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Il 13 aprile un tribunale del Kazakistan ha condannato 19 attivisti sospettati di avere legali col movimento Atajurt per aver partecipato nel novembre 2025 a una protesta pacifica contro le violazioni dei diritti umani commesse dalla Cina contro la minoranza uigura, sottoposta da un decennio a un vero e proprio programma di “sinizzazione” attraverso l’internamento in campi di rieducazione.
Nel corso della manifestazione, promossa da persone di etnia kazaka provenienti dalla regione autonoma uigura del Xinjiang, era stata anche chiesta la scarcerazione del cittadino kazako Alimnur Turganbay, in carcere in Cina dal luglio 2025.
L’ambasciata di Pechino aveva protestato formalmente perché alcuni manifestanti avevano dato fuoco alla bandiera cinese e a ritratti del presidente Xi Jinping.
Le autorità del Kazakistan hanno cercato di calmare la frizione diplomatica allestendo un processo irregolare, contrario alle norme internazionali.
Undici di loro sono stati giudicati colpevoli di “istigazione a disordini sociali o interetnici”, ai sensi dell’articolo 174 del codice penale. Due condanne sono state sospese dato che riguardavano madri con piccoli figli.
Gli altri otto imputati sono stati condannati a “limitazioni alla libertà”, una pena alternative al carcere. A tutti è stata aggiunta la pena accessori del divieto di prendere parte a eventi pubblici o attività politiche per tre anni.
Amnesty International ha appreso che parte delle persone condannate versa in cattive condizioni di salute e ha chiesto che ricevano cure mediche adeguate.
C’è qualcosa che non torna. E più emergono i dettagli, più quella sensazione si trasforma in inquietudine. Tre bambini cresciuti nel bosco, tra alberi, animali, ritmi naturali. Poi strappati via. Portati in una struttura lo scorso novembre. E lì trattenuti, ancora. Nonostante tutto. Nonostante le parole – pesanti, precise – della garante per l’infanzia, Marina Terragni, che ha parlato di una situazione “orwelliana” e di un intervento che rischia di essere “sproporzionato rispetto all’interesse dei minori”. E nonostante quello che scrivono gli esperti. Perché nella relazione depositata martedì scorso al Tribunale per i minorenni non ci sono opinioni ideologiche. Ci sono osservazioni cliniche. E fanno paura. I consulenti parlano di una “discontinuità profonda e repentina” nelle loro vite. Si è passati da una quotidianità fatta di natura, autonomia, ritmi stabili, a un ambiente chiuso, standardizzato, estraneo.
Nelle nove pagine scritte dallo psichiatra Tonino Cantelmi e dalla psicoterapeuta Martina Aiello si mette in luce la crescita del “disagio psicologico dei bimbi” e si lancia l’allarme sul rischio che questo “nel tempo potrebbe sfociare in depressione”. I bambini, inoltre, sarebbero esposti a uno “sradicamento affettivo”, a una “frantumazione della figura materna”.
Ma c’è un dettaglio, apparentemente semplice, che racconta tutto: il cibo. Prima, scrivono i consulenti, i ragazzi seguivano una dieta naturale: verdure, legumi, frutta, porridge, frutta secca. Niente prodotti industriali, niente zuccheri raffinati. Oggi, invece, quei bambini sono passati a “prodotti industriali pieni di zuccheri, prima del tutto assenti”. Non è un dettaglio nutrizionale ma il segno concreto di uno stravolgimento. E le conseguenze si vedono: i bambini chiedono dolci in modo “marcato e talora compulsivo”, come forma di compensazione emotiva. Mangiano per colmare un vuoto. E allora la domanda diventa ancora più crudele: che cosa stiamo davvero dando loro, e che cosa stiamo togliendo? Gli stessi esperti sono chiarissimi: ogni ritardo nel ricongiungimento espone i minori a un “aggravamento del quadro psicologico”. Serve un ritorno. Subito.
E invece no. I bambini restano lì. Lontani. E mentre si accumulano relazioni, valutazioni, rinvii, accade qualcosa di ancora più doloroso: si consuma lentamente il legame. La madre, Catherine Birmingham, non è solo lontana. È sempre più esclusa. Le è stato negato di passare con loro la Pasqua. Le è stato negato di festeggiare il suo compleanno insieme ai figli. E quel giorno, con un filo di voce, ha detto: “Vorrei vedere i miei figli? La vera domanda oggi è se loro vogliono vedere mamma e papà”. È questa, forse, la frase più devastante di tutta la vicenda. La paura che i figli, sentendosi abbandonati, smettano di desiderarti. La paura che l’intervento pensato per “proteggerli” finisca per spezzare il legame più profondo.
Intanto, attorno alla figura materna, si costruisce una narrazione che la semplifica, la riduce, la demonizza: la madre “del bosco”, la scelta radicale, lo stile di vita fuori norma. Eppure, nella relazione, un punto resta fermo: non emergono condotte pregiudizievoli. Nessun abuso. Nessun maltrattamento.
E allora su cosa si regge davvero questa separazione?
Gli stessi esperti indicano la strada. La garante la rafforza, parlando apertamente di sproporzione. Eppure si va avanti. E qui il cortocircuito diventa insopportabile. Perché fuori da questa storia continuiamo a ripeterci che i bambini devono stare meno davanti agli schermi, più all’aria aperta. Che bisogna salvarli dalla dipendenza digitale. Tanto che la Commissione europea presieduta da Ursula von der Leyen sta studiando un disegno di legge per limitare l’accesso dei minori ai social. E poi, quando tre bambini quella realtà la stavano vivendo davvero, cosa facciamo? Li riportiamo dentro. Li abituiamo agli schermi. Li nutriamo di zuccheri. Li separiamo da ciò che li faceva sentire al sicuro.
Non si tratta di idealizzare la vita nel bosco. Si tratta di guardare in faccia un dato semplice, quasi brutale: oggi quei bambini stanno peggio di prima. Lo dicono gli esperti. Lo raccontano i loro comportamenti. Lo suggerisce perfino il modo in cui mangiano.
E allora ci chiediamo: chi li sta davvero proteggendo? Perché quando il “superiore interesse del minore” produce sofferenza documentata, crescente, misurabile, allora forse è il momento di fermarsi. E di avere il coraggio di ammettere che qualcosa, in questa storia, si è rotto. E che a pagarlo, ancora una volta, sono i bambini.
“Decine di migliaia” secondo le stime prudenti delle organizzazioni per i diritti umani; almeno 150.000 per la Bbc e altri organi d’informazione; ormai 200.000, denuncia la diaspora.
Non è chiaro neanche quante siano le vittime civili di tre anni di guerra in Sudan, iniziata all’alba del 15 aprile 2023 tra l’esercito regolare e il gruppo paramilitare Forze di supporto rapido, l’uno e l’altro spalleggiati da milizie locali e sostenuti, anche con forniture di armi, da fuori.
Quello che è certo è che, su una popolazione di poco superiore a 50 milioni di persone, oltre un quinto è stato costretto alla fuga dai combattimenti: almeno due milioni negli stati confinanti, 12 milioni all’interno del Sudan, alla ricerca nomadica di una terra risparmiata dal conflitto.
Ben oltre la metà della popolazione, 33 milioni, ha urgente bisogno di aiuti umanitari, il cui ingresso e la successiva distribuzione vengono sistematicamente ostacolati.
L’insicurezza alimentare acuta riguarda ormai la metà del paese: in alcune zone del quale si è raggiunto il livello della carestia.
Il 70 per cento delle strutture mediche non è più funzionante. Questo spiega anche la diffusione di malattie facilmente prevenibili: come il colera, diffuso ormai in tutti i 18 stati del Sudan, che ha causato 113.000 contagi e 3000 morti.
In Sudan sono stati commessi i più gravi crimini di diritto internazionale: crimini contro l’umanità e crimini di guerra, soprattutto negli stati del Kordofan e del Darfur settentrionale. In quest’ultimo, le Nazioni Unite hanno denunciato “i segni del genocidio”, soprattutto dopo che – nell’ottobre 2025, dopo 18 mesi di assedio – le Forze di supporto rapido hanno preso la capitale Al Fasher.
Le persone che hanno cercato di fuggire sono state sistematicamente uccise. La violenza sessuale si è fatta endemica: sono stati accertati 1294 casi di stupro, nell’82 per cento dei casi ad opera delle Forze di supporto rapido, ma quel numero è con ogni probabilità una minima frazione del totale.
“Mentre i bisogni aumentano, gli aiuti diminuiscono”, ha sintetizzato Amnesty International, riferendosi anche ai tagli ai finanziamenti internazionali alla cooperazione.
Le ong denunciano ormai da ormai un anno che quei tagli hanno gravemente limitato o addirittura impedito il proseguimento delle loro attività, come le cure post-stupro per le bambine ora abbandonate a loro stesse insieme alle madri, l’assistenza alle persone con disabilità, la fornitura di cibo ad alto contenuto nutritivo e persino quella di medicinali di base come antibiotici o antidolorifici. Molte cucine comunitarie sono state costrette a chiudere.
A febbraio le Nazioni Unite hanno lanciato un appello per raccogliere 1,6 miliardi di dollari per assistere le persone sudanesi che si sono rifugiate negli stati confinanti. Di sicuro, manca ancora molto.
Considerato tutto ciò e aggiungendovi i ricorrenti blackout delle comunicazioni, in Sudan molte persone resistono accanto alle loro comunità, costruendo reti di sostegno e di aiuto reciproco, convinte che prima o poi il conflitto finirà. Potrebbe essere più “prima” che “poi” se l’embargo sulle armi dirette in Darfur, vigente dal 2004, venisse fatto rispettare e, come chiede da tre anni Amnesty International, fosse ampliato a tutto il territorio sudanese.
Si chiama Atto sulla protezione dalla falsificazione e dalla manipolazione online, è in vigore dall’ottobre 2019 ed è noto con l’acronimo inglese Pofma. Noto soprattutto a chi, a Singapore, finisce tra le sue maglie. Come Jay Ish’haq Rajoo, la prima persona a trovarsi sotto inchiesta a causa di questa norma incompatibile con gli standard internazionali sul diritto alla libertà d’espressione.
Rajoo è accusato di aver violato tre volte l’articolo 7 del Pofma, riportando “fatti in modo falso”. Rischia fino a cinque anni di carcere e una multa equivalente a quasi 40.000 euro. È anche accusato di diffamazione ai danni del primo ministro Lee Hsien Loong e del ministro per lo Sviluppo nazionale Chee Hong Tat e, come se non bastasse, di aver “promosso sentimenti malevoli tra differenti gruppi razziali”, rispettivamente ai sensi degli articoli 500 e 298.a del codice penale. Rischia un’altra multa e soprattutto altri cinque anni di carcere.
Nel 2023 Rajoo ha postato su TikTok alcuni video in cui criticava l’uso discriminatorio dei Fondi per la previdenza sociale: in sostanza, chi non votava per il governo veniva penalizzato. Gli è stato ordinato, ai sensi del Pofma, di pubblicare un nuovo video in cui ammetteva di aver riportato “fatti in modo falso”, con l’obbligo di aggiungere un link al sito governativo dedicato ai Fondi. La stessa piattaforma ha dovuto avvisare della correzione tutti i suoi utenti basati a Singapore che avevano visto i post originali.
Rajoo ha fatto quanto gli è stato richiesto ma non è stato abbastanza. Nel 2024 gli è stato dato l’avviso di astenersi da “condotte criminali” per due anni.
Nel 2025 Rajoo ha pubblicato un altro video, sempre su TikTok, che ha fatto infuriare il ministro ad interim per la Cultura, le comunità e i giovani, il quale veniva accusato di usare fondi pubblici per formare una nuova classe dirigente solo tra i cittadini di etnia cinese. È scattata la stessa procedura di “correzione dei contenuti” di due anni prima ma con l’aggravante che Rajoo aveva violato i due anni di astensione di cui sopra.
Sulla “correzione dei contenuti” c’è da aggiungere cosa è previsto dal Potma se gli utenti e le aziende proprietarie delle piattaforme social non si adeguano: per i primi si prevede fino a un anno di carcere e una multa equivalente a oltre 15.000 euro, mentre le seconde possono ricevere una multa pari a quasi 400.000 euro.
Un altro articolo del Pofma prevede la possibilità di impedire il ricevimento di donazioni online. In alcuni casi è stato applicato nei confronti non solo di singole persone ma anche di organizzazioni non governative e di mezzi d’informazione indipendenti.
Come si è probabilmente capito, il governo e i suoi ministri hanno piena discrezionalità nello stabilire cosa sia “falso” e dunque bollare come tale qualsiasi contenuto ritenuto scomodo. In caso di ricorso, non ci si può appellare al fatto che una notizia fosse di pubblico interesse.
Nel 2025, ad esempio, sono stati giudicati “falsi” contenuti sulla pena di morte, in un periodo nel quale Singapore sta eseguendo numerose condanne alla pena capitale: ne ha fatto le spese il sito MalaysiaNow, che aveva dato la notizia dell’impiccagione di un cittadino malese, Pannir Selvam Pranthaman.
Quando è scattata l’indagine contro Rajoo, Amnesty International, Civicus-World Alliance for Citizen Participation, Forum-Asia e Human Rights Watch hanno chiesto congiuntamente al governo singaporeano di abrogare il Pofma.
Dall’arresto di Imamoglu al caso Erkol, la pressione si estende alla capitale e colpisce la rete del Chp, il partito secolarista turco fondato da Ataturlk.
Dopo Istanbul, ora Ankara. La repressione dell’opposizione turca sembra seguire una traiettoria precisa, spostandosi dai grandi simboli politici ai nodi territoriali del potere locale.
L’arresto di Umit Erkol, leader del Partito Popolare Repubblicano nella capitale, si inserisce in una sequenza ormai consolidata: indagini per corruzione, accuse gravi, custodia cautelare. Un copione già visto.
Il precedente più rilevante resta quello di Ekrem Imamoglu, arrestato nel 2025 insieme a centinaia di imputati. Considerato il principale sfidante di Recep Tayyip Erdogan, Imamoglu è stato di fatto estromesso dal gioco politico nazionale.
Da allora, la pressione non si è fermata: sindaci di distretti e grandi città — tra cui Bursa — sono finiti sotto inchiesta o arrestati, erodendo progressivamente il radicamento locale dell’opposizione.
Il passaggio ad Ankara segna però un salto politico. Qui l’obiettivo è anche Mansur Yavas, figura popolare e potenziale rivale a livello nazionale. La sua reazione — dura, pubblica — evidenzia il nodo centrale: l’uso della leva giudiziaria in un contesto altamente politicizzato.
Più che episodi isolati, gli arresti delineano una strategia: disarticolare l’opposizione partendo dai suoi amministratori, in vista delle presidenziali del 2028.
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