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Coppa del Mondo per club: c’era una volta in America (del Sud)

Da circa un decennio il calcio di club sudamericano è alle prese con una profonda involuzione...

 Sabato scorso il Real Madrid, superando di slancio l'Al Ain (formazione degli Emirati Arabi), si è aggiudicato per la terza volta di seguito - la quarta negli ultimi cinque anni - il Titolo Mondiale per club, per una impressionante sequela di trionfi che, oltre a certificare con tanto di timbratura istituzionale il particolare periodo di grazia del team iberico, rispecchia in maniera irrefutabile il declino inesorabile e prolungato del calcio sudamericano, almeno a livello di club, che ormai si protrae da oltre un paio di lustri.

In effetti, da quando la Coppa Intercontinentale è stata relegata in soffitta (era il 2005) per far spazio alla più evoluta, cosmopolita ed avveniristica Coppa del Mondo per club, per il football d'oltre oceano il prestigio è iniziato a latitare, a tutto vantaggio delle società europee. Dopo le apoteosi illusorie del San Paolo e dell'Internacional (vittoriose rispettivamente sul Liverpool e sul Barcellona), infatti, a partire dal 2007 sarebbero arrivati in rapida successione le affermazioni di Milan, Manchester Utd, Barcellona, Inter ed ancora Barcellona; quindi, dopo la parentesi del Corinthians (che nel 2012 prevalse sul più accreditato Chelsea), a partire dal 2013, con l'exploit del Bayern Monaco, i club dell'America latina sarebbero letteralmente scomparsi dai radar della gloria, fallendo in certi casi persino la Finale, come accaduto in quest'ultima rassegna col River Plate, rappresentativa di un'Argentina che non sale in cima al Globo addirittura dal 2003, quando il Boca Jrs (finalista dell'ultima Copa Libertadores) affossò le aspirazioni del Milan. Insomma, il calcio del Sudamerica del terzo millennio è andato incontro ad una marcata involuzione di cui non si hanno precedenti.

Una crisi dovuta principalmente, non alla penuria di talenti, bensì alle campagne aggressive delle società del vecchio continente, che hanno “saccheggiato” territori da sempre ricchi di... ”giacimenti di petrolio”, vale a dire di campioncini in erba che hanno provveduto a comprare a prezzi popolari per poi... raffinarli e trasformarli in veri fuoriclasse fatti e finiti. Per una sorta di colonialismo che ha avuto come conseguenza principale l'impoverimento del calcio dell'America latina, con ripercussioni evidenti in termini di trionfi internazionali, coi team brasiliani ed argentini sempre più assoggettati ai nuovi “conquistadores”, costretti ad assistere impotenti alla scomparsa di un'epoca fulgida e forse irripetibile.

Un'epoca in cui i club latino-americani si spartivano col resto d'Europa il credito elargito dalla gloria, rivaleggiando a fronte alta (e con risultati egregi) con formazioni d'alto lignaggio come il Bayern Monaco, il Milan, la Juventus o lo stesso Real Madrid, smorzandone in più di un'occasione le superbe aspirazioni: fra gli exploit eclatanti rimembriamo quello compiuto dal Santos di Pelè nel 1963 a scapito del Milan di Rivera e Altafini e quello riuscito al Boca Jrs di M. Palermo nel 2000 ai danni del Real Madrid di Roberto Carlos e Raul; ma potremmo citare anche quelli del San Paolo, che fra il '92 ed '93 riuscì ad affossare le brame di potere di Barcellona e Milan, coi rossoneri di F. Capello che l'anno seguente avrebbero pagato dazio anche agli argentini del Velez Sarsfield.

Imprese d'antan che oggi ci appaiono distanti anni luce, inglobate in uno spazio temporale ormai terribilmente oscurato dalle galassie del calcio moderno, che evidentemente fatica a contemplare un maggior equilibrio intercontinentale, per un calcio che in futuro rischia di scivolare in un dislivello forse irreversibile. Per un fenomeno che nell'era della globalizzazione assoluta stride non poco con la realtà.

 
 

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