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Centrafrica, altri massacri di civili e le Nazioni Unite stanno a guardare

Mentre il governo democraticamente eletto controlla poco più del territorio della capitale Bangui e la missione di peacekeeping delle Nazioni Unite (arrivata a 12.870 uomini, di cui 10.750 armati) continua a stazionare nel paese, i massacri in corso dal 2013 nella Repubblica Centrafricana vanno avanti, interessando di volta in volta varie regioni del paese.

Ora tocca alla prefettura di Basse-Kotto, dove da mesi imperversa l’Unione per la pace in Africa centrale (Upc), che – nonostante la denominazione – è un ferocissimo gruppo armato a maggioranza musulmana fuoriuscito dalla coalizione Seleka, protagonista del colpo di stato del 2013.

Nell’ennesimo sviluppo di un conflitto le cui dimensioni settarie e religiose si sono fatte via via sempre più evidenti, l’Upc ha preso di mira le comunità cristiane della prefettura di Basse-Kotto, giudicate colpevoli in massa della pulizia etnica del 2014 portata avanti dai gruppi armati cristiani denominati “anti-balaka” contro i musulmani dell’ovest del paese.

Uno dei peggiori recenti massacri è avvenuto nella città di Alidao l’8 maggio, con oltre 130 civili uccisi. Ma non è stato un episodio isolato: negli ultimi mesi l’Upc ha saccheggiato villaggi costringendo gli abitanti alla fuga e i suoi militanti si sono resi responsabili di stupri e torture inenarrabili. Alcune testimonianze sono riportate qui.

Secondo l’Osservatorio per i diritti umani in Africa centrale, oltre 100 sopravvissute alla violenza sessuale hanno lasciato la prefettura di Basse-Kotto per cercare protezione e cure nella capitale.

Il costo umano di questo conflitto apparentemente senza fine è terribile. Oltre un milione di persone sono state costrette a lasciare le loro terre e i loro villaggi: 438.700 sono rifugiate nella Repubblica Democratica del Congo, in Camerun e Ciad e un numero ancora maggiore – si stima 600.000, 100.000 dei quali solo da aprile – sopravvivono a stento all’interno della Repubblica Centrafricana, nella boscaglia, nelle chiese dei villaggi disabitati e persino sulle piccole isole del fiume Ubangi.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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