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Crisi di Governo: ultime dal laboratorio italiano

Il motivo che mi ha spinto a scrivere poco della crisi di governo è che tutto quello che si sta sviluppando sotto i nostri occhi può tranquillamente essere classificato alla voce “topi intrappolati in un laboratorio“, e quindi c’è in complesso poco da aggiungere a quanto sta assai prevedibilmente sviluppandosi.

Come ad ogni stanchissimo rito di questo genere, abbiamo analisi sul filo della psicopatologia, dirette televisive di parecchie ore centrate sul nulla e sugli immancabili “esperti” di cupio vacui, il totonomi dei ministri, che pure dovrebbe essere successivo al raggiungimento di un accordo “programmatico”, e tante, tante, tante pagine di seghe mentali sui nostri moribondi giornali-buca delle lettere.

Motivo per cui questo post va considerato come un semplice punto nave, in attesa di scorgere nuovi scogli verso cui dirigersi. Ieri il Pd ha distillato i suoi meta-punti programmatici, con cui negoziare col M5S. Come avrebbe detto Einstein, la definizione di follia è ripetere la stessa cosa ed attendersi ogni volta esiti differenti.

Cosa potrà mai consentire che il “contratto” tra Pd e M5S produca esiti differenti e meno disfunzionali di quello tra M5S e Lega, se ormai il Paese è scosso da convulsioni i cui tempi e modi sono dettati sui social network, e che la stampa è costretta ad amplificare per dovere (spesso zelante) di cronaca?

Inutile anche perdere troppo tempo analizzando i singoli punti. Chiedere ai pentastellati di abbandonare le suggestioni autoritarie e totalitarie della democrazia diretta riaffermando la “centralità del parlamento” e della democrazia rappresentativa non saprei dire se mi fa più tenerezza o incazzare.

È possibile che ai grillini della democrazia diretta freghi il giusto, cioè nulla, e che la priorità sia evitare di prendere una randellata elettorale tale da consegnare alla pattumiera della storia italiana (che peraltro ormai trabocca e insozza le strade, in uno scenario romano) anche questo “esperimento” di ingegneria sociale in un paese di analfabeti funzionali.

Il punto programmatico che potrebbe fare da collante vero di questa decrepitamente futuribile “coalizione a ripetere” è uno ed uno solo:

Una svolta delle ricette economiche e sociali a segnare da subito un governo di rinnovamento in una chiave redistributiva;

Scritto sotto dettatura di Romano Prodi, indiscusso maestro del fischietto ad ultrasuoni nei dintorni di quella agglomerazione che gli antropologi chiamano centrosinistra. Ed anche in questo caso, vedrete, se mai questo governo vedrà la luce, avremo cibo per i teatrini televisivi e per il giochino “ma questa patrimoniale che esclude i titoli di stato è di sinistra, signora mia?”. Del resto, vi ho già detto molto tempo addietro che questo è il paese che sta divorando se stesso, no?

Il laboratorio italiano non è solo affollato di topi in trappola ma anche di mute di cani di Pavlov. Che sono quelli che iniziano a salivare leggendo la parola in codice “condono”, contrapposti a quelli che producono la stessa reazione ma di fronte alla parola in codice “redistribuzione”. Poi ci sono quelli che, dopo aver letto quanto sopra, mi risponderanno con un bel “ah, allora meglio Salvini?”. Con cristiana rassegnazione, ribadisco che è meglio che il signor Salvini arrivi a mettere le mani sul quadro comandi, da solo.

Prima ciò accadrà, prima il personaggio si frantumerà denti, gambe e schiena, e prima verrà archiviato. E con lui la sua aura di condottiero e stratega, che semplicemente non possiede. Un governicchio “redistributivo”, non farà altro che servire a Salvini l’assist per stravincere alle elezioni del prossimo anno. E pure vincere da solo, senza cespugli di estrema destra o di centro biologicamente esausto e da compostare.

Come ho scritto un paio di anni addietro, ci sono due modi di promettere la luna ai Ciaula italiani. Il primo è quello di farneticare di “redistribuzione”, promettere di “far piangere i ricchi” e poi andare a prendersi “alla Petrolini” i soldi dei poveri, che sono tanti e quindi danno gettito vero. Il secondo modo è quello di invocare deficit per sfidare le immaginarie euro-truppe di occupazione e delirare di moltiplicatori che ripagheranno il deficit “senza mettere le mani in tasca agli italiani”, anzi lasciando pure un sovrappiù di soldini, da fare invidia alla Fatina del Dentino. Secondo voi, in una gara di promesse tra farneticazione e delirio, chi vince la semifinale? Io un’idea ce l’avrei. In finale vince ovviamente la realtà.

Gli italiani pare non siano ricardiani, nelle loro reazioni alle promesse di deficit. Altrimenti punirebbero duramente chi si presenta alle elezioni con programmi di nuovi buchi nei conti pubblici. E questo lo abbiamo acquisito. Certo, si può sempre sperare che lo divengano ma meglio non farsi troppe illusioni. Ma nel paese che si è bevuto d’un fiato la vodka al metanolo di Quota 100 che avrebbe fatto esplodere l’occupazione o del reddito di cittadinanza che avrebbe permesso di trovar lavoro grazie ai navigator, nulla è impossibile. Anche promettere di stampare foglietti di carta colorata da usare come denaro.

 

Certo, quando arriveremo al dunque vedremo i topi italiani cercare disperatamente di allontanare da sé quei foglietti di carta colorata, sospingendoli verso i vicini di casa, gli amici ed i parenti. Che poi è esattamente quello che ci si attende da topi in trappola in un laboratorio di scorie altamente tossiche, no?

Per questo credo serva che i topi più aggressivi vengano messi in condizione di far saltare in aria il laboratorio medesimo, finendo sotto le macerie. Perché mai come in questo momento storico l’inadeguatezza dell’Italia all’habitat globale è stata così evidente. La scelta ricorrente è solo tra una specie di roditori “mutati” e dal potenziale distruttivo ed altri più tranquilli, in grado di arredare il laboratorio, non potendo uscirne. Oggi questa seconda specie appare minoritaria tra la popolazione di roditori sovreccitati, ed è pure pesantemente infiltrata da topi-lupi travestiti da topi-agnelli. Di colore giallo, precisamente.

Su tutto, urge una riforma costituzionale che parta dall’articolo 1:

L’Italia è una repubblica democratica [come la DDR, ndPh.], fondata su crisi di sistema. Il sovranismo appartiene al popolo, che lo esercita nelle forme e nei limiti della realtà.

P.S. Se avete amici anglofoni e volete spiegare loro che sta accadendo in Italia (e se pensate che parlare di topi in trappola vi farebbe passare per pazzi), potete usare questo comodo template di Sandro Brusco.

Foto: Governo italiano/Flickr

Questo articolo è stato pubblicato qui

Commenti all'articolo

  • Di pv21 (---.---.---.134) 25 agosto 19:58

    Occhio !! > Nessun aspirante leader accetta di sembrare la “controfigura” di un altro concorrente. Nei fatti.

    Cambiano i rispettivi discorsi, ma non natura-tecnica mediatica di chi li espone.

    POCHI progetti subito fattibili contro una marea di future migliorie.

    SCOPO non è di regolare e superare i molteplici problemi del paese quanto di alimentare il consenso subitaneo di specifiche categorie e comunità.

    Così: più si assomigliano e più si attaccano.

     

    Ergo. Conviene quanto prima tracciare una linea di stop.

    GUARDARE alla sostanza e non alla forma.

    Governare la realtà di una nazione non è blandire la PESCITUDINE di chi …

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