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Diciamolo in italiano

Ho letto l'intervista che l'autore di questo interessante saggio ha dato ad un giornale che l'ha titolata in maniera davvero catastrofica: "Una nuova parola su due è inglese. L'italiano diventa una lingua morta. In meno di 30 anni gli anglicismi sono raddoppiati e continuano a crescere. Si pensa e si scrive anche che la nostra identità rischia di andare in frantumi." Scrivo questo post che non intende essere tanto una recensione sul libro, quanto il pensiero libero e forse contro corrente, di chi questa lingua, l'inglese, la considera "seconda lingua", dopo quella materna. Non credo che l'inglese stia "assassinando" l'italiano. Se le cose stessero così, di cadaveri la lingua di Britannia ne avrebbe seminato molti lungo il suo cammino nel tempo e nello spazio

Le "cose" stanno diversamente e spero di provarlo in maniera semplice e pratica, lontano da filosofismi o intellettualismi dei quali non ho mai saputo cosa farmene. La verità è che le lingue, tutte le lingue, e ovviamente le loro culture, nel mondo contemporaneo, con l'avvento della IT - Informazione Tecnologica - sono destinate ad avere identità diverse da quelle che le hanno caratterizzato per secoli. Per alcuni studiosi questa è la quarta rivoluzione non ancora conclusa e completata: la "Infosfera". Dopo Copernico, Darwin e Freud, questa in corso è destinata a mescolare tutto. 

Se penso a come iniziai a studiare la lingua, quella che oggi è sotto processo per tentato "assassinio" soltanto una manciata di anni fa, mi vien da sorridere. Ne ho scritto in diverse occasioni sul mio blog e non è il caso che mi ripeta. Quando ero ancora "in cattedra" a scuola, mi sono trovato spesso in conflitto con i docenti di lettere di tutti gli istituti superiori della Scuola italiana. 

Ho dovuto litigare con i cari colleghi di latino e greco i quali hanno sempre avuto uno spazio egemone, decisivo e determinante nella formazione culturale degli studenti italiani. Hanno sempre ritenuto che il latino non era una "lingua morta" e le poche ore che che fino a pochi anni fa venivano assegnate allo studio delle lingue moderne, in particolare all'inglese, era tempo perso. 

Non si sono mai resi conto che fuori dalle mura della scuola il mondo stava cambiando inesorabilmente. Radio, cinema, televisione, telefono, fino all'arrivo del Commodore 64 agli inizi degli anni ottanta, il primo pc alla portata di tutti, insieme alla diversa visione della cultura diventata improvvisamente un immenso "ipertesto" globale, avrebbe trasformato non solo la comunicazione linguistica, ma gli stessi contenuti culturali.

Adesso scoprono che ci sono troppi termini stranieri nella lingua italiana, troppi anglicismi, forestierismi, barbarismi, deviazioni linguistiche che danno vita a deviazioni mentali e culturali. Non si tratta di voler fare gli americani, ricordando una famosa canzone di Renato Carosone in auge negli anni cinquanta. In effetti il famoso musicista, con la famosa canzone "Tu vuò fà l'americano" anticipava la storia. 

Non credete a chi dice, teme e scrive che l'italiano sta prendendo il posto del latino nello status di "lingua morta". Il latino non è mai morto, nè tanto meno quel possente antico "mostro" del greco antico. Sia l'una che l'altra, sono lingue essenziali e decisive per lo studio delle lingue moderne e per la costruzione di una vera identità europea ed occidentale destinata a confrontarsi dall'interno della cultura greco-latina e mediterranea, non solo con quella anglo-americana, ma con altre ben diverse come la cultura araba e quella orientale. 

Quello a cui dobbiamo state attenti quando si parla di anglicismi e di invasione linguistica, per quanto riguarda specialmente noi Italiani, è il travaso dell'inglese nell'italiano. La voglia di fare non solo gli americani, alla Carosone, ma di atteggiarsi ad essere "globish", parola che sta per "global english", atteggiarsi e credere di conoscere davvero l'inglese. Questi anglicismi di cui di parla e si legge nel Parlamento e nel Paese Italia, sono pseudo anglicismi che nessun anglofono comprende davvero. Sono parole inglesi usate quasi sempre in senso diverso. "Ad usum delphini" è il caso di dire, anche se il "delfino" non è morto e non è fesso! 

Questo articolo è stato pubblicato qui

Commenti all'articolo

  • Di Osvaldo Duilio Rossi (---.---.---.199) 20 settembre 2017 13:28
    Osvaldo Duilio Rossi

    La lingua italiana è in crisi ormai da molto tempo.

    Lo constatavamo già in un convegno del 2012 dove questa relazione testimoniava la crisi a livello istituzionale (europeo): http://www.xos.it/Gerarchie-linguis...

  • Di Antonio Gallo (---.---.---.219) 20 settembre 2017 14:43
    Antonio Gallo

    Grazie per questa interessante relazione. Se l’etimologia della parola "crisi" deriva dal verbo greco krino = separare, cernere, in senso più lato, discernere, giudicare, valutare, nell’uso comune ha assunto un’accezione alquanto negativa che non mi sento di condividere in toto. Sono più propenso a cogliere dall’etimo anche una sfumatura positiva, in quanto momento di crisi cioè di riflessione, di valutazione, di discernimento, fermo restante il concetto che le "cose" del mondo e quindi anche delle lingue, non sono destinate a rimanere sempre le stesse. 

  • Di zop (---.---.---.219) 20 settembre 2017 14:57

    Ciao, il titolo allarmistico del giornale a cui fai riferimento in realtà riguarda un dato che si evince dai dizionari Zingarelli e Devoto Oli riferito ai neologismi: il dato è riconosciuto anche da studiosi negazionisti come Giuseppe Antonelli: dal 2000 quasi una nuova parola su due è in inglese. Sullo sterminio delle lingue per l’espansione dell’inglese ti segnalo se vuoi un libro: Claude Hagège, Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano 2002.

    Ma il punto è un altro, venendo all’italiano: sono d’accordo con te che il problema è nel travaso dell’inglese nella nostra lingua che è rappresentato spesso da pesudoanglicismi, anglicismi decurtati, anglicismi con significati parziali ecc... che dipendono dagli italiani. Purtroppo non dipendono più come un tempo dal privilegiare la "lingua dell’ok" dal basso, ma ormai sono sempre più imposti dall’alto, dal linguaggio dei mezzi di informazione, della politica, e dalle espansioni delle multinazionali che hanno imposto per es. nel mondo del lavoro un itanglese sempre meno comprensibile ai non addetti. In particolare il libro è uno studio basato sui numeri, sulle ricerche delle frequenze che si possono controllare su Ngram, e sugli archivi digitali dei giornali. Si dimostra, misura e quantifica l’aumento degli anglicismi per numero, per frequenza, per penetrazione nel linguaggio comune. Numeri alla mano si smontano molte argomentazioni dei negazionisti... però va letto perché altrimenti si ripetono luoghi comuni che non gli appartengono... se vuoi, qualche numero è riportato anche su un blog: https://diciamoloinitaliano.wordpre..., insieme alle interpretazioni che, queste sì, si possono o meno condividere. Ci tengo a precisare che il mio studio non è il solito allarme "becero" come tanti ne sono stati lanciati in passato e anche oggi, è una pubblicazione seria che presenta dati inediti e basati sullo studio del fenomeno degli ultimi 30 anni. Si può dissentire dalle interpretazioni ma non dai numeri. Nessun purismo, nessuna chiusura all’evoluzione della lingua, anzi. Un saluto. Antonio Zoppetti

    • Di Antonio Gallo (---.---.---.219) 20 settembre 2017 15:15
      Antonio Gallo

      Grazie Antonio Zoppetti per questo tuo intervento. Segnala la necessità di una sensibilità linguistica che nasca da una base "identitaria" che temo il nostro Bel Paese stia perdendo. Un discorso molto lungo e anche complesso, difficile da farsi in un contesto "social" come questo frammentato e dispersivo in partenza. Ciò non toglie che vale la pena affrontarlo e tenerlo vivo. 

  • Di pv21 (---.---.---.253) 20 settembre 2017 19:28

    Nota > Con 140 caratteri (tweet) si vuole esprimere un’idea, un commento, un giudizio che lasci "traccia". Tornano quindi utili anche le provocazioni.

    Difficile che siano la "sintesi" di meditate riflessioni; tanto meno linguistiche.

    Di analfabetismo on-line sono i già tanti affetti da Pescitudine ...

  • Di pv21 (---.---.---.253) 20 settembre 2017 19:36

    Refuso > "Di analfabetismo on-line sono prova i già tanti ... Pardon

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