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Banche | Risparmio tradito, antica tradizione italiana

Egregio Titolare,

si sa che le banche hanno tradito il risparmio, proponendo a semplici cittadini investimenti rischiosi come se fossero sicuri. Le polizze “index linked”, ad esempio, contrabbandate come prodotti assicurativi, in modo da scansare – secondo loro – gli obblighi informativi correlati ai prodotti “finanziari”. E poi le obbligazioni “subordinate”, eccetera. La sorveglianza della Banca d’Italia e della Consob sono argomenti di questi giorni e portano a pensare che nulla nel nostro Paese sia destinato a funzionare.

di Massimo Burghignoli

Invece, caro Titolare, non è proprio così: la raccolta del pubblico risparmio a beneficio di chi ne sa profittare è assai ben organizzata e funziona benissimo. Grazie ad essa il denaro fatalmente abbandona i deboli, i disinformati, i fiduciosi, gli inefficienti. E non solo a beneficio delle banche.

Vediamo per esempio come funziona la raccolta statale, ancora per esempio con i BPF, Buoni Postali Fruttiferi, tesoretto dei piccoli risparmiatori al pari dei Bot e BTP. I BPF nascono nel lontano 1924, anno secondo dell’era fascista, caratterizzati da scadenze lunghe, addirittura trentennali, e, negli anni dell’inflazione a due cifre iniziarono a garantire rendimenti nominali elevati: 16,2% nel 1982; 12,30% l’anno successivo, e per un periodo decisamente superiore alle più ragionevoli proiezioni: addirittura 30 anni.

Era dunque folle lo Stato? Ma no, neppure per idea, perché nel momento in cui offriva questi rendimenti così allettanti, saggiamente si garantiva la possibilità di ridurli. Il Codice Postale nel 1974 (l. 588 del 25.11.1974) prevede infatti che i tassi di interesse potessero essere modificati da semplici decreti ministeriali, anche con effetto retroattivo.

«Ai soli fini del calcolo degli interessi, i buoni delle precedenti serie, alle quali sia stata estesa la variazione del saggio, si considerano come rimborsati e convertiti in titoli della nuova serie e il relativo computo degli interessi é effettuato sul montante maturato, in base al decreto previsto dal presente articolo»

Chiaro? Perfetto, non voleva esserlo. Il 13 giugno 1986, ad inflazione molto raffreddata, il decreto viene emesso ed il rendimento dei buoni già emessi precipita, emettendo la nuova “serie Q” che variava il rendimento dei tassi relativi ai buoni appartenenti alle serie precedenti (serie O e P).

I cittadini, si sa, leggono – leggevano – poco già i quotidiani, ancor meno la Gazzetta Ufficiale, quindi ignoravano tanto la legge quanto il decreto, anche perché nulla del genere era mai avvenuto per i titoli del Tesoro, forse perché destinati ai mercati internazionali, che non amano questo genere di spirito.

Ma per loro fortuna ed informazione intervenne la tradizione nazionale della timbrica: che non riguarda esattamente le caratteristiche di un suono, ma proprio quella famosa stampigliatura ad inchiostro indelebile che per secoli ha garantito mansioni di concetto e relativi stipendi ai pubblici dipendenti. I “vecchi” BPF ante 1986 vennero stampigliati indicando la nuova serie ed il minor rendimento; o meglio, i timbri calarono una volta sì ed un’altra no, oppure sul titolo sbagliato, dando luogo ad uno di quei contenziosi che deliziano quasi tutte le applicazioni normative nazionali.

Esemplificativamente: furono stampate sul Buono condizioni e rendimenti riferiti a serie non più vigenti; furono utilizzati timbri indicanti sul verso del titolo rendimenti riferiti a serie differente da quella riprodotta sulla facciata; Buoni a termine riportarono sul verso rendimenti previsti per la tipologia ordinaria, o viceversa. La norma fu confusa anche per i funzionari che la dovevano applicare a vantaggio dello Stato.

Finalmente la Cassazione a Sezione Unite con Sentenza 13979/2007 (che sono vent’anni nel diritto?) mise la parola “fine”, stabilendo che il timbro era parte del contratto e che il risparmiatore che ne era privo aveva diritto di mantenere i precedenti lussuosi interessi, benché del tutto fuori mercato.

Tutto bene allora? Mica tanto, perché evidentemente lo Stato, ligio alle regole quando erano i mercati internazionali ad interessargli, ha ritenuto invece di abbindolare il mercato domestico delle nostre nonne e mamme con promesse di interessi mirabolanti per una durata fuori dalla ragione, nascondendo dietro la schiena il comma che negava quella promessa. E, dal suo punto di vista, è stato punito dall’impiegato che sbagliava la timbratura, condannandosi a pagare interessi fuori della ragione.

Cosa dice caro Titolare? Che il pesce puzza dalla testa e che se lo Stato fa queste cose non ci dobbiamo meravigliare delle banche, e della sorveglianza voltata dall’altra parte? Beh, questo lo ha detto Lei…

Questo articolo è stato pubblicato qui

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