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Delocalizzazione

 

 Da alcuni anni le aziende Italiane hanno intrapreso il processo di Delocalizzazione, affidato spesso a vere e proprie figure professionali come il Delocalizzatore. Ora sorvolando sull’aspetto ridicolo della questione, ovvero il cercare di legittimare con altisonanti parole un processo che è essenzialmente inaccettabile, soffermiamoci sugli aspetti pratici ed assolutamente non etici del fenomeno.

Tutte le grandi aziende Italiane hanno raggiunto lo status di grande azienda dal secondo dopoguerra in poi grazie all’ingegno e l’abnegazione di lavoratori Italiani, grazie al denaro sborsato da Italiani per acquistare i loro prodotti, dall’ausilio dei vari Governi Italiani che spesso hanno provveduto a salvarle da gravi crisi, e dalla disponibilità delle banche Italiane che hanno spesso chiuso un occhio, se non tutti e due, dinanzi a questioni finanziarie difficili.

Ora queste grandi aziende Italiane, che non hanno mai investito seriamente in ricerca e sviluppo in modo da realizzare prodotti altamente tecnologici (a prescindere dal settore) e quindi poco sensibili al costo della manodopera, allegramente e disinvoltamente si affidano alla Delocalizzazione per sopperire alle manchevolezze di un management di incapaci strapagati. La soluzione, acquistabile anche come pacchetto da aziende di servizi apposite, consiste nel chiudere i centri produttivi in Italia e aprirli in paesi dove è ancora possibile sottopagare la manodopera, quindi in tutti quei paesi in via di sviluppo, dove i diritti dell’uomo e del lavoratore sono ancora molto lontani da venire.

Soluzione paradisiaca per i nostri miopi imprenditori dato che in un colpo solo riescono a limitare le spese sia della manodopera sia del centro ricerca e sviluppo,  che in contesto normale dovrebbe appunto servire per differenziare la tipologia di prodotti in modo da lasciare a paesi come la Cina la produzione su larghissima scala di oggetti a basso contenuto tecnologico e dal basso costo unitario e realizzare in Italia una moltitudine di prodotti d’eccellenza, per forza di cose non realizzabili in contesti come quello cinese dove il sistema produttivo è basato sulla bassissima specializzazione della manodopera e la realizzazione di altissimi volumi di uno stesso prodotto (almeno per ora).

Orbene mi chiedo in primo luogo come pensino i Nostri Industriali che si sentano quelle decine di migliaia di lavoratori messi in cassa integrazione e poi inesorabilmente licenziati, in secondo luogo a cosa servano ancora i sindacati in Italia, ed infine come possano permettere le istituzioni che si perseveri in questo atto scriteriato chiamato Delocalizzazione. In ultima analisi finiamocela di lamentarci con i falsi prodotti Cinesi, quando i primi a produrre falsi siamo proprio noi Italiani apponendo il marchio Made in Italy su oggetti che di Made in Italy non hanno proprio un bel niente.  E non si offendano quei pochi e ben noti imprenditori virtuosi che mantengono tutto il processo produttivo in Italia, non sono chiamati in causa, e comunque a costoro tutti noi siamo grati.

Resta l’ultima e più grave delle questioni, paesi come la Cina a breve impediranno lo sfruttamento della propria forza lavoro da parte di multinazionali straniere, ovvero non appena avranno consolidato la nuova classe dirigente  e prodotto una moltitudine di tecnici, fisici, chimici ed economisti, in rapidissima formazione, a quel punto provvederanno alla produzione in proprio e con marchi propri, rinviando ai natii paesi i furbi industriali ex titolari di aziende ex delocalizzate e futuri titolari di una coda tra le gambe. Gli scettici sappiano che i primi furbetti ad aver spostato tutta la produzione in oriente (soprattutto tessile) convinti di fare affari d’oro sono già ritornati poveri in Patria,  beffati proprio da coloro che speravano di sfruttare.

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