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Cold war di Paweł Pawlikowski

Io e te un grande amore e niente più... è solo una canzone di Peppino De' Capri, per coloro che avendo numerose decine d'anni ebbero la fortuna di ascoltarlo. Il grande amore che qui il talentuoso regista polacco Pawel Pawlikowski – Oscar 2015 al miglior film straniero con Ida, stessa protagonista Joanna Kulig – ha voluto trasporre è quello tra i suoi genitori “morti nell'89 prima della caduta del Muro di Berlino, per 40 anni insieme a prendersi, mollarsi e riprendersi da una parte all'altra della Cortina di Ferro” (lo scrive Federico Pontiggia sul Fatto Quotidiano). 

Il regista ha rammentato che “erano due persone forti e meravigliose, ma come coppia un disastro totale”: accade qualche volta che due persone ottime, nella coppia (convivenza) non esprimono tutto intero il loro valore, la somma degli addendi è inferiore al valore complessivo dei singoli.

Come i genitori del regista si chiamano i due protagonisti del film, Zula, cantante e ballerina e Wiktor (Tomasz Kot), pianista. Wiktor ricorre la Polonia dopo la guerra, nel '49 visita villaggi e registra canzoni popolari, tradizionali dei vari luoghi. Con una sua collaboratrice tiene l'audizione di candidati per formare un gruppo di cantanti e ballerini: l'audizione della “popolana” Zula è galeotta, rimane stregato dal carattere, la determinazione e lo sguardo forte della ragazza, lei è interessato a me in generale o a come canto? Si adocchiano e si fiutano a vicenda, un grande amore non ha bisogno di troppe parole: è Zula stessa a dire che staranno insieme sempre e comunque, fino alla fine del mondo.

Un loro agente, che si presenta come “dirigente amministrativo”, instrada il gruppo formatosi nel '51 verso un repertorio che dia lustro al regime, gli artisti si esibiscono ma è il partito che si mette in mostra. Il ministro (verosimilmente di un “minculpop” polacco) ne ha tutto l'interesse e fa procurare date e sedi importanti. Nel '52, a Berlino, Wiktor passa il confine verso l'ovest, la aspetta dopo l'esibizione ma lei è trattenuta dal dirigente amministrativo e dai suoi stessi dubbi, è sorvegliata come informatrice. Rivediamo lui a Parigi nel '54, suona nel locale Eclipse, qui si sente il sax e la musica sa di America, è lontana dai cori osannanti dell'est. Si rivedono e riamano, non sarei scappata senza te, Zula rimprovera l'amante. Un altro incontro avviene in Iugoslavia nel '55, ad un'esibizione il ritratto di Stalin dal sorriso beffardo campeggia dietro gli artisti in un concerto. Si piacciono sempre, ma negli incontri i loro caratteri forti alimentano burrasche. Nulla di melenso è contenuto nel film.

Rientrerà in Polonia nel '59, Wiktor, per riaverla, sconta anni di prigione e Zula lo aiuta a uscirne. Si sposano loro due soli nel '64, scendono da una corriera ad una chiesa diroccata e sperduta nei campi, che già si è vista ad inizio film, c'è solo una candela e la loro promessa, “finché morte non ci separi”. Si spartiscono pochi chicchi di riso i due, Zula ne dà qualcuno in più a lui. Lei non considera validi altri suoi matrimoni, perché non celebrati in chiesa … la Chiesa cattolica, imperante nelle coscienze accanto al regime, che invece si occupava delLe vite degli altri. Si può supporre che non vissero felici e contenti né sereni, come i genitori del regista, ma il loro sedersi su una panchina accanto a quella chiesa in un paesaggio cupo e Zula che gli dice Andiamo da un'altra parte, lì la vista sarà migliore, sembra già una bellissima luna di miele.

E' bianco e nero anche questo nuovo film del regista, fatto a quadri ben divisi che ritraggono i due nelle varie città in cui si rivedono; i suoi film sembrano far parte di un percorso interiore, ma il colore non manca, è nei sentimenti. Bello e appassionato, l'amore struggente si sente e si coglie: al prossimo Oscar per il miglior film straniero concorrerà con Roma di Cuaròn ma, parere personale, l'italiano Dogman lo meriterebbe più di tutti.

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