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Cambridge Analytica e Facebook | La politica ai tempi dei troll

Il 6 gennaio del 2017, la rivista italiana Internazionale traduceva e pubblicava a pagina 40 un articolo scritto da Hannes Grassegger e Mikael Krogerus per Das Magazin, noto giornale di "slow journalism" svizzero. Il titolo era "La politica ai tempi di Facebook". I giornalisti elvetici sostenevano di aver scoperto l'esistenza di una società che raccoglieva dati online attraverso Facebook per individuare con estrema accuratezza il profilo psicologico degli elettori ed influenzarli inviando messaggio personalizzati attraverso i social media. Questa società all'avanguardia era stata ingaggiata dai sostenitori della campagna pro-Brexit e da Donald Trump.

All'indomani dell'inaspettata vittoria del candidato repubblicano sul sito della società si leggeva il seguente comunicato: "Prendiamo atto con grande soddisfazione del fatto che il nostro rivoluzionario approccio alle comunicazioni basate sui dati ha svolto un ruolo centrale nella straordinaria vittoria del presidente eletto Trump". A firmare la nota era Alexander James Ashburner Nix, amministratore delegato della Cambridge Analytica.

Devo confessare che quando lo lessi provai una certa incredulità sebbene l'analisi scientifica del metodo utilizzato da Cambridge Analytica fosse dettagliata e inoppugnabile. Ma poteva essere davvero così? Poteva davvero una nuova tecnica di comunicazione inventata da uno sconosciuto ricercatore di nome Michal Kosinski essere in grado di influenzare milioni di persone simultaneamente sfruttando la potenza della rivoluzione digitale applicandovi dei semplici meccanismi di psicologia comportamentale? Mi ero risposto di no, che i due giornalisti avevano esagerato e che anzi, a lungo andare, questo tipo di informazione avrebbe alimentato ulteriormente le già troppo diffuse teorie del complotto. D'altra parte l'articolo di Internazionale riportava correttamente in calce la smentita della società: "Dopo la pubblicazione della versione in lingua tedesca di questo articolo, un portavoce della Cambridge Analytica ha diffuso un comunicato: "La Cambridge Analytica non usa dati tratti da Facebook. Non ha mai avuto rapporti con il dottor Michal Kosinski. La Cambridge Analytica non ha mai tentato di scoraggiare nessuno statunitense dal votare alle elezioni presidenziali. I suoi sforzi, anzi, sono stati esclusivamente rivolti a far crescere il numero dei partecipanti alle elezioni". Una smentita quasi convincente, nella sua schiettezza.

Ma poi arrivò arrivò la bomba. Esattamente un anno dopo, quando un'altra inchiesta giornalistica, questa volta dei più accreditati Guardian, Observer e New York Times rivelò che la società di analisi di dati Cambridge Analytica era legata all'ex consigliere di Trump, Steve Bannon, e aveva violato 50 milioni di profili Facebook per influenzare le elezioni statunitensi. Scandalo politico internazionale (non se ne ricordava uno simile dai tempi di Wikileaks), terremoto per Facebook, il fondatore Zuckerberg convocato davanti a Senato e Congresso USA e chiusura della Cambridge Analytica. Insomma: era tutto vero. 

E ora? Social media e politica hanno imparato la lezione? A giudicare dai recenti e inquietanti scenari che si aprono sempre di più davanti a noi occorre dire di no. Come giustamente osservava il giornalista bielorusso Evgeny Morozov, la comunicazione politica è decisamente la scienza che si è posta all'avanguardia nello sfruttamento delle potenzialità offerte dalla rivoluzione digitale. E non si fermerà un giro solo per perdere un po' di vantaggio. Blogger e influencer hanno però fatto un salto di qualità. Da operatori della comunicazione si stanno trasformando sempre più strateghi, spin doctor e generali di brigata. Al loro comando si fronteggiano ormai dei veri e propri eserciti di mercenari, assoldati (talvolta semplicemente indottrinati) per darsi battaglia sui campi sterminati dei social media (soprattutto Facebook e Twitter ovviamente) a colpi di hashtag e fake news. Da qualche anno abbiamo imparato ad identificarli (semplificandone un po' tipologie e motivazioni) con il nome di Troll (dal nome della creatura umanoide e malvagia della mitologia scandinava).

L'obiettivo? Sempre lo stesso, Cambridge Analytica docet: quello di spostare sempre più "agli estremi" la comunicazione e quindi influenzare e manipolare l'opinione pubblica. Le tecniche usate sono varie e ben assodate. I costi da sostenere abbastanza irrisori. Non importa cosa vogliate dire o propagandare, siano le dimissioni di Mattarella o la paura dei migranti.

Senza un esercito di Toll ben addestrati, pagati ed equipaggiati avete poca speranza di riuscire nel vostro intento. Uno scenario altrettanto turbante e inquietante? Forse più di quello di Cambridge Analytica, lo riconosco. Ma già qualche bombetta è esplosa a confermarcelo. Aspettiamo quella definitiva.

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