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Aiutiamoli a casa loro? La situazione in Niger

Da questi dati risulta chiaro che pur usufruendo della quantità maggiore di aiuti da parte dell’EU Trust Fund, in Niger la ricaduta degli aiuti sulla popolazione è scarsissima se non nulla: il 70% della gente vive in baracche e dal 2018 al 2019 il tasso di reati violenti (indice di malessere sociale e scarsissima qualità della vita) è aumentato del 40%.

di Fabrizio Maffioletti

(Foto di Militari italiani in Niger - www.difesa.it)

Qualche giorno fa l’ISPI ha pubblicato questi dati sul Niger:

Fonte: ISPI

Quindi quell’aiuto “a casa loro” non produce risultati sulla qualità della vita dei nigerini.

Sarebbe poi interessante capire come mai il Niger è il primo destinatario di aiuti europei, di certo sappiamo che accetta che vengano rimpatriati dall’Europa sul proprio territorio migranti anche di altre nazionalità, lecito quindi pensare che alla base ci sia la politica di esternalizzazione dei confini, la stessa che ha permesso la delibera di 6 miliardi di euro di aiuti alla Turchia.

Quali sono gli effetti degli aiuti alla Turchia? L’invasione del nord della Siria per creare una zona cuscinetto dove collocare i siriani attualmente rinchiusi nei campi profughi turchi, per la verità non è l’unica ragione dell’invasione turca, ma certamente una delle ragioni.

La scarsa efficacia degli aiuti “a pioggia” gestiti a livello governativo è nota, anche quando si tratta di aiuti materiali (anche medicinali quindi), che spesso invece che venire distribuiti, vengono venduti a mercato nero.

Ecco che, per quanto riguarda una reale ricaduta sulle popolazioni, sono ben più efficaci gli aiuti delle “famigerate” ONG, che creando micro progetti sul posto (anche ospedali o presidi sanitari) riescono ad operare in modo efficace.

Quindi la retorica dell’aiuto a casa loro non funziona, salvo poi il fatto che chi la utilizza, una volta al governo, taglia significativamente i fondi destinati agli aiuti.

Impossibile però pensare ad una collaborazione tra stati e ONG, sarebbe troppo lungimirante.

Tuttavia si può cominciare con l’individuare i due principali problemi dei paesi disagiati: il lavoro e l’istruzione, che poi sono strettamente correlati.

Ecco che da parte dell’Europa e non solo, occorrerebbe creare dei progetti di scolarizzazione e posti di lavoro: lavoro disciplinato, non sfruttamento, non scordiamo che l’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro), organismo delle Nazioni Unite, disciplina a livello internazionale i diritti del lavoratore e che la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza lo fa per quanto riguarda il lavoro minorile, che sappiamo essere molto diffuso in quei Paesi.

Certo occorrerebbe anche un attento monitoraggio sull’operato delle multinazionali, ma conosciamo tutti la capacita di questi colossi di fare lobby e quindi di influenzare e “dirigere” le politiche.

La Banca Mondiale, non certo una cellula comunista combattente, stima che entro il 2050 ci saranno 143 milioni di profughi ambientali, lecito quindi pensare che un buon modo di aiutarli a casa loro non sia continuare a deteriorare il clima obbligandoli ad emigrare, ma chi usa questo abbietto slogan nega l’esistenza di un’emergenza climatica.

Insomma: i detrattori dell’immigrazione dovrebbero per primi sollecitare seri progetti (in collaborazione con le ONG) con efficaci ricadute sulla popolazione e politiche molto efficaci che contrastino l’emergenza climatica.

Questo articolo è stato pubblicato qui

Commenti all'articolo

  • Di Siete solo gentaglia (---.---.---.175) 22 febbraio 12:03

    Ecco, in Italia li aiutano così.

    Il Business Dell’Accoglienza Inguaia Altri Sindaci 36 Panorama - Homepage / by Fabio Amendolara / 3 hours ago

    Scambi di favori. Appalti assegnati a cooperative con procedure opache. Vere «parentopoli». I primi cittadini di vari comuni sono rimasti impigliati nei controlli sugli Sprar, il sistema che gestisce i richiedenti asilo in Italia. Che, dopo i tagli del governo gialloverde, ora sta per essere rilanciato.

    La casa dei migranti è a Temennotte, frazione di Sant’Agapito, comune di 1.500 abitanti in provincia di Isernia. Ogni due appartamenti c’è esposto un cartello «Vendesi», che dimostra la grave situazione di spopolamento che vive il piccolo paese. Davanti al bar dello scalo ferroviario c’è ancora chi sostiene che l’attività economica più fiorente degli ultimi anni sia stata l’accoglienza. E il sindaco Giuseppe Di Pilla, indicato dalla stampa locale come «fervente promotore dell’accoglienza», un passato da primo cittadino buonista con il Partito democratico e ora al terzo mandato, lo aveva capito. Ma non immaginava che le malelingue, nascoste tra quegli stessi elettori che lo hanno voluto più volte alla guida del Comune, l’avrebbero messo nei guai per quei parenti piazzati a lavorare nello Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati.

    D’altra parte, tra poche centinaia di abitanti scoprire una «parentopoli» è fin troppo semplice. E con una lettera i cittadini lo misero sulla graticola, puntando l’indice sui congiunti. Lui, piccato, smentì categoricamente: «Il paese è piccolo, se il fratello del consigliere è stato assunto, vorrà dire che è meritevole per la cooperativa». I parenti tuttavia non erano del consigliere. E la procura ci ha messo le mani. Secondo gli inquirenti Di Pilla e il tecnico comunale Salvatore Maddonni, in concorso tra loro, avrebbero ottenuto l’assunzione di tre persone, tra familiari e conoscenti, dalla cooperativa «La casa di Tom». In cambio avrebbero fatto in modo di affidare il servizio Sprar in maniera diretta, ovvero senza la preventiva consultazione di almeno cinque operatori economici.

    Uno scambio di favori che ricorda molto da vicino il sistema che aveva avviato, stando alle accuse della Procura di Locri, Mimmo Lucano quando era ancora primo cittadino Riace. Ma Lucano non è l’unico sindaco scivolato sull’accoglienza. Nell’ultimo anno, a macchia di leopardo sul territorio italiano, altri suoi colleghi sono rimastai impigliati nei controlli sugli Sprar. Il grande, costosissimo progetto di assistenza, dopo il ridimensionamento voluto dal governo gialloverde, sta per essere rilanciato dal ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, con il sostegno dei Cinque stelle. Obiettivo, si vocifera, tornare ai 35 euro a migrante dagli attuali 19-26.

    Ad annunciare l’intesa politica è stato l’ex ministro Pd Graziano Delrio: «Sulla necessità di ripristinare il sistema degli Sprar c’è grande condivisione anche nel gruppo parlamentare Cinque stelle». E questo, nonostante il grande caos che il «magna magna» sullo Sprar ha creato in alcuni comuni. Come per esempio Cassino, dove l’ex sindaco Bruno Vincenzo Scittarelli si era dato alla gestione delle coop per assistere richiedenti asilo e rifugiati. L’inchiesta che lo ha privato della libertà personale insieme agli imprenditori Katia Risi, Paolo Aristipini e Luca Imondi (tutti finiti agli arresti domiciliari) ipotizza l’esistenza di un’associazione a delinquere finalizzata alla corruzione di dipendenti pubblici, alla truffa ai danni dello Stato, alla frode in pubbliche forniture e all’emissione e utilizzo di false fatture nella gestione dell’accoglienza.

    Insomma, una copia di quanto accaduto a Riace. Ma con qualche particolare in più: i fondi destinati ai profughi, anche minori non accompagnati, secondo l’accusa, venivano utilizzati per feste, auto di lusso e viaggi. Si risparmiava, secondo la magistratura, non soltanto sulla qualità del cibo e sull’idoneità delle strutture, ma anche sulle lezioni scolastiche e sugli indumenti per gli immigrati. In 25 si sono trovati il 29 gennaio davanti al giudice per l’udienza preliminare. E tra loro c’è appunto l’ex sindaco Scittarelli, incastrato, secondo l’accusa, nella fase della rendicontazione dei progetti Sprar di San Giorgio e Rocca D’Evandro da alcuni messaggi WhatsApp inoltrati a una funzionaria comunale. «I ragazzi si lamentano che c’hanno fame», afferma Scittarelli in una conversazione intercettata, «loro praticamente il poco di biscotti che gli è stato dato l’hanno finito». E ancora: «La mattina lui gli ha dato un poco di biscotti e due litri di latte e gli ha detto che gli deve basta’ per tutto il mese». Nell’inchiesta è finito anche Modesto Della Rosa, 60 anni, ex deputato del Movimento sociale italiano, ex sindaco e ora vicesindaco di San Giorgio a Liri, in provincia di Frosinone. Ancora oggi si sente un duro e puro della destra sociale, tanto da aver salutato «romanamente» dei ragazzi che durante una festa intonavano Bella ciao. Nell’indagine, però, è accusato di aver intrallazzato con una coop.

    A Rocca D’Evandro, in provincia di Caserta, invece, l’ex sindaco e quindi vicesindaco Angelo Marrocco si è dimesso qualche giorno fa. È accusato dalla Procura di aver affidato senza una gara lo Sprar alla cooperativa «La ginestra». Proprio come a Riace. L’operazione ha portato nelle casse della coop 500 mila euro. A Neviano, in provincia di Lecce, la sindaca Silvana Cafaro, al suo secondo mandato, è addirittura accusata di aver imposto a una cooperativa dell’accoglienza l’assunzione di personale indicato da lei e l’utilizzo di determinati immobili, «vietando», ricostruisce la Gazzetta del Mezzogiorno, «l’uso di quelli proposti da un avversario politico, Adriano Napoli, suo competitor alle ultime comunali». Inoltre, avrebbe scelto la farmacia a cui la cooperativa doveva rivolgersi per l’approvvigionamento di medicinali. La stessa, non a caso, dove lavorava un suo parente stretto.

    E anche in Calabria Mimmo Lucano non è solo. A Melito Porto Salvo, comune della provincia di Reggio Calabria che dista due ore da Riace, il sindaco Giuseppe Salvatore Meduri, che si è dimesso alla fine dell’estate scorsa, avrebbe affidato in modo illecito il servizio di accoglienza per gli stranieri richiedenti protezione internazionale alla struttura ricettiva «Stella marina». Questa è ritenuta dagli investigatori carente di titoli edilizi di agibilità, abitabilità e sicurezza perché realizzata con opere abusive. Anche in tal caso, quello che viene definito «un ingiusto profitto» ammonta a mezzo milione di euro. Un’operazione mascherata dal carattere di emergenza dei provvedimenti, che ha così permesso al primo cittadino di fare ordinanze in favore di «Stella marina». Lui addirittura se n’è vantato con i collaboratori, sostenendo che avrebbe potuto piazzare i migranti ovunque, «perfino in un porcile».

    Viva la repubblica degli aquiloni!

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