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A Singapore l’Atto sulla protezione dalla falsificazione e dalla manipolazione online (ne abbiamo recentemente scritto qui), noto con l’acronimo Pofma e in vigore dall’ottobre 2019, rischia di fare una nuova vittima.
L’attivista Kokila Annamalai, detta Koki, cofondatrice del Collettivo per la giustizia trasformativa, andrà a processo il 17 maggio dopo che, il 23 aprile, si è rifiutata di correggere alcuni post pubblicati sulle principali piattaforme social. Aveva ricevuto numerosi avvisi di farlo ma li ha rimandati indietro: per lei il Pofma è una norma liberticida, che ha l’obiettivo di costringere a dichiarare falso ciò che si è scritto di vero.
Nell’ottobre 2024, anno in cui (come in quello successivo) Singapore ha fatto registrare un notevole aumento dell’uso della pena di morte per reati di droga, Koki aveva pubblicato una serie di post in cui denunciava l’arbitrarietà delle procedure nei processi contro persone accusate di aver introdotto nel paese sostanze stupefacenti.
Secondo il ministero degli Interni, queste affermazioni hanno rappresentato in modo falso il sistema giudiziario che regola i processi per droga.
Se sarà giudicata colpevole di aver violato il Pofma, Koki rischia di subire una multa equivalente a circa 20.000 euro, una condanna fino a un anno di carcere o entrambe.
Il 29 aprile il Consiglio della Federazione internazionale delle associazioni calcistiche ha approvato modifiche al proprio regolamento per consentire la partecipazione a tornei ufficiali a squadre che la loro associazione nazionale non riconosce.
Questa modifica aprirà la strada alla partecipazione della Nazionale femminile di calcio dell’Afghanistan, in esilio dal 2021.
Dopo aver preso il controllo dell’Afghanistan nell’agosto 2021, i talebani hanno vietato a donne e ragazze ogni attività sportiva.
La nazionale femminile afgana ha vissuto e si è allenata in esilio, dispersa tra Albania, Australia, Portogallo, Regno Unito e Stati Uniti. Le componenti della squadra sono state bloccate dalle competizioni ufficiali perché le regole della Fifa richiedevano l’approvazione della Federazione calcistica dell’Afghanistan, controllata dai talebani. Il nuovo emendamento pone fine a questo requisito.
“Per cinque anni ci è stato detto che la nazionale femminile dell’Afghanistan non avrebbe mai più potuto gareggiare perché gli uomini che hanno preso il nostro paese non lo avrebbero permesso. Sono molto orgogliosa di questa decisione della Fifa e lieta che la nostra mobilitazione collettiva non solo abbia cambiato il futuro delle donne afgane, ma abbia anche garantito che nessun’altra giocatrice debba compiere i sacrifici che hanno compiuto le nostre. È la rinascita della speranza e un messaggio forte a chi cerca di escludere le donne dalla società: non ci riuscirete. Il posto delle donne è sul campo, nella vita pubblica e ovunque si prendano decisioni”, ha affermato Khalida Popal, fondatrice e direttrice di Girl Power ed ex capitana e cofondatrice della nazionale femminile dell’Afghanistan.
A conferma dell’importanza di questo passo avanti, ecco le dichiarazioni di alcune calciatrici della nazionale afgana:
“Negli ultimi anni abbiamo giocato sotto molti nomi — come rifugiate, come ‘Afghan Women United’ e come ospiti di altri club — ma nei nostri cuori siamo sempre state la nazionale. Poter indossare di nuovo ufficialmente la nostra bandiera è un’emozione che non riesco a descrivere”. (Nazia Ali, Afghan Women United, Australia)
“Il traguardo di oggi onora il lungo e doloroso percorso che abbiamo intrapreso come calciatrici afghane, combattendo discriminazioni, maltrattamenti e molestie semplicemente per il diritto di praticare lo sport che amiamo. Molte di noi hanno compiuto enormi sacrifici, perdendo le proprie case, il proprio paese, la carriera e anni preziosi delle nostre vite calcistiche nella lotta per la dignità e la libertà. Eppure, ci siamo rifiutate di arrenderci. Oggi non si tratta solo di un riconoscimento; si tratta di assicurarci il nostro futuro. Questa squadra non sarà più un progetto temporaneo o simbolico: sarà permanente. Attraverso la nostra resilienza e i sacrifici di così tante giocatrici, stiamo inviando un messaggio chiaro al mondo: le donne afghane sono qui per restare”. (Sevin Azimi, Afghan Women United, Regno Unito)
“Oggi il potere dei talebani non si estende più al mondo del calcio internazionale. Non è la fine dell’apartheid di genere nel nostro paese, ma è un segno che la lotta non è finita. Quando scenderemo di nuovo in campo come nazionale femminile dell’Afghanistan, invieremo un messaggio alle nostre sorelle: siamo con loro e nulla è impossibile”. (Maryam Karimyar, Afghan Women United, Portogallo)
(La fotografia è della Sport & Rights Alliance, che ha promosso la campagna per il riconoscimento della nazionale femminile di calcio dell’Afghanistan)
Dal 28 febbraio l’intera regione mediorientale è precipitata nel caos a seguito di una concatenazione di azioni militari illegali che hanno coinvolto 12 stati e, soprattutto, le rispettive popolazioni civili.
Stati Uniti e Israele hanno attaccato illegalmente l’Iran, questi ha agito in ritorsione in modo altrettanto illegale colpendo gli stati del Golfo e Israele, quest’ultimo ha attaccato il Libano e ha subito attacchi dal Libano da parte di Hezbollah.
Oltre 5000 persone sono state uccise e milioni di civili hanno visto le proprie vite stravolte dall’escalation di conflitti interconnessi e le infrastrutture civili hanno subito distruzioni o gravi danni.
Gli attuali accordi di cessate il fuoco sono fragili e rischiano di crollare da un momento all’altro. Stati Uniti e Iran continuano a scambiarsi minacce, a compiere attacchi e a sequestrare navi nello Stretto di Hormuz. In Libano, come già avvenuto dopo quello del 2024, l’ultimo cessate il fuoco ha ridotto ma non fermato le ostilità e l’esercito israeliano è rimasto sul territorio libanese, ordinando alle persone residenti in decine di villaggi delle aree di confine di non tornare nelle proprie case.
Nel frattempo, la popolazione civile iraniana va incontro a un doppio rischio: quello di nuovi crimini legati alla ripresa di attacchi illegali da parte di Stati Uniti e Israele e quello di un’ulteriore repressione mortale da parte delle autorità iraniane.
Per queste ragioni, oggi Amnesty International ha lanciato un appello ai leader degli stati interessati così come alla comunità internazionale nel suo complesso affinché si raggiunga un cessate il fuoco reale e duraturo. I cosiddetti accordi di cessate il fuoco raggiunti nella Striscia di Gaza nel 2025 e in Libano nel 2024 hanno chiaramente fallito nel fermare gli attacchi israeliani contro la popolazione civile: da allora sono stati uccisi fino a 765 palestinesi mentre nel Libano meridionale continuano quasi quotidianamente raid aerei e distruzioni estese di proprietà civili.
Un cessate il fuoco sostenibile e duraturo, secondo l’organizzazione per i diritti umani, è l’unica strada percorribile per proteggere le popolazioni civili e aprire un percorso basato sulla sicurezza e di lungo periodo, di tutela dei diritti umani e di giustizia per tutte e tutti nella regione, in particolare per le persone che vivono in Iran, Libano, Israele, Territorio palestinese occupato e negli stati del Golfo.
Questa misura dev’essere accompagnata da soluzioni di lungo periodo in grado di tutelare i diritti umani e affrontare le cause profonde delle crisi. Questo è particolarmente vero in Iran, dove la popolazione continua a essere a rischio di ulteriori atrocità da parte delle autorità della Repubblica islamica, e in Libano, dove i civili hanno davanti a sè la prospettiva di un nuovo conflitto, dello sfollamento prolungato e della distruzione delle proprie case.
Poiché l’inazione globale indebolisce i meccanismi su cui la comunità internazionale fa affidamento per prevenire e rispondere alle atrocità di massa, è necessario anche agire con urgenza per rafforzare la giustizia internazionale e chiamare gli stati e i singoli individui a rispondere dei crimini ordinati e commessi.
Per anni è sembrato un punto fermo: negli Stati Uniti, al di là dello scontro sull’aborto, la contraccezione era un diritto acquisito. Un terreno relativamente stabile, sottratto alla battaglia ideologica. Non è più così. Dopo la fine di Roe v. Wade, il fronte si è spostato. E si è allargato. Nell’area conservatrice vicina a Donald Trump, ci spiega un articolo di Politico, prende forma una nuova corrente – riassunta nello slogan “Maha” (Make America Healthy Again) – che non si limita a contestare l’aborto, ma mette in discussione anche alcuni metodi contraccettivi. Pillola e spirale, in particolare, vengono talvolta assimilate all’aborto, nonostante il consenso scientifico dica il contrario.
È qui che la questione smette di essere tecnica e diventa profondamente politica. Se ridefinisci la contraccezione come qualcosa di moralmente equivalente all’interruzione di gravidanza, apri la porta a restrizioni, limiti, disincentivi. Non serve vietarla esplicitamente: basta renderla più difficile da ottenere, meno accessibile, meno sostenuta dalle politiche pubbliche.
E infatti qualcosa si muove già. Programmi federali storicamente orientati alla pianificazione familiare vengono riorientati, con meno enfasi sulla prevenzione e più attenzione a fertilità e natalità. Un cambio di paradigma che colpisce soprattutto chi ha meno alternative: donne giovani, a basso reddito, spesso già ai margini del sistema sanitario.
Ma la posta in gioco è ancora più ampia. Non riguarda solo la salute riproduttiva. Riguarda l’idea stessa di autonomia: la possibilità di decidere sul proprio corpo, sui propri tempi, sulla propria vita. Quando anche la contraccezione torna a essere oggetto di contesa politica, significa che ciò che sembrava acquisito non lo è più. E che i diritti, anche quelli più radicati, possono sempre essere rimessi in discussione.
L’aeroporto irlandese di Shannon è uno scalo cruciale per i rifornimenti dei voli transatlantici. Fin qui nulla di male. Ma Amnesty International e l’ong statunitense Human Rights First hanno verificato che, negli ultimi 12 mesi, a fare il pieno di carburante sono stati anche i voli dell’Agenzia federale per le dogane e l’immigrazione, più nota con l’acronimo Ice.
ICE Flight Monitor, un programma specializzato di Human Rights First, ha verificato che tra maggio 2025 e febbraio 2026 l’agenzia statunitense ha eseguito, attraverso aerei civili presi a noleggio, cinque operazioni di espulsione illegale, in assenza di procedure eque, di persone migranti facendo scalo a Shannon prima di proseguire, col serbatoio pieno, verso le destinazioni finali: Sud Sudan, Eswatini, Ruanda e Israele.
Secondo e ricerche svolte dalle due organizzazioni, a bordo dei cinque voli c’erano almeno 28 persone.
Gli ultimi due rifornimenti hanno avuto luogo il 17 marzo. I due aerei sono poi atterrati in Polonia, all’aeroporto di Rzeszów-Jasionka. Amnesty International e Human Rights First sospettano che a bordo vi fossero cittadini di nazionalità ucraina, con ogni probabilità poi trasferiti via terra in Ucraina, non esattamente uno stato sicuro dove rimpatriare persone, essendo sottoposto da oltre quattro anni alla guerra di aggressione russa.
Di fronte alla prime notizie che circolavano mesi fa sulla stampa, il dipartimento dei Trasporti irlandese ha dichiarato che gli aerei privati – anche se noleggiati dal governo statunitense – devono solo notificare, e non chiedere l’autorizzazione, che effettueranno rifornimenti di carburante a Shannon.
Questo è solo parzialmente vero: la Convenzione internazionale sull’aviazione civile internazionale, firmata a Chicago nel 1944, non parla di autorizzazioni ma sancisce il principio, valido in generale per tutti gli accordi, che le sue disposizioni non possono essere interpretate in un modo che non rispetti il diritto internazionale dei diritti umani.
Certo, l’Irlanda ha il diritto di decidere come il suo spazio aereo e il suo territorio vengano usati da altri stati, hanno sottolineato Amnesty International e Human Rights First. Ma nel prendere accordi con stati terzi, non deve rendersi complice di un sistema crudele e illegale di espulsioni di persone residenti negli Usa verso luoghi con cui non hanno alcuna relazione.
Oltretutto, è discutibile definire “aerei civili” dei velivoli che operano per conto di un’agenzia statale.
Questa vicenda ci riporta indietro di vent’anni, quando l’aeroporto di Shannon era usato dalla Cia per rifornire i propri aerei (anche in questo caso, presi a noleggio da compagnie civili) che trasportavano illegalmente da un luogo di detenzione all’altro nel mondo i detenuti della “guerra al terrore”.
All’epoca, scoppiato il caso, il governo aveva dichiarato che avrebbe “rafforzato i divieti di uso dello spazio aereo, degli aeroporti e delle infrastrutture collegate per scopi contrari al diritto internazionale”. Non pare sia andata così.
Le due organizzazioni hanno dunque chiesto ai ministri dei Trasporti e degli Affari esteri del governo di Dublino di non consentire ulteriormente questo uso dell’aeroporto di Shannon. Averlo fatto ha significato, e continuare a farlo significherebbe, favorire violazioni dei diritti umani.
(La fotografia è tratta da Wikipedia.org)
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