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Diritti civili violati nel mondo: “Write for Rights”, la raccolta mondiale di firme di Amnesty

Amnesty International ha lanciato oggi la XV edizione di “Write for Rights”, la più grande campagna globale per i diritti umani.

Da 15 anni, intorno al mese di dicembre, l’associazione chiede ai suoi milioni di sostenitori nel mondo di scrivere lettere ai governi e svolgere iniziative di solidarietà in favore di persone i cui diritti sono violati o minacciati. I risultati non sono mancati: persone ingiustamente arrestate sono state rilasciate, torturatori sono stati portati di fronte alla giustizia, detenuti hanno trovato conforto nelle lettere loro indirizzate nei momenti più drammatici della loro vita, come attesta Edward Snowden:

“Vi ringrazio, umilmente e dal profondo del cuore, per il vostro costante sostegno. Oltre un milione di voi si è unito per dire insieme che la verità non può essere taciuta. Non ho parole per esprimere la mia gratitudine!”

Che firmare una lettera serva lo testimoniano anche le parole di due attivisti per i diritti umani della Repubblica Democratica del Congo, Fred Bauma e Yves Makwambala, appena usciti dal carcere dopo 17 mesi di prigionia:

“Ogni lettera, ogni visita, ogni singola parola ci ha rafforzato e ci ha reso più determinati in questa lunga ma doverosa lotta per la giustizia e la democrazia”.

Quest’anno, per la prima volta, “Write for Rights” si occuperà anche di due persone che fanno parte di Amnesty International, sotto processo in Turchia per accuse infondate di terrorismo a causa del loro lavoro in favore dei diritti umani: Taner Kılıç, presidente di Amnesty International Turchia, in carcere dal 6 giugno 2017 e İdil Eser, direttrice dell’associazione, che insieme alla sua fondatrice Özlem Dalkıran, è stata arrestata il 5 luglio e rilasciata su cauzione dopo quasi quattro mesi di carcere.

Oltre ai difensori dei diritti umani della Turchia, la campagna “Write for Rights” del 2017 si occuperà di:

Hanan Badr el-Din, attivista per i diritti umani dell’Egitto, co-fondatrice dell’Associazione dei parenti degli scomparsi. Suo marito è “desaparecido” nel luglio 2013. L’ultima volta che lo ha visto in vita era in un servizio televisivo, ricoverato in ospedale per le ferite riportate durante una manifestazione. Per aver cercato informazioni sulla sorte del marito, è stata arrestata con false accuse e rischia una condanna a cinque anni di carcere.

Tadjadine Mahamat Babouri (detto Mahadine), attivista online del Ciad. Nel settembre 2016 ha postato sul suo profilo Facebook una serie di video contenenti critiche nei confronti del presidente del paese. Arrestato pochi giorni dopo, è stato picchiato e tenuto incatenato per alcune settimane. In carcere ha contratto la tubercolosi. Se giudicato colpevole, rischia una condanna all’ergastolo.

Il Movimento indipendente indigeno Lenca per la pace (Milpah), che si batte per il possesso delle proprie terre in Honduras contro i tentativi di sfruttamento minerario e idroelettrico. A causa dell’attaccamento alla loro fonte di vita, affrontano con grande coraggio campagne diffamatorie, minacce di morte e aggressioni di cui finora nessuno è stato chiamato a rispondere.

Shakelia Jackson, il cui fratello Nakiea è stato ucciso dalle forze di polizia della Giamaica. Continua a sfidare le lentezze del sistema giudiziario del suo paese insieme alle decine di famiglie i cui parenti sono stati uccisi nello stesso modo. Le forze di polizia hanno reagito assaltando e minacciando a più riprese la sua comunità.

Ahmadreza Djalali, il ricercatore dell’Università del Piemonte Orientale che è stato condannato a morte in Iran. In carcere dall’aprile 2016, per sette mesi non ha potuto incontrare un avvocato. In un audio pubblicato su YouTube, Ahmadreza afferma che, durante l’isolamento, è stato costretto per due volte a rilasciare “confessioni” di fronte a una telecamera. Djalali è stato arrestato dai servizi segreti mentre si trovava in Iran per partecipare a una serie di seminari nelle università di Teheran e Shiraz.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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