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Aumento IVA: l’Italia è il paese dell’amo

Comunque andranno le cose per il governo Conte 2 (Il ridorno), potremo contare su alcuni topoi. In primo luogo, continueremo a sentire politici ed editorialisti sostenere che “all’Italia serve una manovra espansiva”. In effetti, all’Italia da sempre serve una manovra espansiva. 

Serve quando già siamo in (solitamente assai moderata) espansione, perché “ehi, battiamo il ferro ora che è caldo, per riassorbire quanti più disoccupati è possibile!”. Ci serve anche quando siamo in recessione, e ci mancherebbe che così non fosse. Ci serve pure quando siamo in stagnazione, cioè la maggior parte del tempo. Insomma, ci serve una manovra espansiva. L’anno prossimo smetto, promesso.

Continueremo anche a leggere e sentire che “serve che l’Europa ci conceda flessibilità”. Di solito, funziona così: ci viene data flessibilità di bilancio per le motivazioni più disparate (disastri naturali, promesse di investimenti che nessuno vedrà mai, colesterolo, macchie solari, fasi lunari, ipertrofia egoprostatica), che tendiamo a coprire con un bel pagherò, tipo maggiori aumenti Iva l’anno successivo.

Quest’anno l’Italia presenterà la posizione fiscale più espansiva dell’Eurozona, in termini di aumento del deficit strutturale, quello corretto per la fase del ciclo economico. Confrontate questo maggior deficit col Pil prodotto, circa zero, e scoprirete che l’Italia produce i moltiplicatori più bassi d’Europa, e forse del mondo. Ma continuerete a leggere e sentire che “devono darci più flessibilità, perché faremo una manovra che si ripagherà!”

E se non ce la daranno, grideremo “basta con l’austerità-tà-tà-tà”. Austerità, nel paese delle derivate seconde, è infatti da definire come il mancato aumento del deficit di bilancio per prendere a calci la lattina del deficit fatto l’anno prima.

La maggiore flessibilità viene di solito “coperta” con un bel pagherò in termini di progressivi aumenti Iva. Tutto sotto il tappeto, sin quando il tappeto non si alza da terra di alcuni metri, in attesa di rovinarci addosso. L’anno successivo, all’approssimarsi della scadenza del pagherò, riparte la rumba: “non possiamo aumentare l’Iva proprio ora, c’è la recessione, il cane si è mangiato i miei scontrini, americani e cinesi litigano, i maledetti tedeschi esportano meno per farci un dispetto, Bruxelles vuole incaprettarci per mettere la mani sulle nostre meraviglie!”.

Prima di arrivare al rinvio parziale degli aumenti Iva, leggeremo e sentiremo “esperti” dire che sì, un aumento Iva non è poi la fine del mondo, potremmo usarlo per ridurre il costo del lavoro, alla fine. E quando chiedi all’esperto di turno “ma scusa, se l’aumento Iva serve per chiudere buchi di bilancio, come posso pensare di usarlo anche per ridurre il costo del lavoro e spostare la fiscalità dalle persone alle cose?”, ecco che l’esperto di turno inizia a percuotersi furiosamente le orecchie con le mani, emettendo suoni del tipo “ba-ba-ba-ba-ba!!” per non risponderti.

Arrivano altri esperti, e ti dicono “è un bene aumentare l’Iva, perché così avremo l’effetto di rendere più competitivi i nostri prodotti rispetto alle importazioni”. Siamo sovrani, alla fine. E allora ti viene da chiederti e chiedi “ma se questa è la soluzione e il ragionamento, non potremmo portare l’Iva al 60% e sbarazzarci di tutto l’import?” E l’esperto di turno torna a percuotersi le orecchie ed emettere quel c. di suono “ba-ba-ba-ba-ba!!”, per non risponderti. Vabbè.

E gli anni passano. Qualcuno muore, qualcuno nasce, altri si vendono il Colosseo più volte, altri ancora emigrano, altri aprono blog dove ti spiegano come risolvere i problemi e vivere felice, altri diventano influencer e scroccano pasti gratis ai ristoranti, facendosi beffe degli economisti e delle loro stupide massime sui pasti gratis che non esisterebbero. Altri prendono uno strano ascensore sociale e passano da falliti a ministri senza fermate ai piani intermedi, in nome del popolo sovrano. E il paese resta appeso. A quell’amo a cui continua ad abboccare, grazie alla sua memoria da pesce rosso.

Foto: Pixabay

Questo articolo è stato pubblicato qui

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