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 Home page > Tempo Libero > Musica e Spettacoli > Giorgio Cordini, "Mille anni ancora" con Fabrizio De André

Giorgio Cordini, "Mille anni ancora" con Fabrizio De André

È noto per le sue indiscusse capacità di chitarrista, ma anche per aver affiancato Fabrizio De André nelle sue tournée. Giorgio Cordini che, in questa intervista esclusiva, ci svela il racconto del suo libro “I miei otto anni con Fabrizio De André”, in cui ripercorre i ricordi e gli aneddoti più belli legati al suo rapporto professionale con Fabrizio e il progetto “Mille anni ancora”, al fianco di musicisti storici, come Ellade Bandini e Mario Arcari, che portano avanti il nome di Fabrizio.

Lei ha pubblicato il libro “I miei otto anni con Fabrizio De André”. Com’è nata l’idea di elaborare questo progetto?

“È una cosa abbastanza lunga, che è durata quasi vent’anni. Prima di decidermi a scrivere qualcosa, se affondiamo nel periodo dei vent’anni fa, quando era appena scomparso Fabrizio De André, io, agli inizi, rifiutavo di partecipare a commemorazioni e ricordi di Fabrizio che avessero a che fare con la musica. Per un certo periodo, sono stato estraneo da questo tipo di manifestazioni e ricordi di Fabrizio. Piano piano, c’è stata un’occasione molto particolare, a Brescia, dove ho sentito dei ragazzini molto giovani cantare e suonare la sua musica e, in particolare, chi cantava le sue canzoni me lo ricordava moltissimo. Ho cominciato a pensare che, forse, era il caso che noi che, con Fabrizio De André abbiamo collaborato, fossimo testimoni della sua musica e delle sue opere in generale. Piano piano, ho cominciato ad avventurarmi e mettere insieme delle formazioni che rifacessero il suo repertorio. Poi, nel corso degli anni, anziché limitarmi ad eseguire le canzoni di Fabrizio De André su dei palchi, ho cominciato, fra una canzone e l’altra, a raccontare qualche episodio, delle cose che mi erano successe, lavorando con Fabrizio. Mi sono reso conto che queste cose al pubblico piacevano più delle canzoni, scoprire delle cose mai lette da nessuna parte, che non avevano mai saputo. Sono episodi, aneddoti che hanno a che fare con la band in cui suonavo, le prove, gli incontri che facevano quando suonavamo e che avvenivano al di fuori della musica. L’anno scorso, mi sono messo a prendere in mano la penna, anzi, ad aprire i file del computer e ho cominciato a scrivere alcuni di questi episodi. Man mano che li scrivevo, mi sono venute in mente altre cose e, piano piano, è nato il libro con una ventina di episodi, che costituiscono una sorta di diario di quegli anni. Niente di più. È una cosa molto semplice che ho vissuto io e di quello che mi è rimasto più impresso di Fabrizio De André”.

 

 

Che ricordi ha degli otto anni trascorsi insieme a Fabrizio?

“Ne ho tantissimi. Credo che siano stati degli anni molto densi, anche importanti, per me, perché, prima non ho avuto la possibilità di suonare con grandi personaggi. Mi è successo dopo. Quando sono diventato il musicista di Fabrizio De André, la mia immagine è cresciuta nell’ambiente di lavoro, perché ho avuto l’occasione di suonare anche con gli altri. Tutto sommato, otto anni sono lunghi, ma anche brevi. Ho vissuto con lui il periodo in cui si suonava, in cui si facevano le tournée, molto meno, invece, il periodo in cui lui componeva e aveva altre attività. Le cose più belle le ho vissute sul palco. Nelle prime tournée, c’era molta distanza. Facevo fatica ad entrare in confidenza con lui, perché lo vedevo come un grande personaggio. E, nonostante ci lavorassi insieme, mi metteva molta soggezione. Piano piano, negli anni, questa cosa è scemata e, soprattutto, nel 1996, 1997, negli ultimi anni, 1998, posso dire che siamo diventati amici. Ci scambiavamo delle idee. Nonostante io abbia cominciato a suonare con lui senza essere capace di suonare il bouzouki, una chitarra greca, uno strumento che viene molto utilizzato nelle canzoni di Fabrizio De André, ho imparato a suonarlo insieme alla sua band. Alla fine, negli ultimi anni, mi ha preso durante le prove e mi ha detto, “Giorgio, vorrei che tu mi insegnassi a suonare il bouzouki.” Sono diventato il maestro di bouzouki di Fabrizio De André.”

 

Otto anni, tanti concerti fatti insieme. Come avvenivano le fasi preparatorie delle tournée?

“Erano molto elaborate e lunghe. Era una persona molto precisa, un perfezionista. Finché tutto non girava alla perfezione, la tournée non partiva. Ci è capitato di spostare le prime date di un tour e di annullarle, perché lui non si sentiva ancora pronto. C’era una ricerca della perfezione. Una cosa mi è rimasta sempre impressa durante le prove. C’erano dei musicisti più o meno bravi. Lui riusciva a tirare fuori da noi il massimo. Era una cosa che si notava. Se ognuno di noi non era arrivato al massimo di quello che poteva dare, lui non era soddisfatto. Le prove continuavano. Devo dire che, comunque, alla fine, era sempre lui che decideva. Che ci fosse l’arrangiatore, il direttore artistico e il produttore, figure molto importanti, alla fine, l’ultima parola ce l’aveva sempre lui. Era contento di quello che facevi e, allora, andava tutto bene.”

 

 

Qual è il tour a cui è rimasto maggiormente legato?

“Per certi versi, il primo, perché è stata tutta una scoperta. Per me, era tutto nuovo, perché un tour a quei livelli non l’avevo mai fatto. Erano dei tour che si facevano nei palazzetti dello sport e, di fronte a migliaia e migliaia di persone, dove sul palco c’erano tre, quattro, cinque tecnici al tuo servizio, erano delle cose nuove. Io, di solito, quando andavo a suonare, c’era un service, che si occupava del palco e dell’amplificazione. Anche se gli strumenti li dovevo portare io. Lì, c’era un ambiente dove i musicisti erano considerati a un certo livello, per cui venivano serviti un po' da tutti nell’ambiente dei tecnici. La vera novità, per me, era quella di affiancare un personaggio come Fabrizio De André che, per me, è stato sempre un mito. Fabrizio l’ho conosciuto come cantautore fino da quando avevo 14, 15 anni. Era rimasto uno, anzi, il mio cantautore preferito. Per me, andare a suonare e lavorare con lui al suo fianco era come toccare il cielo con un dito. Nella prima tournée, vedevo tutte queste novità così importanti a cui non avevo mai aspirato con grande felicità e partecipazione per qualche emozione. Al punto che, nel libro, racconto che, durante l’esecuzione de “La canzone di Marinella” a Milano, ero talmente rapito nell’ascoltare Fabrizio e, forse, io ero molto concentrato sulla sua voce e sul suo canto che, a un certo punto, smisi di suonare. Il chitarrista, che era al mio fianco, mi diede un calcio sugli stinchi per farmi riprendere velocemente. Ero rapito ancora dai primi concerti, dall’ambiente in cui mi trovavo a suonare e dal personaggio con cui condividevo il palco, tanto che venivo preso dal suo cantare. Anche per questo, la prima tournée “Le Nuvole” del 1991 è stata la più importante, di cui ho i ricordi più belli.”

 

L’ultimo concerto è stato quello di Roccella Jonica del 13 agosto 1998. La settimana successiva, si doveva esibire a Saint Vincent, ma il concerto è stato annullato a causa del suo malessere. Che ricordi ha di quelle ultime serate?

“Mi ricordo tutto, anzi, nel libro, descrivo nel dettaglio quello che è successo a Saint Vincent. Fabrizio, quando è salito sul palco nel pomeriggio, perché dovevamo fare le prove, ha cominciato ad avvertire un forte dolore alla spalla sinistra. Ha provato a fare gli arpeggi che, di solito, faceva durante le prove del suono. Ad un certo punto, non ce l’ha più fatta e ha buttato a terra la chitarra in malo modo e se ne è andato. Quella è stata l’ultima volta che lo abbiamo visto. Il giorno dopo, gli è stata fatta una tac e ha scoperto quello che aveva. E da allora, io e gli altri musicisti non l’abbiamo più visto. Delle ultime date, ricordo quella di Roccella Jonica, di quell’estate e tante altre dei concerti precedenti, aveva un leggero dolore alle spalle, per cui, a volte, veniva con noi una fisioterapista che lo assisteva nelle fasi prima del concerto. Non si era mai reso conto del male che aveva. L’ha scoperto quella giornata a Saint Vincent.”

Ha fondato una band, tra gli altri, con Ellade Bandini e Mario Arcari, che porta il nome “Mille anni ancora”, tratta dal brano “Anime salve”. Come sta procedendo questo progetto?

“Questo progetto esiste da tanti anni. La cosa significativa è questo nome ce l’ha suggerito Dori Ghezzi. Mi ricordo, una decina di anni fa, quando ci siamo trovati, le abbiamo espresso questa intenzione. Lei ha inventato questo nome, prendendolo dalla canzone “Anime salve” di Fabrizio. Questo progetto dura da tanti anni. Funziona molto bene. Quest’anno, nel ventennale della scomparsa di Fabrizio, abbiamo molte richieste. Stiamo suonando in tanti posti. L’accoglienza è sempre molto affettuosa da parte del pubblico. Quello che noi facciamo, a differenza della decina di cover band che ci sono in giro per l’Italia, è che noi suoniamo le cose che facevamo con Fabrizio. Cerchiamo di renderle in un modo filologico. Cerchiamo di eseguire le sue canzoni così come le eseguiva lui, con gli stessi arrangiamenti, le stesse sonorità. I bravissimi musicisti, gli altri sei, che suonano con noi tre del gruppo originale della band di Fabrizio, sono stati istruiti in modo che rendano come rendeva la band di Fabrizio dell’ultimo periodo. Uno che viene ad ascoltare riesce a rivivere le stesse sonorità che Fabrizio De André aveva con la sua band nel 1997, 1998, negli ultimi anni della sua carriera.”

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