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Che cos’è la rivoluzione digitale. Tre libri per (tentare di) capirci qualcosa

C'èra una volta il mondo analogico (dal greco ἀναλογικός, ottenuto per analogia), quello in cui i cosiddetti "dispositivi analogici" simulavano la riproduzione di fenomeni fisici, come la diffusione della musica o della voce umana. L'avvento dell'elettronica analogica fu una grande scommessa vinta: finalmente, i segnali del mondo reale (suoni, voci, rumori, musica, immagini, ecc...) potevano essere acquisiti e riprodotti su un supporto fisico (un nastro, un disco) e amplificati attraverso sistemi elettronici più o meno complessi. 

Radio, televisione e sistemi di riproduzione musicale di vario genere sono i figli di quella prima grande rivoluzione. Ma quando è esattamente che tutto questo è cambiato? Non è ancora così che avviene la riproduzione dei segnali del mondo esterno, per "analogia"? Assolutamente no, oggi è tutto diverso , ma facciamo fatica a rendercene conto perché nella rivoluzione digitale siamo ancora completamente immersi. Per non fare come quegli uomini che all'inizio del secolo scorso accettarono di buon grado di acquistare una delle prime automobili e di vendersi (o mangiarsi) il cavallo senza farsi troppe domande sul futuro, vi proponiamo tre libri, indispensabili per provare a capirci qualcosa di questa rivoluzione digitale, ammesso che di rivoluzione si tratti.

Il primo libro che propongo è Storia dei media digitali. Rivoluzioni e continuità di Gabriele Balbi e Paolo Magaudda (Laterza, Roma Bari, 2014). La tesi di fondo dei due studiosi è che parlare di rivoluzione è insieme una tentazione e una semplificazione perché che i cambiamenti sarebbero stati impetuosi era chiaro sin dal 1965 quando Gordon Moore, fondatore della Intel, in riferimento ai computer e al loro futuro sviluppo formulò la legge che avrebbe preso poi il suo nome: «La complessità di un microcircuito, misurata ad esempio tramite il numero di transistori per chip, raddoppia ogni 18 mesi (e quadruplica quindi ogni 3 anni)». Secondo Balbi e Magaudda il fenomeno della digitalizzazione è un percorso non lineare ma in continuità con il progresso tecnologico. Non esisono "fratture" tra il mondo analogico e quello digitale. La digitalizzazione consiste nella numerizzazione - ovvero nella conversione in cifre - dei contenuti prima espressi in linguaggi differenti (dall’inglese DIGIT, cifra). Il fatto che si sia pensato di digitalizzare i contenuti attraverso stringhe di 0 e 1 chiamate BIT ha enormemente semplificato e reso più economico il processo di decodifica. Detto in altri termini, la sovrapposizione tra digitalizzazione e linguaggio binario è uno dei passaggi decisivi che ha caratterizzato la diffusione simbolica e materiale dei media digitali nella cultura contemporanea. E la digitalizzazione dei media analogici tradizionali è iniziata proprio dalla musica: il primo strumento analogico ad essere lasciato (o messo) in soffitta è stato il giradischi: dal Compact Disc allo standard Mp3 il passaggio fu poi tanto inevitabile quanto repentino (passando per Napster fino ad arrivare a Spotify). Nel 1990 fu il software Photoshop ad aprire le danze (il termine "fotoscioppare" è entrato nel dizionario treccani nel 2008!) per la digitalizzazione delle fotografie. L’anno 2012 è stato carico di simboli a questo proposto. Una piccola società specializzata in fotografia digitale, di nome Instagram, fu allora rilevata da Facebook per un miliardo di dollari. Contava tredici dipendenti. Quasi nello stesso momento, la più grande azienda di sviluppo fotografico su pellicola, che contava 145.000 impiegati dichiarò fallimento. Oggi, mentre scriviamo, Facebook è divenuto il più grande archivio fotografico del pianeta (nel 2013 conteneva già circa 250 miliardi di foto). Cinema, video e libri hanno seguito (e in parte subito) la stessa inesorabile sorte.

Il secondo ed il terzo libro che voglio proporre ci avvicinano di più al mondo (quasi) completamente digitalizzato di oggi, ma partendo da tanti anni fa e con prospettive differenti. Iniziamo da quello di Franklin Foer, già direttore della rivista americana The New Republic. La domanda che si pone Foer in "I nuovi poteri forti. Come Google, Apple, Facebook e Amazon pensano per noi" (edito da Longanesi) è la seguente: al di là degli aspetti prettamente tecnologici e ingegneristici, esiste una filosofia, un pensiero, una visione che ha spinto in avanti alcuni pionieri del digitale - lui li definisce "padri fondatori" - portandoli a diventare quei giganti tecnologici che oggi hanno colonizzato in quasi ogni sua parte Internet? La sua risposta è certamente affermativa: "I big tech ritengono che l'uomo sia fondamentalmente un essere sociale, fatto per l'esistenza collettiva, ripongono la loro fiducia nella Rete, nella saggezza della folla e nella collaborazione, coltivano un desiderio profondo di porre rimedio all'aotmizzazine della società. Ricudendo il mondo, lo cureranno dai mali che lo affliggono". Secondo Foer la brama di monopolio della Silicon Valley (spesso consapevolmente costruita a per il "bene" della società nel suo complesso) risale alla controcultura degli anni Sessanta americana, all'interno della quale emersero concetti "fondanti" della nuova cultura digitale. Un esempio? "Se vai a San Francisco metti dei fiori tra i capelli, lì incontrerai delle persone gentili" e "C'è una intera generazione con una nuova spiegazione", sono le frasi chiave cantate da Scott McKenzie nel 1967, in un brano scritto per promuovere il Festival di Monterey, riconosciuto come l'inizio del movimento hippie in quella che passò alla storia come la ''Summer of Love'' quando le strade del quartiere Haitght Ashbury di San Francisco si colorarono con i vestiti di migliaia di giovani, che ascolatavano acid rock e consumavano Lsd. Fu la nascita di un movimento internazionale, una ribellione contro le istituzioni, la classe media, le armi nucleari, che dalla California si diffuse in tutto il mondo, dove nacquero versioni locali della stessa protesta pacifista. E non solo. Lì, in quell'adunata di 200.000 "intimi sconosciuti" si è formata l'idea che fosse possibile, finalmente, socializzare tutto, anche l'individualismo, che tutto insomma, era sociale. Vi ricorda qualcosa? Si trattavia di una ribellione condivisa che prendendo i n prestito le parole di Sennet rivelava “una personalità collettiva generata da una fantasia comune". Il punto è che le decine di migliaia di giovani che invasero San Francisco nel 1967 erano i figli della "tecnocrazia", il prodotto di quello stesso mostro della società post-industriale che cercavano di fuggire. Più si diventava atomizzati e soli, separati dalla comunità tradizionale, più ci si innamorava dell’idea del sociale. E' lì che va cercata l'origine del celebre "Think different" di Steve Jobs, ma anche il "Don’t be evil" di Google, o ancora il "To make the world more open and connected" di Facebook. Niente di nuovo, o meglio, niente di tecnologico. 

L'ultimo libro suggerito è quello, sicuramente più noto nel nostro Paese, di Alessandro Baricco, The Game. Più che un saggio è un racconto, molto personale, di come l'autore abbia iniziato a fare i conti con questa trasformazione. Dall'analogico al digitale, senza alcuna possibilità di ritorno allo status precedente. Come ci siamo passati senza rendercene conto? Baricco definisce i "padri dell'insurrezione digitale" quegli ingegneri che intercettarono per primi il fastidio e l'insoddisfazione prodotti da una cultura che era si di massa, ma ancora generata e gestita da una ristretta èlite novecentesca. Cercavano una terra promessa e la trovarono in Internet. "Stavano cercando un mondo, e istintivamente se lo immaginavano con il design e l'architettura logica di un videogame". Tra questi pionieri Baricco ricorda soprattutto lui, Steward Brand, il creatore del "Whole earth catalog", la rivista che sul finire degli anni '60 secolo scorso trasformò i concetti visionari della controcultura americana in qualcosa di tangibile e alla portata di tutti. All'interno del catalogo Brand raccolse ed elencò i migliori attrezzi e libri che si potevano trovare al mondo con immagini, analisi ed usi, prezzi e fornitori. La trasposizione di quell'elenco in formato digitale diete vita alla prima architettura pubblica di quello che oggi chiamiamo World Wide Web. E così entrava prepotentemente in gioco uno dei concetti fondanti dell'intero passaggio dall'analogico al digitale: il "tutto" per tutti. Tutti i libri, tutta la cultura, tutta la musica, tutti i film, tutte le serie tv, tutte le strade, tutti i ristoranti, ecc.. Solo in questo modo, considerando questo tutto che prima era solo immaginabile, possiamo capire l'ansia, talvolta la rabbia, il desiderio di "navigare" e di muoversi velocemente, senza mediazioni o intermediari, verso quello che prima era inaccessibile, propria di ogni protagonista di quella che possiamo definire una "pseudo-rivoluzione". "Stay hungry, stay foolish". Rimanete affamati, rimanete folli. Così Steve Jobs consluse con queste parole il suo discorso all'Università di Stanford il 12 giugno 2005 divenute un mantra per molti giovani ma anche per molti manager e persone di successo. Non erano parole sue ma di Brand, prese direttamente dal Whole Earth Catalog. A questo punto, mi sembra ovvio, ve ne consiglio la lettura

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