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Hibaku jumoku

Ottobre, il mese dell’autunno. In questo periodo le foglie si fanno scure e cadono, e si fanno portare via dal vento, che le rovescia a più riprese sul terreno, trascinandole un po', per poi portarle su, lontano.

Ottobre è il mese in cui certi animali e certe piante si riposano. E invece, proprio in ottobre, sento parlare di semi, di germogli e di piantine, e del viaggio che intraprendono alcune di queste creature per il mondo, con lo scopo di diffondere un messaggio di pace e di speranza rigeneratrice.

 Sto parlando degli Hibaku Jumoku, (in italiano, gli alberi bombardati), ossia gli alberi sopravvissuti al bombardamento atomico che ha devastato Hiroshima il 6 agosto del 1945.

Ma andiamo per gradi: Tiziana Volta, attivista per la pace, è nel video davanti ai miei occhi, sono le 20.00. Con grande interesse ascolto la sua voce, sostenuta da una certa emozione, raccontarmi del progetto giapponese, del progetto italiano connesso, e di altre attività di cui è promotrice: il filo comune sta nella parola PACE. Sento così parlare della Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza  – da lei più volte coordinata -, e della straordinaria partecipazione agli eventi promossi attraverso l’associazione intenazionale umanista in cui opera, World Without War and Violence .

Questo incontro è nato da una telefonata di pochi giorni prima in cui Daniela Saltarin, Direttore tecnico di Plant for the Planet Italia, mi informava con entusiasmo dell’accordo concluso con Unical, l’Università della Calabria, per la messa a dimora di 4 pianticelle nate dai semi degli Hibaku jumoku.

Apprendo che dalla primavera 2020 i semi degli Abombed Tree sono spediti all'orto botanico di Perugia, attraverso un accordo tra PEFC Italia con il Dipartimento di Scienza Agrarie, Alimentari e Ambientali dell'Università di Perugia, Mondo senza Guerre e senza Violenza e Green Legacy Hiroshima.

La curiosità è esplosa, e con essa la ricerca.

Torniamo quindi al Giappone.

Lo sappiamo, il bombardamento atomico ha devastato anime e materia, ma – a dispetto di quanto si credeva allora - qualcosa è rimasto: le strutture di pochi edifici, alcuni alberi e certe persone; testimonianze di un mondo ferito che non sono rimaste silenti. I Giapponesi li chiamano HIbaku, “i bombardati”, rifiutando il termine scontato di “sopravvissuti”, nel rispetto di chi ha concluso la propria esistenza a causa di quell’evento. Questi bombardati espongono sé stessi allo sguardo del mondo raccontando a tutti, in maniera diretta ed universalmente comprensibile, la devastazione commessa. Norito Sakashita, una Hibakusha (persona esposta ai bombardamenti), raccontando l’esperienza vissuta e riportata dai familiari allora presenti, ci dice che per 10 anni il Giappone ha secretato l’informazione che si trattasse di un bombardamento atomico, e la gente continuava a morire, negli anni, per le conseguenze delle radiazioni. Tutti hanno vissuto, ma pochi sapevano davvero.

La città è stata ricostruita, e i resti degli edifici sono diventati musei o strutture della memoria.

 A pochi km dall’epicentro sono stati rinvenuti alberi in vita che, nonostante i segni tuttora evidenti dell’offesa subita, nell’arco di pochi mesi hanno iniziato a germogliare dalle radici, con le dovute cure hanno poi prodotto frutti, e poi semi. La terra ne aveva protetto le parti basse, e così la massa del tronco. Da un calcolo postumo sono stati individuati circa 170 esemplari superstiti.

Come ha più volte spiegato Stefano Mancuso, neurobiologo vegetale di fama mondiale, le piante hanno una capacità di sopravvivenza e di rigenerazione superiore a quella di altri viventi per via della loro “struttura modulare”, che rende possibile la distribuzione delle funzioni su tutta la superficie. In tal modo, se anche una loro parte viene distrutta o fagocitata – come spesso avviene - da altri viventi, l’organismo continua a vivere e a svolgere le sue funzioni, e a riprodursi. E così è stato, tanto che ancora oggi, a Hiroshima, si erge maestoso un salice piangente, l’albero più vicino alla zona dell’esplosione (700 mt circa dall’epicentro), che è sopravvissuto rigenerandosi in parte, nonostante la sua distruzione quasi completa.

Oggi siamo alla terza generazione di piante nate dagli Hibaku jumoku, e Green legacy Hiroshima, una associazione di volontariato giapponese sviluppatasi nel 2011 e sostenuta dall’istituto dell’Onu per la formazione e la ricerca (UNITAR), ha avviato una campagna di distribuzione di questi semi in giro per il mondo con l’intento di diffondere un messaggio importante in maniera esemplare: la natura è rinascita, e noi ne siamo parte. E la tecnologia, come in questo caso, dovremmo utilizzarla per alimentare la vita e diffonderla, non per distruggerla.

È importante infatti l’impegno – anche tecnologico - per la cura e la diffusione dei semi, che vengono seguiti nel loro sviluppo anche successivo; la spedizione avviene infatti dopo severi accertamenti e attenta valutazione delle condizioni e della gestione cui essi andranno incontro – a partire dal viaggio fino al raggiungimento del luogo di destinazione -, passando prevalentemente per orti botanici e istituzioni, fino ad enti scolastici e formativi.

Ad oggi una trentina di paesi hanno accolto questi semi della pace, figli della sopravvivenza, e la strada è aperta perché diventino presto molti di più.

Chi fosse interessato ad avere informazioni sui semi della pace può scrivere direttamente a: alberipacehiroshima@gmail.com

 

 

 

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