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Alcune considerazioni sulla legge sull’omofobia e sulla sessualizzazione del diritto

Il recente dibattito sull'omofobia e alcune digressioni giuridiche. 

Rispetto alla legge sull’omofobia si sta facendo un gran parlare, e non sempre chi parla ha piena conoscenza dei dati effettivamente salienti sul punto.

La questione di fondo che sottende e determina tutte le altre, compresa quella (soggetta a strumentalizzazione politica nel caso di specie) del reato di opinione è però dai più taciuta, ovvero quella del potere autoritario dello stato su una sfera personalissima come quella dell’identità sessuale.

Mi spiego meglio: tutti gli esseri umani si distinguono per sesso o, poiché in alcuni l’apparenza non coincide con la coscienza, per l’identità sessuale che sentono più consona alla loro natura. Il genere è la categoria semiotica in cui si articola socialmente e culturalmente la differenza sessuale, in cui tale differenza assume valore e senso, si configura come ripartizione di ruoli e come gerarchia.

Se il “sesso” può essere inteso come determinazione biologica, il genere è l’effetto dei discorsi sociali e dei segni stratificati nella storia umana. La categoria di genere riguarda direttamente la questione della complessa materia segnica di cui gli esseri umani sono costituiti, quello che Peirce ha chiamato l’”uomo-segno”, vale a dire l’individuo come effetto di quelle procedure tutt’altro che naturali, necessarie o innate, ma di natura discorsiva, storica, ideologica, culturale (Calefato, 1997).

La prima indiretta previsione di una rilevanza giuridica del sesso dei cittadini è nel diritto di famiglia, che regola i rapporti fra i cittadini che intendono creare e mantenere un nucleo familiare. Nell’ordinamento italiano la famiglia giuridicamente prevista e tutelata, è formata da una coppia monogamica ed eterosessuale, cioè formata da due soli individui di sesso diverso.

La crescente influenza dei gruppi che rappresentano gli omosessuali ha di recente imposto al dibattito politico di occuparsi della possibilità di riconoscere anche nuclei familiari composti di coppie di individui dello stesso sesso, come già accade in altri paesi.

Ma cos’è, nella realtà, il genere sessuale? Ed entro quali limiti è giusto che esso rilevi per il diritto? Per cercare di rispondere al quesito è fondamentale considerare i rapporti fra gli individui basati non su elementi di potere, ma su una forte considerazione degli individui, in quanto soggetti di diritto.

Questo forse l’hanno insegnato le donne ne lboom del femminismo, ma faceva parte del patrimonio culturale del ’68 quando, nei rapporti con l’altro sesso, la cosa importante era il fatto di considerare due individui, due storie messe a confronto. Dopodichè c’era tutto il resto, perché i due individui avevano attorno a sé un mondo fatto di tanti altri individui.

Non era una società familio-centrica, paese-centrica, razza-centrica, era un società fatta di individui che liberamente cercavano di costruirsi un futuro. Il sesso attiene alla fisicità, il genere è una costruzione sociale: essere maschio o femmina cambia a seconda dei vari posti e cambia nel tempo, non è una cosa statica… (Cooper, 1972).

L’aver intorno modelli di coppia diversi da quelli che hanno popolato il mondo che ci ha cresciuti, implica l’assunzione di responsabilità della varietà e molteplicità delle situazioni possibili (in campo giuridico, meta giuridico, medico, storico e via di fila), consapevolezza fondamentale in un periodo così intenso di discussioni, di critica radicale ai ruoli sessuali, di voglia di stare insieme, ma anche di non sapere come fare.

Non esiste un modo giusto, o mete sicure e la volontà di mettere su famiglia, comprando casa e mobili a rate, non può essere considerato come l’unico dei fini “buoni e giusti”. La riproduzione (vissuta quasi come un compito della società) è un altro nodo molto grosso con cui si deve fare i conti: l’idea di trasformare l’organizzazione sociale, considerando anche questi temi, è una cosa molto complessa ed è forse quello su cui, ad oggi, si è più discusso ma meno prodotto.

La sessualità -biologica o esistenziale- è vortice, è il motore, la traduzione espansiva dell’entusiasmo creatore: un rapporto d’amore, un vero amore sessuale, aprono una creatività dinamica, accendono ispirazioni, progetti, creazioni, slanci. Si tende a legare la sessualità alla relazione con l’altro, mentre si dovrebbe viverla prima di tutto come esplosione di una forza contemporaneamente corporale, emozionale, ed interiore, che si espande e sale attraverso la pienezza di un amore per se stessi e da quello far scaturire l’amore per l’altro, che si alimenta di potenza, di coraggio, di mistero, di donazione, di abbandono.

Nello Stato liberal-borghese si parla di uguaglianza, ma l’uguaglianza è un principio astratto; si parla di un titolare dei diritti che non ha sesso, che è neutro, ma in realtà questo neutro è un uomo, perché il diritto è modellato sugli interessi dell’uomo, sulla figura e sugli interessi maschili.

Una delle frasi che veniva spesso ripetuta e che viene spesso ripetuta da chi sostiene questa teoria è: “Non esiste un neutro, io non ho mai visto un neutro passeggiare per la strada, ci sono uomini e donne” quindi questo diritto, formalmente neutro, in realtà è un diritto degli uomini e per gli uomini. L’idea di sessualizzare il diritto, nasce in una prospettiva che è stata definita “essenzialista”. La prospettiva essenzialista è quella secondo cui i generi sessuali possono essere “identificati”, nel senso che c’è un’identità di genere: esiste una identità di genere femminile perché esiste un’essenza femminile, che molte volte è stata espressa in termini biologici.

L’idea di sessualizzare il diritto significa creare un diritto, dar vita a un diritto, che tenga conto – qui le formulazioni sono diverse – dei valori o degli interessi femminili. Ma, oggi, il problema pare allargarsi, non esistono più (se mai sono esistiti) solamente due generi. Alcuni ritengono che i generi siano almeno tre, altri ritengono che siano innumerevoli, altri ancora affermano che questo sia solo un costrutto sociale.

La legge sull’omofobia, a parere di chi scrive, comunque formulata e applicata non potrà mai avere piena efficacia in uno stato di diritto carente, come il nostro, di un’educazione civica (che dovrebbe pertanto partire dalla scuola elementare) che insegni sin dall’infanzia il rispetto e l’accettazione dell’altro, abolendo il falso costrutto morale di “normalità”

 

Foto: Guillaume Paumier /Flickr

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