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L’ultimo ricorso di James Broadnax per scongiurare la propria esecuzione, prevista il 30 aprile in Texas, dovrebbe convincere anche i più scettici: contiene una dichiarazione di Demarius Cummings, cugino di Broadnax, che si attribuisce ogni responsabilità per gli omicidi, commessi nel 2008, di due produttori musicali, Stephen Swan e Matthew Butler.
Nella sua dichiarazione, Cummings spiega perché spinse il cugino a dichiararsi colpevole: a differenza sua, Broadnax, che all’epoca era poco più che maggiorenne, aveva la fedina penale pulita e, riteneva, se la sarebbe cavata con una condanna lieve.
Di conseguenza, al termine del processo Cummings venne condannato all’ergastolo per complicità in omicidio e Broadnax alla pena di morte.
A sostegno del ricorso di Broadnax, che chiede l’annullamento della condanna e la celebrazione di un nuovo processo, c’è anche un esame del Dna sull’arma del delitto, che evidenzia chiaramente che essa venne impugnata e usata da Cummings.
A difesa di Broadnax si sono schierati alcuni rapper texani, tra i quali Travis Scott, che sostengono che i suoi testi non incitavano alla violenza ed erano stati interpretati con paraocchi razzisti.
C’è da sperare che l’appello di Broadnax sia accolto prima che il suo fascicolo arrivi nelle mani del governatore Greg Abbott, che ha il potere di concedere la grazia o di commutare la pena. Nei suoi 11 anni di mandato ha fermato una sola esecuzione su 82.
Un atto simbolico di protesta, privo di violenza, nulla di più. Ma per la giustizia della Georgia, asservita al governo, aver scritto uno slogan su un manifesto elettorale è costato a Elena Khoshtaria, leader del partito di opposizione Droa, una condanna a 18 mesi di carcere.
La sentenza è stata emessa il 24 marzo nella capitale Tblisi. Khoshtaria è stata giudicata colpevole di “danneggiamento o distruzione della proprietà di un’altra persona che ha causato danni sostanziali”, ai sensi dell’articolo 187.1 del codice penale. Con estremo zelo il giudice ha quantificato i danni nell’equivalente di circa 200 euro.
Raccontiamola bene questa storia assurda.
Il 14 settembre 2025 Khoshtaria aveva scritto con un pennarello le parole “Sogno russo” su un manifesto del candidato alla carica di sindaco di Tblisi, esponente del partito al potere, “Sogno georgiano”.
Khoshtaria ha dichiarato che il suo è stato un gesto di solidarietà nei confronti dell’attivista Megi Diasamidze, autrice della medesima azione giorni prima e tuttora in attesa del processo.
(La foto è tratta da un’intervista a 1tv.ge)
La attaccano in Parlamento con un’interrogazione parlamentare urgente presentata in Senato da alcuni esponenti del Pd che la accusano di aver violato i doveri di prudenza e riservatezza sul caso della famiglia nel bosco ma a difendere la Garante dell’Infanzia e dell’Adolescenza Marina Terragni non sono solo giuriste, avvocate, femministe, giornaliste e attiviste: c’è anche un intero condominio, quello di Monteverde che, mesi fa, era sceso coraggiosamente in campo per difendere la piccola Stella da un allontanamento forzato.
Nell’interrogazione la Garante viene accusata di aver esposto dettagli sensibili sui minori. Si contesta, in particolare: la diffusione di elementi sulla salute e il comportamento dei bambini, l’espressione di valutazioni ritenute non supportate da perizie tecniche, un atteggiamento giudicato improprio nei confronti di magistratura e servizi sociali. Il punto politico è chiaro: la Garante avrebbe parlato troppo.
A firmare il testo, tra gli altri, i senatori e le senatrici Sandra Zampa, Susanna Camusso, Anna Rossomando, Simona Malpezzi, Vincenza Rando, Graziano Delrio e Filippo Sensi. Quest’ultimo, però, ha perso smentito seccamente di aver appoggiato l’iniziativa.
A difendere l’operato di Terragni due lettere-appello e, nelle ultime ore, una petizione lanciata da Maison Antigone su change.org. La prima, firmata da avvocate, giuriste, esperte e operatrici del settore tra cui Alessandra Capuano, Simona Petrozzi, Francesca Ortu, Monica Lucarelli, Silvia Miccoli, Marylin Martinez, Sara Piperno, Emanuela Russo, Cristina Ignat, Beatrice Tommasi, Debora Hassan, Barbara Novelli e Marina Marconato, rovescia questa lettura.
“Desideriamo esprimere alla rappresentante dell’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza la più ampia solidarietà e il nostro vivo apprezzamento, in qualità di persone che da sempre e a vario titolo si occupano di famiglie e minori, per il modo trasparente e competente con cui esercita la sua funzione. Consideriamo le accuse che le vengono rivolte come un attacco in malafede finalizzato ad assumere la difesa d’ufficio di persone che da molti mesi sono oggetto di critiche diffuse da parte di diversi soggetti variamente qualificati”.
Si sottolinea che Terragni “ha affrontato il problema drammatico degli allontanamenti forzosi dei minori dalle madri e dalle famiglie”e come il clamore mediatico non nasca dalle sue parole, ma sia “spesso provocato più dagli organi di informazione che fanno spettacolo della vita delle persone”.
C’è poi un passaggio cruciale: l’azione della Garante viene letta come parte di un lavoro lungo e spesso invisibile, fatto di dossier seguiti lontano dai riflettori e di attenzione costante al trauma dei minori.
La seconda lettera, invece, è firmata da attiviste, giornaliste e persone impegnate sui temi delle famiglie e dei minori. Tra loro c’è anche Alessandra Bocchetti, figura storica del femminismo italiano, ma anche Silvia Mari, Daria Lucca, Paola Tavella, Flavia Fratello, Mara Accettura, Nicoletta Tiliacos, Elvira Reale. A cui si aggiunge il Comitato Madri Unite di cui fanno parte Laura Massaro e Frida Bartolini che da anni lottanno nei tribunali contro la Pas (Sindrome di alienazione parentale).
“Come donne e femministe impegnate nella difesa delle donne all’interno dei processi di violenza, maltrattamenti e vittimizzazione secondaria, apprezziamo l’azione e gli interventi della Garante nazionale, la prima a rivestire questo incarico che ha affrontato il problema drammatico degli allontanamenti forzosi dei minori dalle madri e dalle famiglie. La famiglia di Nathan e Catherine è soltanto l’ultimo caso, perché possiamo testimoniare che fin dall’insediamento Terragni ha seguito moltissimi dossier, la maggior parte dei quali al di fuori da qualsiasi clamore mediatico. Clamore che, vorremmo far notare, è spesso provocato più dagli organi di informazione che fanno spettacolo della vita delle persone”.
Qui le accuse dell’interrogazione vengono definite “più che risibili, del tutto paradossali” e si parla apertamente di “un attacco in malafede”. Secondo le firmatarie, la Garante si è mossa pienamente dentro il suo mandato istituzionale, cercando di verificare la condizione dei minori in un caso già ampiamente esposto sui media. E il punto diventa politico e democratico: non si può pretendere che un’Autorità indipendente rinunci a esercitare controllo e parola pubblica proprio quando la vicenda è più delicata.
È qui che torna il caso di Monteverde. Quel condominio che si mobilitò per una bambina di sei anni non è un’immagine retorica. È la prova che, quando gli allontanamenti entrano nella vita reale, diventano una questione che riguarda tutti. È esperienza, non ideologia. Ed è da quella esperienza che nasce oggi una parte del sostegno a Marina Terragni che sul suo profilo Facebook ha ricevuto in poche ore centinaia di messaggi di solidarietà.
La domanda che questa vicenda solleva è semplice: chi controlla chi decide sulla vita dei bambini?
Se ogni intervento viene letto come invasione, se ogni parola pubblica diventa un problema, il risultato è uno solo: meno trasparenza. E meno garanzie. Da una parte c’è l’idea che la tutela passi dal silenzio e dalla riservatezza assoluta. Dall’altra, quella che senza controllo, verifica e anche informazione pubblica, i diritti dei minori rischiano di restare senza difesa.
Le due lettere stanno chiaramente da questa seconda parte. E dicono, in fondo, una cosa molto semplice: il problema non è che qualcuno parli troppo. Il problema è quando non parla più nessuno.
Di seguito pubblichiamo le due lettere-appello e le firme che sono state raccolte in poche ore, cui se ne stanno aggiungendo a decine.
Siamo stupite e preoccupate per l’interrogazione a risposta urgente inviata oggi alla Presidente del Consiglio dei ministri e sottoscritta da un gruppo di senatori del PD con l’intento di censurare l’operato della Garante dell’Infanzia, Marina Terragni, sulla vicenda della “famiglia nel bosco”.
Come donne e femministe impegnate nella difesa delle donne all’interno dei processi di violenza, maltrattamenti e vittimizzazione secondaria, apprezziamo l’azione e gli interventi della Garante nazionale, la prima a rivestire questo incarico che ha affrontato il problema drammatico degli allontanamenti forzosi dei minori dalle madri e dalle famiglie. La famiglia di Nathan e Catherine è soltanto l’ultimo caso, perché possiamo testimoniare che fin dall’insediamento Terragni ha seguito moltissimi dossier, la maggior parte dei quali al di fuori da qualsiasi clamore mediatico. Clamore che, vorremmo far notare, è spesso provocato più dagli organi di informazione che fanno spettacolo della vita delle persone.
La Garante Marina Terragni ha richiamato il rispetto delle carte internazionali dell’infanzia, ha proposto azioni di indagine anche medica sulle condizioni dei bambini, giustamente evidenziando il peso del trauma vissuto dai tre bambini della famiglia nel bosco, ora collocati in una casa famiglia, separati dai loro genitori, e strappati alla loro vita.
L’impegno per le mamme e i bambini, la battaglia contro la pratica degli allontanamenti coatti in base a perizie psicologiche o relazioni dei servizi sociali, non ha niente a che vedere con i casi di bambini maltrattati o abusati. Nei lunghi anni in cui abbiamo condotto questa battaglia, abbiamo avuto anche una grande attenzione mediatica – come nel caso romano della “bambina di Monteverde” – e una coralità di impegno da parte di donne di ogni orientamento politico.
Questa lettera vuole quindi portare sostegno alla Garante dell’Infanzia Marina Terragni riconoscendo il valore prezioso del suo impegno in prima linea: si sta occupando di scuola, di bullismo, di monitorare le case famiglia, e delle condizioni dei minori stranieri. Non da ultimo va ricordato il recentissimo vademecum che riporta leggi e sentenze sulla materia dei ‘prelevamenti’ e dei traumi che portano ai bambini per il resto della loro vita.
Auspichiamo che la battaglia di questi anni e l’impegno della Garante non siano travolti da un clima politico imbarbarito a discapito di un’azione che fino a ieri aveva visto le donne esperte di questi temi, ma anche la società civile, unite e al fianco dei bambini. Sarebbe una dolorosa e grave sconfitta, che pagheranno soprattutto i più piccoli.
Silvia Mari, Daria Lucca, Paola Tavella, Alessandra Bocchetti, Monica Ricci Sargentini, Flavia Fratello, Mara Accettura, Nicoletta Tiliacos, Radfem Italia, Comitato Madri Unite, Laura Massaro, Frida Bartolini, Elvira Reale, Roberta Ricci, Valeria Damiani, Movimento per i Diritti delle Donne, Anna Mantovani, Laura Ricci, Mariella Ricci, Erminia Sarnacchiaro, Federica Re, Francesca Meschieri, Maria Esposito Siotto, Roberta Trucco, Paola Maschio, Paola Tenaglia, Rita Paltrinieri, Veronica Tamborini, Alearda Trentini, Anna Pesce, Benedetta Di Marzio, Cristina Casazza, Federica Grimaldi, Gioia Feliziani, Giovanna Giugni, Jessica Simionato, Hilary Sechi, Elisa Bedini, Lina Maria Lizzano, Maria Carla Mantovani, Maria Elena Marangoni, Maria Elisabetta Ricci, Michela Fiorentino, Veronica Vetrulli, Rosaria Allocco, Paola Cavallari, Denise Toro, Marina Mandelli, Gabriella Magliano, Franco Cianca, Francesca Salvati, Grazia Biondi, Federica Nin, Emanuela Risso, Nathaly Ayala León e Betty Argenziano
Abbiamo appreso di un’interrogazione urgente presentata alla Presidente del Consiglio dei Ministri da alcuni parlamentari PD, prima firmataria Sandra Zampa, allo scopo di stigmatizzare l’azione della Rappresentante dell’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza Marina Terragni che, a loro dire, avrebbe violato il diritto alla privacy dei componenti della cosiddetta “famiglia del bosco” e in particolare dei tre bambini che ne fanno parte, esprimendo opinioni chiare in merito alla vicenda e alla condizione dei minori che ha incontrato personalmente.
Dicono, gli interroganti, che la rappresentante dell’Autorità Garante avrebbe agito senza prudenza e riservatezza nell’esprimere il proprio pensiero in merito a quanto constatato personalmente, con ciò diffondendo dettagli riservati sulla condizione dei minori.
Desideriamo esprimere alla rappresentante dell’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza la più ampia solidarietà e il nostro vivo apprezzamento, in qualità di persone che da sempre e a vario titolo si occupano di famiglie e minori, per il modo trasparente e competente con cui esercita la sua funzione. Consideriamo le accuse che le vengono rivolte come un attacco in malafede finalizzato ad assumere la difesa d’ufficio di persone che da molti mesi sono oggetto di critiche diffuse da parte di diversi soggetti variamente qualificati.
Qualora gli interroganti, anziché limitarsi alla lettura degli atti forniti loro da coloro i quali hanno assunto la difesa, avessero dato uno sguardo alla stampa, cartacea e digitale, avrebbero appreso che l’accusa alla Garante di avere violato la riservatezza degli interessati è più che risibile, del tutto paradossale, così come è evidente che quanto affermato dalla Garante nelle interviste che ha rilasciato è del tutto compatibile con il ruolo rivestito.
Ciò a meno che non si ritenga che un’Autorità indipendente, nata per l’attuazione della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, debba invece riconvertire la propria missione a protezione di chi ritiene di avere il potere di intervenire sulla vita dei minori e delle famiglie senza che sia possibile esercitare alcuna forma di controllo democratico. Gli interroganti sanno bene che la Garante si è mossa nel quadro delle proprie prerogative e dei propri precisi compiti istituzionali, chiedendo al Tribunale di potere esercitare il proprio compito di verificare, insieme al proprio staff, la condizione dei minori dei quali i giornali quotidianamente fornivano informazioni e dettagli di carattere riservato.
Il fatto che gli interroganti siano in possesso della lettera inviata dall’Autorità alla Presidente del Tribunale dei Minorenni de L’Aquila, della quale infatti citano il contenuto, chiarisce molto bene a chi si debba l’iniziativa e sorprende spiacevolmente la mancanza di altre e più significative informazioni, che pure gli interroganti avrebbero facilmente acquisito grazie alle loro prerogative, così evitando di portare un attacco indebito a una figura istituzionale che nel desolante panorama delle vicende giudiziarie nazionali riguardanti donne e bambini, frequentemente oggetto di vittimizzazione secondaria, finalmente ha levato una voce chiara per ricordare quali sono i limiti dell’ingerenza dello Stato nella vita delle famiglie.
Tutto ciò a meno che non si intenda imporre il silenzio alla stampa ed a coloro i quali, per mandato istituzionale, abbiano il diritto ed il dovere -che la legge e la stessa Costituzione conferisce loro- di porre in atto tutte le iniziative ritenute opportune per assicurare la piena promozione e tutela dei diritti dell’infanzia, nonché di segnalare eventuali situazioni di disagio delle persone di minore età.
Alessandra Capuano,Simona Petrozzi, Francesca Ortu, Monica Lucarelli, Silvia Miccoli, Marylin Martinez, Sara Piperno, Emanuela Russo, Marina Marconato, Manuela Perrone, Flavia Landolfi, Cristina Ignat, Beatrice Tommasi, Debora Hassan, Barbara Novelli,Tiziana Bellini, Ambra Strinati, Giancarlo Desideri, Grazie Biondi associazione Maiden, Alessandra Cattel, Eloisa Manfredi, Carola Maria Ramajo, Maddalena Balice, Francesca Cantarini, Antonella Benvenuti,Giulia Calò,Eleonora Pavoncello, Massimiliano Di Veroli, Rita Piras, Rozana Krroqi, Valentina Francesca, Francesca Trussoni,Carmela Pignataro, Paola Massari, Paola Binetti,Marina Cresci, Sergio Zompatori, Camelia Zompatori
Il 23 marzo la nota giornalista chirghiza Makhabat Tazhinek-kyzy è stata rimessa in libertà a oltre due anni di distanza dall’arresto. Due settimane prima la Corte suprema aveva annullato la sua condanna a seguito di “nuovi fatti emersi di recente”, ordinando un nuovo processo.
Tazhibek-kyzy è la direttrice della piattaforma Temirov Live. Ha preso il posto del fondatore nonché suo coniuge Bolot Temirov, privato della cittadinanza ed espulso dal Kirghizistan nel 2022: le loro inchieste sulla corruzione davano fastidio.
La giornalista era stata arrestata il 16 gennaio 2024, poi messa agli arresti domiciliari. A ottobre era stata condannata a sei anni di carcere per aver organizzato e invocato “rivolte di massa”.
Il nuovo processo si aprirà il 7 aprile. C’è fiducia che termini con un’assoluzione perché solo un anno fa la stessa Corte suprema aveva confermato la condanna e perché, nel frattempo, sul piano politico qualcosa è cambiato: il presidente chirghizo Sadyr Japarov ha costretto alle dimissioni il potente capo del Comitato per la sicurezza nazionale, Kamchybek Tashiev.
Era stato proprio Japarov a definire Makhabat Tazhinek-kyzy “falsa giornalista” che diffondeva “menzogne per provocare rivolte” ed era stato proprio Tashiev ad accanirsi contro Temirov Live e altri organi d’informazione indipendenti.
(La foto è del Committee to protect journalists)
Oggi è il cinquantesimo anniversario del colpo di stato militare in Argentina, che causò la scomparsa di almeno 30.000 persone, per lo più oppositori e attivisti politici.
Da allora, quella parola ha attraversato continenti e decenni – dallo Sri Lanka degli anni Novanta del secolo scorso alla Siria degli anni Dieci questo secolo – rimanendo purtroppo sempre attuale.
Non si è neanche mai allontanata dalle Americhe. In Messico, secondo dati ufficiali, le persone scomparse sono attualmente più di 128.000. La loro ricerca è compromessa dalla mancanza di volontà politica, dalla collusione delle autorità locali coi responsabili delle sparizioni e dall’ostilità diffusa nei confronti dei gruppi e delle singole persone, molto spesso donne, che si ostinano a cercare verità e giustizia.
In Ecuador, quel crimine di diritto internazionale resta impunito e prosegue grazie alle politiche di sicurezza fortemente militarizzate del presidente Daniel Noboa.
L’azione delle organizzazioni locali e internazionali per i diritti umani ha, se non altro, avuto un peso nella condanna in primo grado emessa il 22 dicembre 2025 per la sparizione di quattro ragazzi afrodiscendenti della comunità “Las Malvinas” della città di Guayaquil.
Undici militari sono stati condannati a 34 anni e otto mesi, altri cinque solo a 30 mesi perché avevano collaborato alle indagini. Il tribunale ha anche disposto misure di riparazione, tra le quali le scuse pubbliche e una cerimonia funebre all’interno della base aerea di Taura. La sentenza è stata pubblicata il 24 febbraio 2026. Due dei condannati hanno presentato appello.
Dovrebbe arrivare presto una sentenza della Corte costituzionale che, se positiva, potrebbe contribuire a rafforzare il sistema di riparazioni in favore delle vittime delle sparizioni e delle loro famiglie.
Nel frattempo, all’inizio del 2026 l’Ufficio della procura nazionale ha aggiunto un nuovo procuratore all’unità speciale incaricata di indagare sull’uso illegale della forza, comprese le sparizioni forzate. L’unità resta comunque sotto organico: ne fanno parte appena otto magistrati, uno solo dei quali si occupa della regione costiera, dove si verifica il maggior numero di sparizioni.
Questi piccoli passi avanti non devono illudere. Le sparizioni continuano e, nonostante le misure cautelari emesse il 24 dicembre 2025 dalla Commissione interamericana dei diritti umani in favore di sei donne che stanno cercando la verità sulla sorte dei loro cari, le minacce nei confronti delle famiglie e della comunità dei difensori dei diritti umani non sono cessate.
Il 23 gennaio 2026, nella provincia di Guayas, si è svolta una tavola rotonda tra organizzazioni per i diritti umani e rappresentanti del governo nazionale. Vi hanno preso parte numerosi ministri ma non quello della Difesa. È il personale militare alle sue dipendenze quello accusato della maggior parte delle sparizioni.
(La foto è di Efraín Castellanos/ CDH Guayaquil)
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