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Ahmadreza Djajali, medico e ricercatore specializzato in medicina dei disastri, cittadino svedese di origine iraniana, è stato arrestato il 25 aprile 2016 durante una visita accademica in Iran. Un anno dopo è stato condannato a morte per spionaggio in favore di Israele, al termine di un processo-farsa con tanto di “confessioni” trasmesse alla televisione di stato.
Djalali ha vissuto a lungo con la famiglia a Novara, collaborando con l’Università del Piemonte orientale e con il Crimedim (Centro interdipartimentale di ricerca e formazione in medicina dei disastri, assistenza umanitaria e salute globale).
In questi anni, nonostante le petizioni di Amnesty International, la costante attenzione della comunità novarese, la mobilitazione del mondo della ricerca e dei premi Nobel, la famiglia Djajali ha continuato ad attendere il ritorno a Stoccolma di un marito e di un padre innocente (all’epoca dell’arresto la figlia maggiore aveva 12 anni, il figlio minore quattro), con un’angoscia sempre crescente. Come se la loro vita si fosse fermata nel 2016.
I contatti sono sporadici, a volte mancano per mesi. Se i familiari in Svezia lanciano appelli o fanno interviste, per rappresaglia a Djalali vengono negate le telefonate. Durante i bombardamenti del 2025 e del 2026 Djalali è stato trasferito dalla famigerata prigione di Evin per poi esservi riportato dopo settimane in cui non c’erano state sue notizie.
A preoccupare non sono solo le condizioni di salute di Djalali (è deperito, ha la pressione alta e la scorsa primavera ha avuto un attacco cardiaco) e il “reato” di cui è stato giudicato colpevole, che ha un peso doppio nell’attuale situazione di tensione e di vera e propria guerra tra Israele e Iran; ma anche la sua “caratteristica” di ostaggio nelle mani delle autorità iraniane: una delle tante persone straniere o con doppia nazionalità arrestate, la cui liberazione è stata sempre associata a ricevere qualcosa in cambio, ma una delle poche ancora in carcere. Per forzare la trattativa, più volte le autorità iraniane hanno annunciato l’imminente esecuzione di Djalali.
In questa aberrante logica per cui un innocente viene considerato come pedina di scambio, cosa vogliono gli iraniani, dopo aver già ottenuto dalla Svezia il ritorno in patria di un condannato in via definita per il massacro delle prigioni del 1988?
E se i governi si piegano a questa logica, cosa possono mettere sul tavolo?
Non è scritto in nessuna legge. Eppure oggi, in alcune città dell’Afghanistan, per una donna anche solo uscire a prendere aria può diventare impossibile. Non si tratta di scuola o lavoro, diritti già cancellati da tempo. Si tratta di qualcosa di ancora più elementare: camminare in un parco, sedersi lungo un fiume, salire su una collina. Respirare.
È quello che racconta un reportage pubblicato da Zan Times, una testata fondata da giornaliste afghane in esilio, che descrive la vita quotidiana nella provincia di Badakhshan, nel nord-est del Paese. Qui le donne stanno progressivamente scomparendo dallo spazio pubblico. Non per una norma scritta, ma per una combinazione di divieti informali, controlli, intimidazioni. I parchi sono diventati territori maschili. Le aree naturali, che un tempo erano luoghi di svago condivisi, oggi sono di fatto interdette. Chi prova ad andarci rischia di essere fermata, rimproverata, umiliata.
È un cambiamento silenzioso, ma radicale.
Negli ultimi anni, sotto il governo dei talebani, la vita delle donne afghane è stata smantellata pezzo dopo pezzo: prima la scuola, poi il lavoro, poi la libertà di movimento. Ora anche lo spazio aperto — quello più elementare — viene sottratto. E non solo. Già nel 2024 alle donne era stato imposto di non parlare a voce alta in pubblico, di non farsi sentire.
Il risultato è una segregazione che non ha bisogno di muri. Basta togliere alle donne la possibilità di stare fuori, di essere viste, di occupare lo spazio comune. Così la città cambia volto.
Non perché le donne non esistano più, ma perché non possono più esserci. E quando metà della popolazione sparisce dallo spazio pubblico, non è solo una questione di diritti individuali. È la definizione stessa di cittadinanza che si svuota.
Per questo quel titolo — “anche respirare nella natura è proibito” — non è solo una metafora efficace. È una descrizione letterale di cosa significa vivere in un sistema in cui il controllo arriva fino al corpo, al movimento, alla voce, al semplice fatto di stare al mondo. E forse è proprio questo l’aspetto più inquietante: che la privazione non riguarda più solo ciò che le donne possono fare, ma persino i luoghi — e i suoni — in cui possono esistere.
È passata quasi una settimana e l’esercito delle isole Figi non ha ancora fatto chiarezza sulla morte di Jone Vakarisi, avvenuta il 17 aprile all’interno della base militare “Regina Elisabetta”.
L’uomo era stato arrestato il giorno prima insieme ad altre tre persone, due delle quali poi rimesse in libertà, per presunti reati di droga e appartenenza a una rete criminale.
Inizialmente un portavoce dell’esercito ha dichiarato che l’uomo aveva complicazioni mediche pregresse e che si sarebbe presentato spontaneamente alla base militare, per poi morirvi “a causa di un’emergenza”.
Ma l’autopsia effettuata sul cadavere ha raccontato altro: asfissia, ingerimento di succhi gastrici, gravi traumi al capo e al petto. L’ex moglie di Vakarisi, Kuini Osbourne, ha riferito che il suo volto era gonfio e pieno di ferite.
Giocoforza, il 20 aprile le forze armate hanno dovuto smentire la loro prima dichiarazione. Hanno però ammonito a non discutere pubblicamente della vicenda, per asseriti motivi di “sicurezza nazionale”.
Da tempo Amnesty International denuncia la pervasività della cultura dell’impunità all’interno delle forze armate delle isole Figi, cui sono anche affidati – contrariamente a quanto prevedono gli standard internazionali sui diritti umani – compiti di mantenimento dell’ordine pubblico.
(La foto è di Mai TV)
Prima di invadere l’Iraq, portando con sé una coalizione di stati, l’amministrazione Usa del presidente George W. Bush dedicò settimane dell’inizio del 2003 a cercare di convincere il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ad autorizzare quell’intervento militare. Lo fece con lunghi memorandum in cui si cercava di interpretare a proprio uso e consumo le norme internazionali (e anche esibendo prove poi rivelatesi false).
In quel periodo, giuristi dell’amministrazione Bush cercavano di spiegare che nel centro di detenzione di Guantanamo non si stava violando il divieto universale di tortura: caso mai, c’erano dei “maltrattamenti” nei confronti di persone che legittimamente (dal loro punto di vista) erano state private delle tutele spettanti ai prigionieri di guerra in quanto appartenenti a una “nuova categoria”: i combattenti illegali.
Insomma, dopo gli attacchi alle Torri gemelle, gli Usa vollero avere le mani libere dai vincoli del diritto internazionale ma dovettero tenerne conto e cercarono di aggirarli.
Nessun rimpianto per gli anni della “guerra al terrore”. Ma al confronto di Trump, George W. Bush emerge come uno statista.
Dopo che il suo “collega” Putin lo aveva già fatto nel 2022 con l’invasione su vasta scala dell’Ucraina, per due volte quest’anno Trump ha violato la Carta delle Nazioni Unite attaccando prima il Venezuela poi, insieme a Israele, l’Iran.
Per Trump il diritto internazionale semplicemente non è un riferimento: lui risponde alla sua morale. A suo avviso, il sistema globale costruito dopo la Seconda guerra mondiale per mantenere la pace e la sicurezza non va riformato, bensì non serve proprio: quello che occorre è il Board of Peace.
Il cambiamento climatico è “una bufala”, la giustizia internazionale va sanzionata, gli accordi multilaterali sono palle al piede, i finanziamenti alla cooperazione internazionale nient’altro che soldi buttati.
Dal Rapporto di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani nel mondo, diffuso oggi, Trump emerge come la figura apicale di un gruppo di leader bulli e predatori che hanno promosso un attacco al cuore dei diritti umani, con conseguenze per la vita di chi popola questo pianeta che in parte già vediamo, in parte non fanno notizia e in parte ancora non immaginiamo.
Facendo un paragone con l’economia, siamo in un gravissimo periodo recessivo. Le teorie economiche ci dicono che, toccato il fondo, qualcuno ha una proposta per uscirne e poi se ne esce.
Chi avrà la proposta per uscire dal baratro dei diritti umani?
Una risposta alla domanda si trova nelle parole con cui la segretaria generale di Amnesty International ha concluso la presentazione del Rapporto:
“Dalle strade delle città ai forum multilaterali, il 2025 ci ha restituito una potente immagine di resistenza e solidarietà da parte di manifestanti, rappresentanti diplomatici, leader politici e altre persone. Dobbiamo ripartire dal loro esempio e dal loro coraggio per dare vita a coalizioni che reimmaginino, ricostruiscano e riportino al centro un ordine globale basato sui diritti, sul rispetto delle regole e sui valori universali. Vogliamo che il 2026 sia l’anno in cui dimostreremo che abbiamo il potere di cambiare le cose e che la storia non è meramente un’imposizione sulle nostre teste. Per il bene dell’umanità, il momento di fare la storia è adesso!”.
L’ultima iniziativa l’hanno assunta i ministri degli Esteri di Slovenia, Irlanda e Spagna e l’ha resa nota, ieri, proprio il governo di Lubiana:
“Chiediamo un’azione dell’Unione europea sul Medio Oriente: i diritti umani e il diritto internazionale devono rimanere i nostri principi-guida. L’Unione europea non può restare a guardare”, hanno scritto i responsabili della diplomazia dei tre stati membri a Kaya Kallas, alta rappresentante per la politica estera e vicepresidente della Commissione.
“Le nostre molteplici richieste al governo israeliano di rispettare i suoi obblighi giuridici e morali e di invertire le sue politiche sono rimaste inascoltate”. Segue un lungo elenco di obblighi non rispettati e la chiusura:
“Chiediamo che il prossimo incontro dei ministri degli Esteri si occupi dell’accordo di associazione con Israele. La precedente revisione riguardante il rispetto, da parte di Israele, dell’articolo 2 ha concluso chiaramente che Israele sta violando i propri obblighi e da allora la situazione è peggiorata”.
Dopodomani, martedì 21, proprio del futuro di quell’accordo, entrato in vigore nel 2000, si dovrebbe parlare. L’articolo 2 è una clausola riguardante il rispetto dei diritti umani.
La revisione risale al giugno 2025 ma non ha portato a nulla. Da allora, Israele ha portato avanti il genocidio nella Striscia di Gaza, accelerato l’occupazione illegale e sempre più mortale della Cisgiordania, rafforzato il sistema di apartheid contro la popolazione palestinese sotto il suo controllo e, alla fine di marzo, ha ampliato l’uso della pena di morte con una legge che di fatto ne prevede l’applicazione esclusivamente ai palestinesi. In Libano, le forze israeliane hanno ucciso e ferito centinaia di civili, ne hanno sfollati migliaia e hanno colpito strutture mediche, operatori sanitari e giornalisti.
L’Unione europea è il principale partner commerciale di Israele e può e deve usare il suo peso economico e finanziario per chiedere il rispetto del diritto internazionale. Se non lo fa, è complice delle sue violazioni.
A chiedere la sospensione dell’accordo di associazione è oltre un milione di cittadine e cittadini dell’Unione europea.
Tra gli stati membri più contrari alla sospensione ci sono Italia e Germania. Amnesty International ha lanciato una petizione per chiedere alla presidente del consiglio Meloni e al cancelliere Merz di cambiare idea.
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