DESCRIPTION HERE
http://informazioneconsapevole.blogspot.it/
Lo scrittore Roberto Saviano si chiede oggi sul Corriere della Sera se la tragedia di Crans-Montana c’entri con il riciclaggio e la mafia. A causa dell’ascesa economica dei coniugi Jacques e Jessica Moretti, proprietari di Le Constellation. E della criminalità corsa, che ha sviluppato un modello mafioso paragonabile a quello italiano. Mentre la strage «è soltanto l’epilogo visibile di una storia che riguarda molto più della sicurezza antincendio. Riguarda il modo in cui il potere economico e relazionale si esercita nelle zone grigie d’Europa. Zone dove non serve violenza plateale. Basta non fare domande».
Le Constellation, spiega Saviano, era un luogo centrale in una delle località più ricche della Svizzera. «Intorno a quel locale si è costruita, in pochi anni, un’ascesa economica anomala: ristoranti, bar, immobili acquistati senza mutui, senza ipoteche, senza ricorso al credito bancario. Come può una persona con precedenti per sfruttamento della prostituzione, frode e sequestro di persona come Moretti gestire due locali notturni in una delle località turistiche più importanti d’Europa?», dice. In Francia però un giudice non può disporre interdizioni in caso di condanne di questo tipo. «Se hai i soldi in Svizzera puoi aprire ciò che vuoi», aggiunge.
Poi ci sono le intimidazioni. Quando alcuni giovani clienti di un altro locale dei Moretti, Le Senso, hanno lasciato recensioni negative online, hanno ricevuto in risposta «atteggiamenti aggressivi, un clima intimidatorio, selezioni all’ingresso arbitrarie, trattamenti differenziati. Descrivevano un locale percepito come ostile verso studenti e giovani, riservato a una «clientela scelta», cioè solo ricchi signori in cerca di compagnia e imprenditori pronti a spendere mille euro a bottiglia». Moretti ha minacciato pubblicamente ritorsioni. Che hanno funzionato. E questo, sostiene Saviano, è il lessico mafioso.
E ancora: dal 2020 al 2025 non risultano ispezioni periodiche obbligatorie, nonostante le norme comunali le prevedessero. Un’assenza che è un segnale: «I controlli non sono mai neutrali: arrivano dove c’è conflitto, non dove c’è consenso. E il consenso, quando un’attività produce fatturato, lavoro, turismo e visibilità, tende a trasformarsi in tolleranza. Quindi la risposta è: sì, proprio perché siamo in Svizzera non si hanno controlli». I Moretti hanno spesso acquistato senza ipoteche. Ovvero con soldi loro. Liquidità senza passaggi bancari. E quindi senza verifiche di merito creditizio. In questo caso l’opacità è oggettiva.
E il tutto serve a riciclare denaro: «L’attività commerciale non è necessariamente il fine: è solo il veicolo. Il locale serve a giustificare flussi di denaro come incassi, a trasformare capitale opaco in fatturato, a rendere ordinario ciò che, in altri contesti, apparirebbe atipico». E tutto questo è tipico della prassi mafiosa.
Infine, Saviano parla della mafia corsa: «è l’unica criminalità organizzata europea, fuori dall’Italia, ad aver sviluppato un modello pienamente mafioso, anche se non codificato giuridicamente come il 416-bis. Ha storicamente investito in bar, ristoranti, discoteche, locali notturni, case da gioco. La Brise de Mer, nata a Bastia negli anni Settanta, prendeva il nome da un bar. Il Petit Bar, ad Ajaccio, ne è stato clan rivale e successore. I nomi dei locali diventavano i nomi delle organizzazioni. Quando oggi i giornali evocano la mafia corsa in relazione a bar, locali notturni, gestione familiare e denaro opaco, non formulano un’accusa diretta. Richiamano un precedente strutturale europeo storico». Infine, la domanda delle domande: «Quante attività economiche in Europa crescono oggi senza che nessuno chieda davvero da dove arrivino i soldi?».
FONTE: https://www.open.online/2026/01/12/roberto-saviano-crans-montana-moretti-le-constellation/
In Lombardia esiste un consorzio mafioso che vede allo stesso tavolo membri di spicco di Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Camorra. Lo ha confermato ieri una storica sentenza, sfociata da un processo celebrato con rito abbreviato, che ha portato alla condanna di 62 soggetti riconducibili ai principali sodalizi criminali operanti nel nostro Paese. Lo scorso ottobre, i giudici del tribunale del Riesame avevano riconosciuto la presenza dell’alleanza, ampiamente documentata dalle ricostruzioni dei carabinieri del Nucleo investigativo di Milano sugli incontri tra i loro esponenti, interamente confluite nell’inchiesta “Hydra”. Ma ora, con una pronuncia storica che porta la firma del gup Emanuele Mancini, lo attesta anche una sentenza di merito.
Dopo 6 ore di camera di consiglio, il giudice ha disposto complessivamente 62 condanne e 18 assoluzioni per gli 80 imputati che avevano scelto il rito abbreviato. Questi ultimi erano accusati a vario titolo di reati quali associazione mafiosa, estorsione, traffico e spaccio di droga, detenzione abusiva di armi, intestazione fittizia di beni, frode fiscale e omesso versamento delle imposte, riciclaggio e false fatture. All’interno della pronuncia si legge che in Lombardia è presente «una imponente e capillarmente strutturata associazione mafiosa costituita da appartenenti a Cosa Nostra, ’ndrangheta e camorra, avente struttura confederativa orizzontale».
Nello specifico, l’accusa di associazione di stampo mafioso è stata riconosciuta per tutti i 24 soggetti alla sbarra a cui era contestata, ad eccezione di uno (Antonio Romeo). I personaggi più influenti a cui sono state comminate le condanne sono i presunti capi mafiosi Filippo Crea (14 anni di carcere), Giuseppe Fidanzati (14 anni), Massimo Rosi (16 anni) Bernardo Pace (14 anni e 4 mesi), Domenico Pace (11 anni e 4 mesi), Michele Pace (12 anni), Giacomo Cristello (11 anni) e Giovanni Abilone (13 anni). Nella pronuncia, si spiega che «i vertici di ciascuna delle tre componenti mafiose operano sullo stesso livello, contribuendo alla realizzazione di un sistema mafioso lombardo la cui operatività veniva decisa congiuntamente dalle tre componenti mafiose nel corso di 21 summit». Il consorzio «manteneva contatti con esponenti del mondo politico, istituzionale, imprenditoriale, bancario» e «condizionava il libero esercizio di voto».
Parallelamente, 45 persone sono state rinviate a giudizio (10 hanno invece patteggiato, mentre 11 sono state prosciolte), con il dibattimento che inizierà nella seconda metà di marzo. Il giudice ha inoltre ordinato la confisca di circa 225 milioni di euro, nonché quella del presunto credito d’Iva imposta falso (218 milioni di euro) detenuto da due degli imputati. Sono stati poi riconosciuti provvisionali risarcimenti per le parti civili Regione Lombardia, i comuni di Milano e Varese, la Città metropolitana e le associazioni Libera e Wikimafia.
Nella pronuncia emessa lo scorso ottobre dal Tribunale del Riesame, i giudici avevano attestato come, al centro del “patto” mafioso lombardo, vi sarebbero stati la gestione del traffico di droga, l’infiltrazione del tessuto economico e imprenditoriale della regione, il riciclaggio e le estorsioni. Accogliendo le tesi dei pm, che un anno prima non erano state avallate dal GIP, il Riesame ha ritenuto «ampiamente dimostrato che il sodalizio contestato abbia fatto effettivo, concreto, attuale e percepibile uso, anche con metodi violenti o minacciosi, della forza di intimidazione nella commissione di delitti come nella acquisizione del controllo e gestione di attività economiche», ovvero degli «ambiti di attività che, secondo il parametro normativo, tipizzano la natura mafiosa del gruppo».
Un notevole contributo alle indagini è stato dato, negli ultimi mesi, da una serie di importanti collaborazioni. Tra queste, quelle del professionista Saverio Pintaudi, del membro della ‘Ndrangheta Francesco Bellusci e del referente catanese del clan Mazzei William Cerbo. Quest’ultimo ha fornito alla Procura di Milano dettagli inediti sulla nascita e il funzionamento del Consorzio, che a suo dire avrebbe avuto origine nel 2019 per gestire il patrimonio del superlatitante Matteo Messina Denaro e creare una “camera di compensazione” al fine di risolvere i conflitti interni.
Le ambizioni statunitensi sulla Groenlandia si intensificano e mercoledì 14 gennaio sarà una data cruciale per capire se si concretizzeranno. Alla Casa Bianca il vicepresidente J.D. Vance e il Segretario di Stato e National Security Advisor Marco Rubio (che per quest’ultimo incarico ha un ufficio a Pennsylvania Avenue) ospiteranno il ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen e l’omologa groenlandese Vivian Motzfeldt per provare a mettere a terra il disegno di Donald Trump, il quale insiste sulla volontà di portare l’isola più grande del mondo sotto il controllo Usa.
Le mire espansioniste del presidente, in nome della “sicurezza emisferica”, della volontà di interdire il Grande Nord dell’Artico a Cina e Russia e della mira sulle immense risorse minerarie della Groenlandia, si stanno trasformando in un caso politico con l’alleato danese, mentre i Paesi europei riaffermano il loro impegno a difendere la sovranità di Copenaghen, a cui la Groenlandia è associata, paventando addirittura l’invio di una segnaletica forza militare di deterrenza.
Trump ha spinto ai limiti massimi le tensioni interne alla Nato per una questione di principio, passando oltre il fatto che la Groenlandia è membro dell’Alleanza Atlantica per via della sua appartenenza alla corona danese, che ne è co-fondatrice, ospita la base della Space Force di Pittufik ed è dunque nella piena disponibilità strategica Usa.
A ruota sono arrivati i clientes del capo dello Stato Usa: Randy Fine, deputato del sesto distretto della Florida distintosi in passato principalmente per le sue battaglie sulla libertà di porto d’armi, ha presentato il Greenland Annexation and Statehood Act, un disegno di legge per aprire la strada all’annessione della Groenlandia come 51esimo Stato Usa, proposta più radicale sia di quella avanzata da chi proponeva in passato di aggiungerla al territorio dell’Alaska sia della recente idea di Stephen Miller, vicecapo dei consiglieri di Trump, di stipulare un trattato di associazione con Nuuk simile a quello dei piccoli Stati insulari del Pacifico.
Rubio e Vance opereranno da camera di compensazione tra le mire di Trump e la loro possibile concretizzazione. Il capo dei diplomatici Usa ha tenuto a sottolineare che l’ipotesi di un uso della forza contro l’alleato danese è escluso: intervenendo alla Commissione Esteri del Congresso “Rubio ha detto ai legislatori che il Presidente Trump ha intenzione di acquistare la Groenlandia anziché invaderla, mentre Trump ha chiesto ai suoi collaboratori di fornirgli un piano aggiornato per l’acquisizione del territorio”, nota il New York Times, aggiungendo che “la Strategia per la Sicurezza Nazionale della seconda amministrazione Trump
afferma che il dominio dell’emisfero occidentale è una priorità assoluta” e che Nuuk è una chiave per conseguirlo.
Per Trump questo può valer bene l’incrinatura dell’asse transatlantico: “Parlare così apertamente della rottura di un’alleanza che dura dalla Seconda Guerra Mondiale, per quanto scioccante per gli europei, non è una novità per Trump”, nota Politico, anche se nei fatti il negoziato sulla Groenlandia è pensato con l’obiettivo di ricordare all’Europa che per essa Washington resta indispensabile e che ogni pretesa degli Usa, anche la più radicale, può essere contestata ma non ignorata facendo spallucce. La presa della Groenlandia ha obiettivi anti-russi e anti-cinesi sul piano geopolitico e mira a espandere la sfera d’influenza Usa prima di negoziare quelle altrui. Ma può essere antieuropea nella prassi. Ponendo di fronte ai tumulti di un mondo caotico, una volta di più, il Vecchio Continente. I diplomatici di Copenaghen e Nuuk parleranno anche a nome di un continente intero e la loro capacità di resistenza alle pretese Usa a Washington sarà un proxy delle possibilità europee di saper aver voce in capitolo nella sbilanciata alleanza occidentale.
Non sono le bombe, ma poco ci manca: Donald Trump ha annunciato nella sera italiana che ogni Paese che farà affari con la Repubblica Islamica dell’Iran pagherà un dazio aggiuntivo del 25% sui commerci con gli Stati Uniti.
Un colpo durissimo tramite la leva delle sanzioni secondarie per demolire la base di consenso attorno a Teheran nei giorni in cui le autorità del Paese stanno affrontando le dure proteste di piazza nate dai bazar ed estesesi a rivolte nazionali.
Mentre i morti si contano a centinaia e mentre il regime si divide tra l’ala oltranzista della repressione a tutto campo e lo schieramento del presidente Masoud Pezeshkian, che cerca forme di compromesso, Washington cala il colpo. Ed è di quelli che potenzialmente possono fare male. Trump non ha specificato se le manovre sanzionatorie americane si applicheranno, in forma di extra dazi, alle imprese private o a quelle governative, ma la differenza è relativa: l’Iran, dopo anni di sanzioni e la ripartenza dell’assedio economico occidentale dopo il fallimento dell’accordo sul nucleare del 2015, ha rapporti con l’estero soprattutto per la fornitura di materie prime energetiche.
Nel 2024 l’export di petrolio, a 43 miliardi di dollari, e quello di gas naturale, a oltre 7 miliardi, rappresentavano una voce importante dei circa 112 miliardi di dollari di export complessivi di Teheran, che vantava partner importanti come Turchia (sul gas), Cina, India, Pakistan (petrolio) e, inoltre, forniva su licenza tecnologia militare alla Russia. Tutto questo per non citare i rinascenti scambi col Golfo e le opportunità di scambio verso l’Asia Centrale.
Ebbene, con la mossa di Trump su tutto questo cala una pesante cappa. La mossa è di quelle potenzialmente dannose per l’Iran: si pongono i suoi partner di fronte a un’alternativa estremamente pesante, ovvero il rischio di perdere l’accesso al mercato americano a condizioni più favorevoli se si sceglierà di dialogare con Teheran. Questa mossa serve anche all’opinione interna statunitense: dopodomani la Corte Suprema decide dei dazi imposti da Trump a partire dal Liberation Day del 2 aprile 2025. Trump giustifica con una legge del 1977 sulla sicurezza economica nazionale l’uso dei dazi (come leva contro l’emergenza del deficit commerciale) e dunque chiamando in causa il dossier Iran questo richiamo può apparire, ai suoi occhi, più consolidato.
Washington ha negli anni espulso sostanzialmente Teheran dagli scambi internazionali, portato l’Iran fuori dal sistema Swift, sostenuto con le sanzioni il tracollo del rial e contenuto gli sbocchi dell’export energetico iraniano. Le sanzioni hanno contribuito, assieme al malgoverno, al peggioramento del quadro economico iraniano.
Ora la mossa mira al definitivo soffocamento della Repubblica Islamica togliendo a Teheran le linee di rifornimento. Essa arriva proprio mentre l’Iran si era detto pronto a trattare sul nucleare in extremis per evitare un attacco americano contro le installazioni del regime impegnate contro le proteste: una mossa funzionale a mettere la pistola sul tavolo prima di ogni negoziato o un rifiuto sostanziale dell’offerta iraniana? La mossa di Trump è ambivalente, ma segna un cambio di passo: per gli Usa, dunque per i titolari del dollaro e i principali ordinatori degli scambi internazionali, commerciare con Teheran è ufficialmente un fattore potenzialmente dannoso per i partner economici di Washington. L’avvertimento sembra essere soprattutto alla Cina, che acquista energia dall’Iran. E segna un passo in avanti nella partita a scacchi lanciata da Trump per l’ordine globale.
La Casa Bianca ha formalizzato con un memorandum presidenziale il ritiro degli Stati Uniti da 66 organizzazioni internazionali, 31 delle quali appartenenti alle Nazioni Unite. L’elenco include agenzie, commissioni e organismi consultivi attivi su clima, lavoro, migrazioni, diritti e governance globale, giudicati dall’amministrazione Trump inefficaci o portatori di agende ideologiche «in contrasto con gli interessi nazionali». Il provvedimento dà attuazione alla revisione avviata dall’ordine esecutivo 14199 e incarica le agenzie federali di cessare partecipazione e finanziamenti, nei limiti consentiti dalla legge. Una scelta che segna un ulteriore strappo nel sistema multilaterale e ridisegna il perimetro dell’impegno americano sulla scena globale.
La decisione segue l’uscita da altri forum globali, incluso l’allontanamento dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il provvedimento firmato da Trump è, infatti, il culmine di una revisione iniziata con un precedente ordine esecutivo del 4 febbraio 2025, che chiedeva al Segretario di Stato di sottoporre a nuovo esame tre organismi ONU: il Consiglio per i diritti umani, l’UNESCO e l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi (UNRWA). Proprio Marco Rubio ha difeso il provvedimento del 7 gennaio parlando di una necessaria revisione dell’architettura multilaterale degli USA, sostenendo che molte organizzazioni siano inefficienti o perseguano agende contrarie alla politica interna statunitense. Secondo il memorandum ufficiale, gli USA si ritireranno dal trattato internazionale per il clima, l’Un Framework Convention on Climate Change, dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), dal Carbon Free Energy Compact, dall’Università delle Nazioni Unite, dall’International Cotton Advisory Committee, dall’International Tropical Timber Organization, dal Partnership for Atlantic Cooperation, dall’Istituto Panamericano di Geografia e Storia, dalla Federazione Internazionale dei Consigli e delle Agenzie per le Arti e la Cultura e dall’International Lead and Zinc Study Group.
La decisione di Washington ha innescato reazioni critiche sul piano internazionale, soprattutto da parte della Unione europea, dove le preoccupazioni si concentrano in primo luogo sul dossier climatico. Paesi alleati e rappresentanti degli organismi coinvolti temono un’ulteriore erosione della cooperazione multilaterale e l’accelerazione di un quadro geopolitico sempre più frammentato, con effetti diretti sui meccanismi di governance globale. Al centro del dibattito vi è il ritiro degli Stati Uniti dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), architrave del sistema negoziale che ha portato agli accordi di Parigi del 2015 e alle attuali trattative sul clima. Il memorandum prevede inoltre l’uscita dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC), l’organismo scientifico incaricato di valutare le evidenze sul riscaldamento globale, insieme ad altri enti di cooperazione ambientale. Secondo le voci critiche, la mossa rappresenta non solo un arretramento nella lotta ai “cambiamenti climatici”, ma anche un segnale politico che rischia di legittimare un disimpegno più ampio dal multilateralismo. L’elenco dei ritiri comprende inoltre organismi attivi nella promozione dei diritti umani, dell’uguaglianza di genere e della democrazia, come UN Women, il Fondo ONU per la democrazia e la Freedom Online Coalition, oltre a strutture impegnate nella prevenzione dei conflitti. Rilevante anche il disimpegno da enti che operano nei settori dello sviluppo, del commercio internazionale e della gestione delle migrazioni.
La scelta di Washington si inserisce in un più ampio riposizionamento della politica estera americana verso un bilateralismo assertivo che privilegia gli accordi diretti rispetto agli impegni multilaterali. All’interno degli Stati Uniti, la mossa polarizzerà ulteriormente il dibattito interno sulla direzione della politica estera, tra sostenitori di un approccio isolazionista e figure che invocano una partecipazione più attiva alle strutture internazionali. In questo quadro si colloca anche, tra pochi giorni, il viaggio del presidente Donald Trump al World Economic Forum di Davos, dove la Casa Bianca intende riaffermare il proprio peso politico ed economico in una sede simbolo della governance globale, pur prendendone le distanze sul piano istituzionale. Un paradosso che segnala come il confronto internazionale non venga abbandonato, ma ridefinito secondo nuove regole e nuovi equilibri.
... | 90 | 95 | 100 | 105 | 110 | 115 | 120 | 125 | 130 | 135
AgoraVox Italia