui creazione partecipano il compositore e il musicista.

Un breve bis di Brahms ha concluso la serata.

Due musicisti romani, uno giovane, il pianista Massimo Spada (1986), l’altro giovanissimo, il violoncellista Ettore Pagano (2003), sono stati i protagonisti di un programma che prevedeva nell’ordine la Sonata n. 5 in Re maggiore, op.102, n. 2 (1815) di Beethoven, suddivisa in tre movimenti, secondo lo schema antico della composizione sonatistica “minore” ; la Sonata FP 143 (1940 – 48) di Francis Pulenc ; la Sonata n. 2 in Re maggiore, op. 58 MWV Q32 (1842) di Felix Mendelssohn Bartoldy, dedicata al conte Mathieu Wielhorsky, violoncellista dilettante.

Mi soffermo sulla piacevole Sonata di Poulenc, i cui primi abbozzi risalgono al 1940, ma che venne completata solo nel 1948, su richiesta del prestigioso violoncellista Pierre Fournier, che lo aiutò riguardo agli aspetti tecnici dello strumento, poiché il compositore non aveva familiarità con il violoncello. Da segnalare che fu eseguita per la prima volta a Parigi il 18 maggio 1949 dall’autore al pianoforte assieme a Fournier.

Un buon affiatamento per un programma che richiedeva un impegno virtuosisico notevole. Ottimo lo strumento affidato a Pagano da “Setano Fine Instruments” : un violoncello Ignazio Ongaro (Venezia, 1777).

Per la seconda volta si è celebrato il Premio Peggy Finzi, offerto dalle sorelle Sonia (presidente di Musikàmera) e Luana Guetta, in memoria della mamma. E’ un modo per essere vicini alla città, hanno detto in fase di presentazione. Il programma, scelto dai musicisti, uniti nel nome di Duo del Giglio – Tommaso Boggian, pianoforte e Pietro Silvestri, violoncello – si è sviluppato a partire da Luigi Boccherini, un autore che stilisticamente rimane legato al tardo barocco, di cui il duo ha eseguito la Sonata per violoncello n. 6 in La maggiore G. 4 (1768 circa), in tre movimenti, secondo, appunto, l’uso barocco e si è concluso con Elegia op. 97 – Quasi Valzer, op. 98 – Burlesca, op. 97 (1999) di Nikolaj Kapustin (1937 – 2020), un musicista ucraino cresciuto in Russia, nelle cui composizioni sono presenti frequentemente idiomi jazzistici. A questo proposito, così si esprime il compositore : Io non sono mai stato un musicista Jazz. Non ho mai cercato di essere un vero pianista Jazz, ma lo sono diventato grazie alle mie composizioni. Non sono interessato all’improvvisazione, e cos’è la musica Jazz senza improvvisazione? Tutte le mie improvvisazioni sono scritte normalmente, elaborandole al meglio.

Applausi generosi, meritati, hanno indotto il duo ad eseguire, come bis, una delle Siete Canciones populares espanolas (1914) di Manuel De Falla, la n. 5, Nana.

Lo strumento di Silvestri, allievo del violoncellista Angelo Zanin, tra i fondatori dello storico Quartetto di Venezia, è un esemplare francese antico “di bottega”. Ad un prezzo non proibitivo, perché messo male, il musicista è riuscito a farlo restaurare con esiti confortanti.

Di grande richiamo, il concerto di Anne-Sophie Mutter è stato ospitato nella maestosa sala Grande. La rinomata violinista aveva per compagni musicisti tecnicamente altrettanto impeccabili, quali la pianista Lauma Skride e il violoncellista Lionel Martin. Complimenti, dunque, perché pur se in primo piano per notorietà, Anne-Sophie ha scelto musicisti di pari livello, a differenza di altri leader che si contornano di artisti mediocri per risaltare ancora di più.

In programma il Trio n. 7 in Si bemolle maggiore op. 97 “L’Arciduca” (1811), in quattro tempi, di Beethoven, dedicato all’arciduca Rodolfo, fratello minore dell’imperatore e il Trio in la minore, op. 50 (1882) di Petr Il’ic Cajkovskij. E’ un brano di lunga durata, che consta di due soli movimenti : il primo è un pezzo elegiaco, nel quale si alternano episodi musicali ora lirici, ora nostalgici, ora irruenti e tenebrosi ; il secondo è un Tema con variazioni diviso in due sezioni, la prima costituita dal tema seguito da 11 variazioni, la seconda dalla variazione finale e da una coda. La conclusione del Trio vede la ripresa del tema del primo movimento come marcia funebre. Il pezzo elegiaco è una pagina ricca di temi trascinanti, presentati da Cajkovskij con sapienza e con quella giusta dose di retorica che ne contraddistingue il linguaggio musicale. Fu scritto come immediata reazione alla notizia della morte di Nikolaj Rubinstein, pianista e didatta, amico intimo e sostenitore di Cajkovskij, nonché fratello del più celebre Anton. E’un’opera magistrale e monumentale, che richiede ai musicisti un considerevole impegno esecutivo.

Applausi copiosi, soddisfazione nei volti e un solo bis : un movimento dal Trio n. 1 in Re minore, op. 49 di Mendelssohn.

La coppia artistica e nella vita quotidiana, formata dalla violinista Alena Baeva (Os, Kirghizistan, 1985), di ascendenze slavo-tatare e dal pianista ucraino Vadym Kholodenko (Kiev, 1986), ha tenuto un apprezzato recital. Il programma prevedeva l’ Andante con variazioni (1796) e la Sonata n. 8 in Sol maggiore, op. 30, n. 3 (1802) di Beethoven ; i Marchenbilder, op. 113 (1851) di Schumann e la Sonata in Mi bemolle maggiore, op.18 (1887) di Richard Strauss.

Mi ha affascinato soprattutto l’Andante beethoveniano in Re maggiore, in origine composto per mandolino e pianoforte, perché dedicato alla contessa Josephine von Clary-Aldringen, una giovane aristocratica che si dilettava dello strumento a corde. Dunque, un tema semplice, forse una melodia che all’epoca tutti conoscevano, con una serie di variazioni (5), poste in ordine di difficoltà crescente.

Nei Marchenbilder, che rappresentano una vivace musica da camera, si ritrova lo spirito delle storie fantastiche di gusto tedesco, ricche di simboli e di allegorie legate alle leggende popolari, raccolte in letteratura da Eichendorff, Tieck e Novalis, i quali sostennero che i loro racconti erano semplicemente dei sogni, simboli di un mondo proiettato verso una ideale armonia celeste. Sono suddivisi in quattro tempi, ognuno dei quali rappresenta una miniatura musicale, che esprime uno stato d’animo diverso.

Ottima l’intesa tra i musicisti, mentre riluceva la sonorità del violino, un Guarnieri del Gesù del 1738, generoso prestito di un anonimo mecenate.

Un breve bis di Gabriel Faurè concludeva la piacevole serata.

Un recital avvincente, quello del giovane pianista Alexander Gadjiev, goriziano di nascita (23 dicembre 1994), di padre russo e madre slovena, che lo iniziarono allo studio dello strumento. Un tocco delicato ed elegante e una tecnica invidiabile che esprimono dolcezza e decisione ha conquistato il pubblico. Inoltre, un programma interessante, molto lungo e complesso e non dei più comuni, ha stimolato ancora di più la platea all’attenzione.

All’inizio Gadjiev esplora i Preludes di Claude Debussy, selezionandone 5 su 12 dal Libro secondo (1911 – 1912). Rispetto alle altre sue composizioni il linguaggio è più immediato, più completo. Si respira un’atmosfera magica di tensione, di suspense. Notiamo il divertito umorismo, non frequente in Debussy, nella citazione dell’inno inglese in Hommage a S. Picwick Esquire P.P.M.P.C.P. (omaggio all’illustre signor Picwick, presidente perpetuo, membro del Circolo Picwick) e nella misteriosa, malinconica eco della Marsigliese nelle ultime battute di Feux d’artifice (fuochi artificiali), in cui decide di impiegare le sonorità più potenti (ci sono 30 tra forte e fortissimo).

Assai stimolante, anche perché lasciata alla fantasia dell’interprete, secondo il concetto di musica aleatoria, la Fantasia sopra un ostinato (1938) di John Corigliano (New York, 1938), composto in risposta ad una commissione da parte del Van Cliburn International Piano Competition, per essere suonata dai 12 semifinalisti della settima edizione del Concorso internazionale di pianoforte Van Cliburn (Texas). Desideravo offrire – spiega Corigliano – la possibilità ai giovani di lavorare su immaginazione, musicalità e una certa libertà creativa, mediante l’inserimento di sezioni libere che ne rendono estremamente variabile la durata complessiva.

La prima parte si è conclusa con Szabadban (1926), una Suite di cinque brani per pianoforte di Béla Bartok, che in ungherese significa “in libertà”, titolo che esprime il concetto di “libertà nel comporre”, piuttosto che quello di “All’aria aperta”, con cui è conosciuta.

Nell’arco di 15 minuti ascoltiamo cinque brevi pezzi, ma di alto grado virtuosistico, basati su costruzioni timbriche di grande difficoltà. Particolarmente carino Musettes, che rimanda a quel particolare tipo di cornamusa, mentre l’ultimo, La caccia, presenta difficoltà tecniche superabili con fatica, soprattutto per la tensione continua e la velocità a cui è sottoposta la mano sinistra.

Un breve intervallo e Gadjiev ritorna in pedana per eseguire Gesange der Fruhe, cinque Canti dell’album di uno Schumann lirico e impetuoso, manifastando due personalità che si scontrano in continuazione. Ognuno in un tempo diverso sembrano comunicare romanticamente quel tipico sentimento di nostalgia di casa (Heimweh), attraverso una musica crepuscolare, che attira l’ascoltatore fino ad ipnotizzarlo.

Conclusione con un’opera di grande complessità musicale, la grande Sonata n. 2 in Si bemolle minore, op. 36 di Sergej Rachmaninov, scritta nel 1913 e poi rielaborata con alcuni tagli nel 1931, in modo da renderla più adatta all’esecuzione di fronte al pubblico.

Articolata in tre movimenti, che si succedono senza soluzione di continuità, la Sonata inizia con un appassionante Allegro agitato, dalla scrittura altamente virtuosistica e si conclude con un esplosivo Allegro molto, in cui ritrova lo slancio impetuoso del movimento d’apertura, ma in un contesto espressivo sempre più brioso e positivo.

Basta così? Nient’affatto. Il simpatico e talentuoso musicista offre ben quattro bis chopiniani : un notturno, un preludio, una mazurka e una polaacca. Gadjiev nei momenti concitati sembra scivolare sulla tastiera passando con tranquillità e concentrazione da momenti agitati alla placidità di un tempo lento.

Venuto a mancare il concerto del Quartetto Arod, con la tempestività e l’esperienza maturata in anni di Direzione artistica, Vitale Fano è riuscito a colmare la vacanza invitando il Fibonacci Quartet, una delle formazioni cameristiche più promettenti d’Europa (i musicisti coprono un raggio di età compreso tra i 22 e i 27 anni).

Suddiviso in due parti, il concerto è iniziato con il quarto – in Si bemolle maggiore, op. 76, n. 4 “Aurora” (1797) – dei sei Quartetti Erdody – commissionati nel 1796 a Franz Joseph Haydn dal conte Joseph Erdody, un alto funzionario della corte ungherese -, che si sarebbero rivelati come il vertice dell’arte haydniana.

L’Allegro con spirito, movimento iniziale, seduce per la delicatezza e perché sembra emergere dal nulla come il sole al mattino.

A seguire, il Quartetto n. 4 in Do maggiore, BB 95, SZ 91 (1928) di Béla Bartok. Quarto di sei, è un’opera centrale del ‘900 cameristico e rappresenta una delle vette più audaci della sperimentazione del compositore ungherese. E’ in cinque movimenti e ha una struttura simmetrica. Nel secondo, Prestissimo, l’uso della sordina trasforma il suono degli archi in un sussurro straniante. Il quarto, l’Allegretto pizzicato, è celebre per l’uso esclusivo della tecnica pizzicata, che trasforma gli archi in strumenti percussivi con sorprendenti effetti ritmici.

Il brano finale, il Quartetto n. 1 in Mi minore “Dalla mia vita”, fu scritto da Bedrich Smetana tra il 1876 e il 1879, allorchè il compositore era diventato completamente sordo. Rappresenta un drammatico atto di testimonianza personale e artistica, nel quale i quattro movimenti della tradizione sonatistica sono posti in relazione con altrettanti stati d’animo, intesi a riflettere particolari momenti esistenziali del compositore.

Eccellente ed intensa l’interpretazione dei musicisti, col risultato che una corda del violino di Krystof Kohout si è spezzata durante l’esecuzione dell’ultimo movimento.

Applausi inesauribili inducono i quattro giovani ad eseguire un breve bis, Italian Love Song, riarrangiato per quartetto d’archi, in cui si riconosce il tema principale di “Nuovo Cinema Paradiso”.

Il secondo dei quattro concerti organizzato dall’Archivio musicale Guido Alberto Fano, nel 150° anniversario della nascita (1875 – 1961), confluito da tempo nel cartellone di Musikàmera, ha visto salire in pedana il pianista siciliano Giuseppe Guarrera (1991), vincitore nel 2010 del Premio Venezia, che lo aiutò a trovare aperte le porte di alcune delle sale da concerto più importanti al mondo.

Un programma variegato, il suo, iniziato con pezzi innovativi come le Due Elegie di Ferruccio Busoni : Berceuse BV 252 (1909) e Elégies Turandot Frauengemach BV 249 (1907).

A seguire l’omaggio a Fano con la Sonata in Mi maggiore (1895 – 1899), apprezzata da Busoni che nel 1913 scrive : fra i più dotati e interessanti compositori dell’età odierna, nomino Guido Alberto Fano, di cui fra molte altre cose emerge una Sonata per pianoforte di grande stile.

La Sonata n. 26 in Mi bemolle maggiore op. 81a “Les adieux” (1810) fu composta da Beethoven durante l’occupazione di Vienna da parte delle truppe francesi ed è dedicata all’Arciduca Rodolfo, allievo e protettore del compositore, che dovette lasciare Vienna.

Interessante la Morte di Isotta (1867) di Richard Wagner, nella trascrizione di Franz Liszt.

E proprio un brano di Liszt, Mephisto Waltz (1859 – 1861) ha concluso il Recital. Il titolo si riferisce a un passo del Faust (1836), poema epico-drammatico e lirico di Nikolaus Lenau (1802 - 1850), in cui Faust, capitando in un’osteria dove ballano dei contadini, si invaghisce di una bella ragazza e chiede a Mefisto di conquistargliela, ciò che il diavolo fa prendendo il violino di un suonatore dell’orchestrina campagnola e suonando su di esso un Valzer di seduzione, ove si alternano passi fantasticamente demoniaci a languide, sensuali cantilene, improntate però sempre a quel sarcastico erotismo, di cui si è mostrata spesso capace l’arte di Liszt.

Gli applausi affettuosi ottengono un breve bis : il primo movimento, l’adagio, dalla Suite n. 2 in Fa maggiore di G.F.Handel.

L’ultimo concerto, prima della pausa, ha avuto per protagonisti Nicolas Baldeyrou al clarinetto e Nicolas Stavy al pianoforte.

Hanno iniziato eseguendo Phantasiestucke, op. 73 (1849) di Robert Schumann. Furono scritti a Dresda e rappresentano un tentativo di evasione, realizzato con la complicità degli amici della locale orchestra di corte. Si tratta di tre fantasie, scritte in maniera tale, da avere la sensazione di ascoltare una Sonata.

A seguire, uno dei capolavori di Johannes Brahms, la Sonata op. 120, n. 2 (1895). Schoenberg e Webern parlarono di un Brahms progressista e anticipatore di procedimenti tecnici e creativi, assurti a regola fondamentale presso la scuola dodecafonica viennese.

Deliziosa la Canzonetta, op. 19 (1888) del compositore, direttore d’orchestra e organista Gabriel Pierné (1863 – 1937), che studiò al Conservatorio di Parigi, dove fu allievo di César Franck e Jules Massenet e dove conobbe anche Claude Debussy, di cui fu sempre molto amico. E’ un brano vario, essenziale nel repertorio degli aspiranti clarinettisti.

Conclusione con la penultima, famosissima Sonata di Francis Poulenc, la FP 184 (1962), in tre movimenti. Commissionata dal clarinettista Benny Goodman, che l’avrebbe dovuta suonare con l’autore, purtroppo colpito da un infarto il 30 gennaio 1963. La prima esecuzione ebbe luogo tre mesi dopo la scomparsa di Poulenc, alla Carnegie Hall di New York il 10 aprile. Interprete accanto a Goodman, Leonard Bernstein al pianoforte.

Molto bravi e precisi, i musicisti si sono congedati con un breve estratto dalla Carmen di Georges Bizet.

 

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