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I cambiamenti climatici faranno estinguere le renne?

Gli scienziati avvertono: le risposte degli animali ai singoli eventi estremi non sono abbastanza per prevedere come cambieranno le popolazioni nel tempo.

di Giulia Negri

Cos’hanno in comune le renne dell’arcipelago norvegese delle Svalbard e i bradipi? Entrambi si muovono il minimo indispensabile per conservare l’energia. Se poi si considera il fatto che questi erbivori artici non hanno predatori, si può facilmente immaginare come trascorrano il loro tempo nella stessa area nel corso dell’anno, sbocconcellando piccole piante erbacee. E se nevica? Semplice: la spostano con le zampe e continuano a mangiare. Ma c’è un problema che incombe su questo bucolico stile di vita che ha permesso alle renne delle Svalbard di sopravvivere per millenni: i cambiamenti climatici.

Se le condizioni ambientali passate hanno portato questi animali ad adattarsi fisiologicamente (diventando più piccoli di tutti i “cugini”) e a evolversi in una sottospecie separata, quelle presenti stanno portando più pioggia che neve in alcuni inverni. Questi rovesci, sopra lo strato di neve, causano la formazione di ghiaccio sul terreno, che copre la cena preferita dalle renne.

I cambiamenti climatici faranno estinguere le renne?

In uno studio pubblicato sulla rivista Nature Communications, il ricercatore Brage Bremset Hansen della Norwegian University of Science e del Technology’s Centre for Biodiversity Dynamics e colleghi hanno elaborato alcuni modelli che si interrogano su quali saranno gli effetti sulle dinamiche di popolazione delle renne se la formazione di questo ghiaccio diventerà la norma, invece di essere solo un evento estremo occasionale. Ovvero, la domanda è: i cambiamenti climatici causeranno l’estinzione delle renne delle Svalbard?

Secondo gli scienziati la risposta è no, il contrario. Se pioverà più spesso sulla neve il rischio di estinzione sarà ridotto e le dinamiche delle popolazioni saranno più stabili. Questo chiarisce, precisano gli esperti, che basarsi su singoli eventi estremi non è sufficiente per prevedere come cambierà una popolazione nel tempo.

“In passato, è stato osservato che alcuni rari eventi di ghiacciamento hanno causato un crollo della popolazione. Una previsione intuitiva sarebbe quella di preannunciare più crolli di popolazione e quindi un rischio di estinzione maggiore con un continuo riscaldamento”, ha spiegato il ricercatore. Eppure le cose non sembrano essere così semplici…

Gli scienziati si sono basati sui dati sulle renne raccolti ogni anno a partire dal 1994 dai coautori del James Hutton Institute (UK) – Norwegian Institute for Nature Research e della Norwegian University of Life Sciences. Durante questo periodo, i cuccioli di renna venivano catturati e contrassegnati ogni primavera e riavvistati in agosto. Grazie a queste informazioni e a un modello biologico (chiamato Integrated Population Model), gli studiosi hanno ricreato un’immagine dettagliata e fedele della popolazione delle renne delle Svalbard, che tiene conto del numero di esemplari e dei tassi di sopravvivenza e di riproduzione.

Si sono poi serviti dei dati storici su quanti eventi di rovesci piovosi sulla neve hanno provocato la formazione di uno strato di ghiaccio, dal 1962 in poi, per ottenere la variabile “rigidità dell’inverno”, in modo da verificare in che modo questi eventi avessero effetto sulle dinamiche di popolazione.

Sorpresa: la probabilità di estinzione cala

Secondo i modelli dei ricercatori, però, la popolazione delle renne si comporta in maniera piuttosto controintuitiva: se le condizioni climatiche rimangono le stesse degli anni passati, è più probabile che le renne si estinguano. Se questi eventi di ghiaccio al suolo aumentano e diventano molto più frequenti, la probabilità dell’estinzione di questi erbivori diminuisce. Ma come mai?

Bisogna pensare che questi eventi hanno un grande impatto sulla popolazione solo quando la densità degli animali è elevata: infatti, in questo caso, la competizione per il cibo, scarso a causa del congelamento, è molto accesa. In tali circostanze, gli esemplari più deboli – ovvero i più giovani e i più vecchi – muoiono. E sarà più improbabile che le femmine, indebolite dalla scarsità di cibo, si riproducano. Dopo uno di questi eventi, perciò, la popolazione sarà più piccola, ci sarà meno competizione per il cibo, ma al tempo stesso gli esemplari rimasti saranno meno vulnerabili a successive gelate del terreno, se avvengono a distanza di poco tempo.

Il modello stima quindi che si abbiano i danni peggiori quando a diverse buone annate ne segue una cattiva: questo può portare al crollo della popolazione. Mentre due inverni cattivi di seguito non fanno grandi danni. “Questo studio fornisce la prima prova che le fluttuazioni nelle dimensioni della popolazione delle specie longeve sono smorzate quando gli eventi climatici estremi diventano frequenti”, hanno sottolineato i ricercatori.

Molto probabilmente si tratta di un meccanismo interno che non è specie-specifico, ma di cui si dovrà tener conto quando si fanno previsioni sugli effetti ecologici dei cambiamenti climatici, in particolare degli eventi estremi.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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