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Canada, le sterilizzazioni forzate delle donne native non sono un ricordo del passato

Quando nel 2001 “Lisa” (il suo vero nome è celato a tutela della sua privacy) è entrata in un ospedale dello stato canadese del Saskatchewan per partorire, non avrebbe mai immaginato di uscirne sterilizzata. Si disse certa di non aver dato il consenso e sentì il marito urlare “Io non firmo!”. Dopo l’intervento, il chirurgo esclamò: “Tagliato, legato, fatto. Da lì non uscirà più niente”.

La legatura delle tube come mezzo per controllare le nascite della popolazione nativa del Canada non è un ricordo del passato ma il frutto presente di pregiudizio e discriminazione secolari nei confronti delle donne indigene all’interno del sistema sanitario pubblico, un fatto ampiamente noto al governo.

Fino allo scorso anno, Amnesty International ha ricevuto denunce di donne sterilizzate contro la loro volontà, ingannate da dichiarazioni mediche secondo cui la procedura sarebbe stata reversibile o addirittura costrette a rimanere separate dai loro neonati fino a quando non avessero ceduto.

Sterilizzare donne senza il loro libero, totale e informato consenso è una forma di tortura. Misure per impedire le nascite all’interno di un gruppo etnico sono espressamente vietate dalla Convenzione per la prevenzione e la punizione del genocidio.

Ma torniamo nel Saskatchewan. Poco più di un anno fa, dopo che i media avevano denunciato che tra il 2008 e il 2012 un ospedale della città di Saskatoon aveva praticato almeno quattro sterilizzazioni forzate, un rapporto indipendente commissionato dalle autorità sanitarie locali ha rivelato che altre 16 donne avevano subito lo stesso trattamento dal 2005 al 2010, concludendo che “la pervasiva discriminazione strutturale e il razzismo nel sistema sanitario, nonostante i tentativi per rimediarvi, rimane inconfondibile”.

Dopo la pubblicazione del rapporto sull’ospedale di Saskatoon altre donne dello stato di Saskatchewan hanno denunciato di essere state sterilizzate contro la loro volontà. Lo stesso è accaduto in altri tre stati: Alberta, Manitoba e Ontario.

In Saskatchewan è stata anche promossa, nell’ottobre 2017, una class action in rappresentanza di oltre 60 donne native che denunciano di essere state sterilizzate negli ultimi 10-15 anni.

La situazione è dunque grave. Ma le autorità di Ottawa come si stanno muovendo?

Nel maggio 2018, durante la Revisione periodica universale, il governo canadese ha accettato la raccomandazione di “prendere tutte le misure necessarie per indagare sulle denunce di sterilizzazione forzata ai danni di donne appartenenti a gruppi vulnerabili, punire i responsabili e assistere le vittime.

Questo mese la ministra per gli Affari indigeni, Jane Philpott, ha ammesso che si tratta di “una grave violazioni dei diritti umani” e ha detto che il governo “deve garantire che queste pratiche cessino attraverso azioni politiche, di sensibilizzazione e nel campo dell’istruzione”.

Le cose potrebbero cambiare presto, ma è necessario premere sul governo canadese affinché rispetti gli impegni assunti. Questo è il senso dell’appello lanciato da Amnesty International Canada.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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