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Nelle ultime tre settimane, prima della sempre più fragile tregua patrocinata dal Pakistan, mentre buona parte della politica e degli analisti si preoccupava più delle conseguenze economiche del blocco dello stretto di Hormuz che delle operazioni militari israeliane e statunitensi contro l’Iran e degli attacchi in ritorsione di questo contro Israele e gli stati del Golfo, le autorità iraniane hanno scatenato una guerra interna contro oppositori politici e manifestanti.
In questo post potete leggere l’elenco di quelli impiccati dalla fine di marzo.
I reati per i quali sono stati condannati alla pena capitale sono stati da loro negati. Vi sono poi altri riscontri: ad esempio, la base dei paramilitari basij era già in fiamme, incendiata da altre persone.
Mi rendo conto che la lettura potrà essere ripetitiva, ma lo è anche e soprattutto la repressione in atto da 47 anni e ripetitive sono le sue modalità: arresti arbitrari, confessioni estorte con la tortura, “interviste” alla tv di stato in cui si ammettono le proprie “colpe”, processi sommari, diniego del diritto alla difesa ed esecuzioni.
Nei casi dei manifestanti, dall’arresto in strada alla morte su un patibolo sono trascorsi sì e no un paio di mesi. Conoscere quanti anni avevano e cosa facevano è anche un modo per ridare prevalenza all’umanità rispetto ai numeri.
30 marzo: Ali Akbar (Shahrokh) Daneshvarkar, 59 anni, ingegnere civile, membro dell’Organizzazione dei mujahedin del popolo. Arrestato a Teheran nel gennaio 2024. Impiccato nella prigione di Ghezelhesan, provincia dell’Alborz. Condannato a morte nel novembre 2024 dalla sezione 26 del tribunale rivoluzionario di Teheran per baghi (ribellione armata).
30 marzo: Mohammadi Taghavi Sandeghi, 60 anni, sopravvissuto al massacro delle prigioni del 1988, membro dell’Organizzazione dei mujahedin del popolo. Arrestato a Teheran nel 2024, impiccato nella prigione di Ghezelhesan, provincia dell’Alborz. Condannato a morte nel novembre 2024 dalla sezione 26 del tribunale rivoluzionario di Teheran per baghi (ribellione armata).
31 marzo: Pouya Ghobadi, 32 anni, ingegnere elettronico, membro dell’Organizzazione dei mujahedin del popolo, impiccato a Teheran. Cinque suoi familiari erano stati impiccati negli anni Ottanta. Arrestato a Teheran nel 2024. Condannato a morte nel novembre 2024 dalla sezione 26 del tribunale rivoluzionario di Teheran per baghi (ribellione armata).
31 marzo: Babak Alipour, 34 anni, laureato in Giurisprudenza, membro dell’Organizzazione dei mujahedin del popolo. Impiccato a Teheran. Arrestato a Teheran nel 2024. Condannato a morte nel novembre 2024 dalla sezione 26 del tribunale rivoluzionario di Teheran per baghi (ribellione armata).
2 aprile: Amirhossein Hatami, 18 anni, impiccato a Teheran. Era stato arrestato durante le manifestazioni di gennaio e condannato a morte per moharebeh (inimicizia contro Dio) dalla sezione 15 del tribunale rivoluzionario della capitale per aver dato fuoco a una base dei basij e aver cercato di impossessarsi di armi.
4 aprile: Vahid Baniamerian, 32 anni, laureato e abilitato all’insegnamento, membro dell’Organizzazione dei mujahedin del popolo. Impiccato nella prigione di Ghezelhesan, provincia dell’Alborz. Figlio di un prigioniero politico degli anni Ottanta, era stato già in carcere nel 2018 e nel 2019 ed era stato nuovamente arrestato nel dicembre 2023. Condannato a morte nel novembre 2024 dalla sezione 26 del tribunale rivoluzionario di Teheran per baghi (ribellione armata).
4 aprile: Abdolhassan Montazer, 65 anni, architetto, membro dell’Organizzazione dei mujahedin del popolo. Impiccato nella prigione di Ghezelhesan, provincia dell’Alborz. Era stato in prigione ai tempi dello scià e nuovamente negli anni Ottanta e nel 2019. Arrestato nel dicembre 2023. Condannato a morte nel novembre 2024 dalla sezione 26 del tribunale rivoluzionario di Teheran per baghi (ribellione armata).
5 aprile: Mohammad Amin Biglari, 19 anni, studente di Informatica, impiccato a Teheran. Era stato arrestato durante le manifestazioni di gennaio e condannato a morte per moharebeh (inimicizia contro Dio) dalla sezione 15 del tribunale rivoluzionario della capitale per aver dato fuoco a una base dei basij e aver cercato di impossessarsi di armi.
5 aprile: Shahin Vahedparasht Kolor, 30 anni, impiccato a Teheran. Era stato arrestato durante le manifestazioni di gennaio e condannato a morte per moharebeh (inimicizia contro Dio) dalla sezione 15 del tribunale rivoluzionario della capitale per aver dato fuoco a una base dei basij e aver cercato di impossessarsi di armi.
6 aprile: Ali Fahim, 26 anni, impiccato a Teheran. Era stato arrestato durante le manifestazioni di gennaio e condannato a morte per moharebeh (inimicizia contro Dio) dalla sezione 15 del tribunale rivoluzionario della capitale per aver dato fuoco a una base dei basij e aver cercato di impossessarsi di armi.
I partecipanti alle proteste di gennaio messi a morte nelle ultime settimane sono sette: oltre a quelli elencati in questo post, sono stati impiccati Saleh Mohammadi, Saeed Davodi e Mehdi Ghasemi.
Per il “famoso” incendio alla base dei basij, rischiano l’imminente impiccagione altri condannati nel medesimo processo: Abdolfazl Salehi Siavashani, Shahab Zohdi e Yaser Rajaifar.
Forse tutte queste esecuzioni sarebbero avvenute lo stesso, chissà. Certamente, non sarebbero state avvolte dal silenzio attuale.
Siamo pervasi da una narrazione fetida, per cui denunciare le violazioni dei diritti umani in Iran equivale a giustificare l’operazione militare illegale degli Usa e di Israele.
Altrettanto ripugnante è la narrazione speculare secondo la quale denunciare i crimini commessi contro la popolazione civile e le infrastrutture civili in Iran negli attacchi israelo-statunitensi equivale a stare dalla parte della repubblica islamica.
L’8 aprile il tribunale di San Pietroburgo ha emesso il verdetto nei confronti di sei giovani per il mero sospetto che appartenessero al movimento giovanile democratico “Vesna”.
Le condanne sono state spietate: 12 anni per Anna Arkhipova, 11 per Yan Ksenzhepolsky, 10 per Vasiliy Neustroev, sette anni e mezzo per Pavel Sinelnikov e, infine, sei anni e due mesi per Evgeniy Zateev e Valentin Khoroshenin.
Come se non fossero sufficienti, il tribunale ha inflitto pene aggiuntive, da scontare al termine delle condanne, che prevedono il divieto di prendere parte a eventi pubblici o di scrivere per riviste e pubblicazioni online.
Anna, Yan, Vasiliy, Pavel, Evgeniy e Valentin erano stati arrestati in differenti città russe il 6 giugno 2023, trasferiti a Mosca e posti in detenzione preventiva.
Erano successivamente stati accusati di partecipazione a “una comunità estremista”, “diffusione di informazioni false sulle forze armate russe”, “invocazione di azioni considerate minacciose per la sicurezza dello stato”, “incitamento a disordini di massa” e – riporto la definizione esatta – “mancanza di rispetto per i giorni della gloria militare e per le date memorabili della Russia”.
Il tutto per aver espresso posizioni, in pubblico e sulle piattaforme social, contro la guerra all’Ucraina.
Valentin Koroshenin, non è chiaro quanto spontaneamente, si è dichiarato colpevole e ha testimoniato contro i cinque co-imputati.
Almeno altre 15 persone sospettate di far parte di “Vesna” hanno lasciato la Russia e i loro nomi sono sulla lista dei ricercati dalla polizia.
Ancora una volta il sistema giudiziario russo ha messo il timbro sulla repressione politica orchestrata dal Cremlino.
Ma non è finita lì. Appena un giorno dopo la condanna dei sei attivisti, la Corte suprema russa ha accolto la richiesta del ministero della Giustizia di designare come “estremista” il cosiddetto “Movimento pubblico internazionale Memorial”: una definizione generica utilizzata dal governo per imporre il divieto a tutte le organizzazioni collegate a Memorial, una delle più antiche organizzazioni della società civile in Russia e co-insignita del premio Nobel per la pace 2022.
Meglio tardi che mai. Il 7 aprile, oltre cinque anni dopo le conclusioni della commissione d’inchiesta Brereton, la polizia federale ha arrestato l’ex soldato delle forze speciali Ben Robert-Smith per violazioni del diritto internazionale umanitario commesse in Afghanistan tra il 2006 e il 2012, nell’ambito della missione militare australiana nel paese asiatico.
Il rapporto finale della commissione Brereton conteneva 143 raccomandazioni e chiedeva indagini su 53 possibili crimini di diritto internazionale commessi da 19 soldati del contingente australiano dispiegato nel paese asiatico, tra i quali l’uccisione illegale di decine di civili e detenuti. La commissione aveva anche riscontrato insabbiamenti continui e quella che aveva definito una “subcultura di elitismo”, ovvero di suprematismo nei confronti della popolazione locale afgana.
Amnesty International Australia nel 2021 aveva presentato al Senato una propria relazione, sollecitando l’attuazione delle raccomandazioni della commissione.
L’indagine nei confronti di Robert-Smith è durata cinque anni. Le accuse nei suoi confronti comprendono l’ordine ai suoi subordinati di sparare a un civile afgano portato sull’orlo di un precipizio e il ferimento a colpi di mitragliatrice di un uomo con un arto artificiale.
(La foto è tratta dal portale dell’ABC News)
Negli ultimi due anni Ecuador, El Salvador, Nicaragua, Paraguay e Perù hanno adottato o modificato leggi per imporre controlli sproporzionati contro le organizzazioni della società civile, rendendo loro difficile se non del tutto impossibile ricevere fondi, fornire sostegno a gruppi e comunità e difendere i diritti umani.
La tendenza a ricorrere alle “norme anti-ong” è un segno, come si legge in un recente rapporto di Amnesty International, della diffusione dell’autoritarismo nell’America centro-meridionale.
Come sempre, l’adozione delle nuove norme o l’inasprimento di quelle vigenti è preceduta e poi accompagnata da una narrazione stigmatizzante che descrive le ong e i loro esponenti di volta in volta come “nemici interni”, “agenti stranieri” o “anti-patrioti”, che rafforza un clima già ampiamente intimidatorio e costringe spesso all’autocensura.
La mancanza di consultazione della società civile, la scarsità di notizie sui provvedimenti in discussione, la velocità dell’iter legislativo di approvazione e l’enfasi posta sulla necessità di contrastare o prevenire crimini di natura finanziaria pur in presenza di efficaci organismi e meccanismi di controllo, rivelano il vero obiettivo: espandere il controllo dello stato sulla società civile.
Il vocabolario impiegato nelle norme è fatto di definizioni ampie e ambigue (“ordine pubblico”, “attività politiche”, “interesse pubblico”, “deviazione dalle finalità” e altre ancora) che si prestano a interpretazioni soggettive e discrezionali e a un uso selettivo contro gruppi e singole persone.
Altre due caratteristiche costanti sono l’opacità e l‘arbitrarietà delle procedure di registrazione, che in alcuni casi si trasformano in un vero e proprio riconoscimento ufficiale da parte delle autorità statali. in violazione degli standard internazionali sui diritti umani; e l’eccesso di obblighi di rendicontazione, che spesso si sovrappongono a quelli già esistenti, in materia di ricevimento dei fondi e del loro impiego.
Non è dunque necessario agire dando troppo nell’occhio, ad esempio attraverso il divieto assoluto di organizzarsi in gruppi della società civile. Possono essere sufficienti disposizioni meno palesi, come l’obbligo di fornire dati sensibili sulle persone che hanno ruoli apicali in tali gruppi o l’imposizione di percentuali ad hoc di prelievo fiscale sui finanziamenti a essi diretti, soprattutto quelli provenienti dall’estero o quelli destinati a progetti su temi particolari, come la difesa delle donne, dell’ambiente e delle comunità native.
Un particolare effetto deterrente si ottiene, poi, chiamando in causa i donatori attraverso l’obbligo di fornire propri dati sensibili, e gli istituti bancari, a loro volta soggetti a disposizioni onerose e procedure estenuanti.
Il rischio di chiusura o di ritiro del riconoscimento ufficiale è sempre dietro l’angolo: un’ong di assistenza legale può essere sciolta se un suo avvocato difende un cliente in una causa contro lo stato, in altri casi può bastare il congelamento dei conti bancari o, in quelli più estremi, l’avvio di azioni penali contro i dirigenti.
L’impatto cumulativo di tutte queste politiche e procedure va ben al di là dell’operatività o dell’esistenza stessa delle ong: viene meno la tutela di gruppi vulnerabili, come le donne alle prese con la violenza domestica e sessuale o le comunità native minacciate da progetti di sfruttamento del loro territorio e del loro sottosuolo.
In altre parole, quando viene minacciata la libertà d’associazione è a rischio tutta una serie di diritti umani, che restano privi di protezione. In definitiva, è questo l’obiettivo ultimo delle “norme anti-ong”.
Già capo delle forze armate responsabili della pulizia etnica dei rohingya nel 2017, poi leader della giunta militare che nel febbraio 2021 depose il governo civile, il 3 aprile l’ex generale Min Aung Hlaing è stato nominato presidente di Myanmar da un parlamento a lui fedele, frutto di elezioni imposte dall’esercito che gli osservatori hanno giudicato fraudolente e svoltesi solo in una parte del paese, in un contesto segnato da diffuse violazioni dei diritti umani.
Quello di Min Aung Hlaing compare in un elenco di 13 nomi, resi noti da Amnesty International nel 2018, di persone ritenute responsabili di crimini contro l’umanità nella campagna militare contro la minoranza rohingya nello stato di Rakhine.
La giunta militare guidata dallo stesso Min Aung Hlaing, dopo il colpo di stato del febbraio 2021, ha mandato in carcere l’ex presidente civile Win Mynt, la leader di fatto Aung San Suu Kyi e altri esponenti del deposto governo.
Gli ultimi cinque anni sono stati segnati da violenze dell’esercito in tutto il paese, arresti di massa, repressione delle proteste e attacchi illegali contro i civili, con un totale di oltre 7000 vittime civili.
Nel novembre 2024 la procura della Corte penale internazionale ha chiesto un mandato di cattura nei confronti di Min Aug Hlaing e di altri soggetti, i cui nomi non stati resi noti, per i crimini contro l’umanità di deportazione e di persecuzione commessi contro la popolazione rohingya durante la sua espulsione verso il Bangladesh. Al momento, tuttavia, non è stato emesso alcun mandato di cattura.
Alla Corte internazionale di giustizia si è invece rivolto il Gambia, accusando Myanmar del crimine di genocidio contro i rohingya. La Corte, che già aveva ordinato a Myanmar misure provvisorie, ha concluso le udienze di merito nel gennaio 2026.
Se Min Aung Hlaing ritiene che il suo nuovo ruolo di leader civile possa tenerlo al riparo dalla giustizia internazionale, si sbaglia di grosso. Non è così che funziona.
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