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Il presunto arresto ha comunque attirato molte attenzioni anche in Italia, soprattutto per il ruolo che Saab aveva avuto nella liberazione del cooperante italiano Alberto Trentini.
Saab si era inserito nelle trattative per Trentini per provare a ottenere l’archiviazione del procedimento penale in cui era imputato in Italia per riciclaggio e intestazione fittizia di beni. Il processo si è concluso con un patteggiamento lo scorso 31 ottobre, senza che Trentini fosse scarcerato. La mediazione di Saab si era quindi dimostrata più inconsistente di quanto lui avesse fatto intendere fino a quel momento a chi seguiva le negoziazioni. Nello stesso processo era imputata anche sua moglie, la modella italiana Camilla Fabri, viceministra per la Comunicazione internazionale del Venezuela.
La notizia dell’arresto è stata diffusa mercoledì sera dalla radio colombiana Radio Caracol. Poco dopo è stata ripresa dall’agenzia di stampa Reuters e dal New York Times, che l’hanno confermata con fonti loro che però sono rimaste anonime (quindi stiamo parlando di una situazione in cui non ci sono ancora conferme ufficiali, o dichiarazioni pubbliche di qualche funzionario). I media statunitensi hanno scritto che l’arresto è stato fatto durante un’operazione congiunta di Venezuela e Stati Uniti e che insieme a Saab è stato arrestato anche Raúl Gorrín, imprenditore e proprietario della rete televisiva venezuelana Globovision, che in passato era stato molto critico nei confronti del regime di Maduro.
Il giornalista Roberto Deniz, che si è molto occupato di Saab per la testata investigativa armando.info, ha detto che secondo tutte le fonti e le prove che è riuscito a raccogliere finora Saab è attualmente detenuto nella capitale Caracas.
Secondo queste prime ricostruzioni, si starebbe valutando l’estradizione di Saab negli Stati Uniti nei prossimi giorni. Non è però ancora chiaro su quale base: al momento non è nota un’indagine statunitense a carico di Saab, che però ha precedenti penali nel paese.
L’altra versione dei fatti è quella sostenuta tra gli altri dall’avvocato di Saab, Luigi Giuliano. Contattato dal Post, Giuliano ha smentito la notizia dell’arresto e ha sostenuto di avere incontrato Saab mercoledì nella capitale venezuelana Caracas e di averlo trovato «molto sorpreso da questa notizia». Giuliano ha sostenuto che Saab avesse passato la giornata tra la sua casa e il suo ufficio, e che avrebbero dovuto incontrarsi di nuovo giovedì. Per ora non si sa se si siano incontrati. Giuliano ha detto anche che Saab stava valutando di smentire la notizia del suo arresto, ma che non voleva creare tensioni con il governo venezuelano. Non è chiaro in che modo.
La versione di Giuliano va un po’ presa con le molle. Giuliano potrebbe avere ragioni per nascondere l’informazione dell’arresto, se questo comportasse fare gli interessi del suo cliente. Inoltre Saab solitamente è molto attivo sui suoi profili social, ma non pubblica niente da mercoledì. E infine sia New York Times che Reuters sono due giornali molto affidabili: non è impossibile che sbaglino entrambi, ma è poco probabile.
FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://www.ilpost.it/2026/02/06/alex-saab-arresto/
La pubblicazione degli Esptein Files – o meglio, dell’ultima mole di 3 milioni di documenti – rappresenta un vero terremoto politico internazionale. Due i Paesi, in particolare, che stanno affrontando conseguenze significative da questo punto di vista: la Norvegia, con lo scandalo che ha colpito dapprima l’ambasciatrice Mona Juul e il marito, Terje Rød-Larsen, i quali hanno avuto ripetuti contatti con il finanziere-pedofilo morto in carcere per un apparente suicidio presso il Metropolitan Correctional Center di New York il 10 agosto 2019, e il Regno Unito, con le polemiche che ci concentrano sull’ex ministro laburista Lord Peter Mandelson, ex ambasciatore britannico negli Usa accusato di aver agito come «spia» per conto dello stesso finanziere e licenziato da Starmer per i suoi legami con il magnate, dimessosi recentemente anche dalla Camera dei Lord. Jeffrey Epstein, si legge nei documenti, avrebbe inviato a Mandelson decine di migliaia di dollari, e secondo la polizia lo avrebbe fatto in cambio di informazioni finanziarie riservate
Ora, tuttavia, lo scandalo si allarga e coinvolge, in Norvegia, l’ex primo ministro Thorbjørn Jagland. L’ex Presidente del Comitato norvegese per il Nobel e Segretario generale del Consiglio d’Europa è infatti accusato di «grave corruzione»: secondo gli ultimi documenti resi noti su
Secondo le email pubblicate dalle autorità statunitensi e citate dal quotidiano norvegese VG, il 28 settembre 2014 Jagland scrisse a Epstein: «Ciao Jeffrey, è stato un piacere vederti a New York. Riguardo al mio possibile appartamento a Oslo, posso ottenere un prestito fino a 7,5 milioni di corone, ma non riesco a ottenere un buon tasso su quella cifra, oppure l’importo non è sufficiente, devo arrivare a 10 milioni».
Aggiunse poi che «un investimento congiunto», di cui avevano presumibilmente discusso in precedenza, «sarebbe interessante». Jagland ha spiegato a VG che la richiesta non ha mai portato a un trasferimento economico da parte di Epstein e che le proprietà familiari sono state acquistate interamente con mutui ordinari concessi dalla banca DNB. E i contatti tra Jagland ed Epstein – che includono email, incontri a New York, Parigi e Strasburgo, nonché progetti di viaggi – sono stati definiti dall’ex primo ministro norvegese in passato come «parte dell’attività diplomatica normale» durante il suo mandato di Segretario Generale del Consiglio d’Europa (2009-2019) e presidente del Comitato Nobel. Il Comitato, nelle scorse ore, ha dichiarato di attendere una «spiegazione» circa le ultime rivelazioni sul suo ex capo.
Nel Regno Unito non bastano le dimissioni di Mandelson dalla Camera dei Lord per placare le polemiche. Anche per il premier Keir Starmer, che nominò Mandelson ambasciatore negli Usa nel 2024, potrebbero essere giorni decisivi. Il Guardian riporta che alcuni deputati laburisti hanno avvertito che i giorni di Starmer come primo ministro «sono contati». Motivo? Il governo è arrivato sull’orlo di una sconfitta alla Camera dei Comuni, evitata solo grazie a un emendamento concordato in extremis da Meg Hillier e Angela Rayner, che ha imposto la pubblicazione di documenti relativi alla nomina di Mandelson e alla profondità dei suoi legami con Epstein.
Diversi parlamentari hanno indicato che la pubblicazione di tali documenti – potenzialmente ritardata da un’indagine della polizia su Mandelson – potrebbe provocare un terremoto. Uno di loro ha dichiarato: «Dobbiamo far uscire tutto il veleno», mentre un ex ministro ha definito la giornata «la peggiore finora», mentre un altro ancora ha avvertito che «la fiducia è finita» e che non si sentirebbe più di sostenere Starmer in un voto di fiducia.
L’atmosfera è descritta come particolarmente cupa tra i deputati più fedeli, con un neo-eletto del 2024 che ha parlato di un «umore terminale». L’ammissione di Starmer durante il Question Time, in cui ha confermato di essere a conoscenza dell’amicizia di Mandelson con Epstein prima della nomina (pur precisando che si trattava solo di informazioni pubbliche), ha rappresentato un momento particolarmente negativo e pesante all’interno del Labour. Forse – vedremo – anche la pietra tombale per Starmer come Primo ministro. Epstein, Jagland, nel 2014, chiese aiuto economico al finanziere condannato per reati sessuali per l’acquisto di un appartamento a Oslo. Jagland ha negato di aver ricevuto regali o trasferimenti irregolari, affermando che tutte le proprietà della famiglia sono state finanziate esclusivamente tramite prestiti bancari della DNB.
«Intanto, registriamo la caduta del mito del bravo ragazzo Bill Gates». È dalle colonne del Corriere della sera, che Aldo Cazzullo prende atto della disintegrazione di un’icona fino a ieri considerata intoccabile. La pubblicazione della nuova tornata degli Epstein Files sta producendo un effetto domino, che travolge uno dei miti più protetti del nostro tempo: Bill Gates, filantropo globale, il benefattore illuminato, celebrato per decenni dai media mainstream. Le nuove rivelazioni – che lo collegano nuovamente a Jeffrey Epstein, a rapporti sessuali con escort russe, a presunte malattie veneree e a richieste di antibiotici da somministrare di nascosto alla moglie Melinda – stanno incrinando irreversibilmente una narrazione costruita con cura.
FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://www.lindipendente.online/2026/02/03/gli-epstein-files-hanno-fatto-crollare-il-mito-di-bill-gates-sui-media-mainstream
Il Consiglio Comunale di Cagliari ha compiuto una scelta simbolica e operativa, approvando un ordine del giorno che impegna il sindaco a opporsi al transito di armamenti nel porto cittadino. Con 20 voti favorevoli, 6 contrari e 2 astenuti, l’aula ha espresso una chiara volontà politica, trasversale alle forze di centrosinistra, per interrompere le operazioni legate al commercio bellico. Il documento impegna l’amministrazione a farsi promotrice presso le autorità competenti di iniziative volte a «interrompere e vietare» la movimentazione di materiali esplosivi, con particolare riferimento a quelli prodotti dalla RWM Italia S.p.A. di Domusnovas, chiedendo anche una moratoria temporanea e l’istituzione di un tavolo di monitoraggio permanente.
L’atto, presentato dai consiglieri di Sinistra Futura e Alleanza Verdi Sinistra, è stato promosso come aderente ai valori dello Statuto comunale, che nel preambolo dichiara l’impegno per «la pace e la non violenza», e richiama espressamente l’articolo 11 della Costituzione sul ripudio dell’Italia alla guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. La decisione fa seguito ad altre mozioni come quella del 2025 su “Cagliari città del dialogo” e a un precedente ordine del giorno del 2018 contro l’esportazione di armi verso lo Yemen. «Dobbiamo garantire sicurezza e trasparenza a tutti i cittadini e sventare potenziali rischi per l’incolumità e la salute», ha dichiarato Laura Stochino, consigliera di Sinistra futura e prima firmataria del provvedimento. Oltre alle motivazioni di sicurezza pubblica, dato che il porto è circondato da aree densamente popolate, l’atto solleva importanti questioni etiche e legali. L’ordine del giorno invoca infatti un rigoroso rispetto della Legge 185/90, che vieta l’esportazione di armamenti verso Paesi in conflitto o responsabili di violazioni dei diritti umani, chiedendo inoltre la realizzazione di un “portale trasparenza” per pubblicare report trimestrali sulle movimentazioni sensibili. Una richiesta di chiarezza rivolta anche a tutela dei lavoratori portuali, che hanno il diritto di conoscere la natura dei carichi che movimentano.
La scelta del Consiglio cagliaritano si colloca in un contesto regionale estremamente teso. La stessa RWM Italia, controllata dal colosso tedesco degli armamenti Rheinmetall, ha chiesto alla Regione Sardegna di raddoppiare i propri impianti nel Sulcis, promettendo trecento nuovi posti di lavoro in un’area colpita dalla crisi occupazionale. Il braccio di ferro che ha visto il governo centrale premere sulla presidente Alessandra Todde per l’approvazione, minacciando persino la nomina di un commissario. La delibera è anche un atto di memoria storica. Come sottolineato in aula, Cagliari non può dimenticare quanto avvenuto nel 1943, quando i bombardamenti alleati ridussero in macerie il centro storico. «Proprio per onorare quella drammatica memoria», si legge negli atti, la città vuole alzare la guardia contro un’economia di guerra che vede spesso la Sardegna inquadrata come piattaforma logistica. La palla passa ora alla Giunta guidata dal sindaco Massimo Zedda, assente al momento del voto ma rappresentato dalla vicesindaca Cristina Mancini, che ha espresso parere favorevole. L’impegno è aprire al più presto il tavolo permanente di confronto con tutte le istituzioni coinvolte, dalla Capitaneria di Porto alla Prefettura, per trovare soluzioni concrete.
Nel frattempo, i portuali di Cagliari hanno risposto all’appello per la Giornata internazionale di azione e lotta del 6 febbraio, che segnerà una mobilitazione storica in più continenti. Oltre a quello del capoluogo sardo, altri dieci porti italiani, da Genova a Palermo, saranno teatro di manifestazioni e scioperi, coordinati con quelli di altri importanti snodi marittimi europei e mediterranei come Bilbao, Tangeri, il Pireo e Mersin. La protesta, convocata da sindacati di base italiani, greci, turchi, marocchini e baschi, nasce da una lunga serie di motivazioni comuni: l’opposizione alla trasformazione dei porti in piattaforme logistiche per la guerra, la denuncia degli effetti negativi dell’economia bellica su salari e diritti, la richiesta di bloccare le spedizioni di armi verso tutti i teatri di conflitto, il rifiuto del piano di riarmo e militarizzazione dell’UE e la resistenza alle privatizzazioni e all’automazione portuale giustificate con lo stesso pretesto militare.
Se c’è un’azienda ai primi posti nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale, questa è certamente Amazon. Dopo il taglio di decine di migliaia di posti di lavoro, sostituiti dall’IA, adesso arriva anche il settore della produzione audiovisiva.
Amazon inizierà a testare gli strumenti di intelligenza artificiale per la produzione cinematografica e televisiva il mese prossimo. L’estate scorsa, Amazon MGM Studios ha lanciato uno studio dedicato allo sviluppo di strumenti di intelligenza artificiale proprietari per semplificare la produzione televisiva e cinematografica, concentrandosi su aspetti quali il miglioramento della coerenza dei personaggi nelle riprese e il supporto alla pre e post-produzione.
Secondo un rapporto di Reuters, questi strumenti sono ora pronti per andare oltre i test interni. Amazon avvierà un programma beta chiuso a marzo, invitando i partner del settore a provare i suoi strumenti di intelligenza artificiale. Albert Cheng, a capo dell’iniziativa AI Studios, ha sottolineato che l’obiettivo è supportare i team creativi, non sostituirli.
L’obiettivo è migliorare l’efficienza e ridurre i costi, garantendo al contempo la tutela della proprietà intellettuale e il fatto che i contenuti generati dall’IA non vengano assorbiti da altri modelli di intelligenza artificiale. Un esempio è la serie “House of David” di Amazon, che nella seconda stagione presentava 350 scene generate dall’IA.
Tuttavia, l’adozione crescente dell’intelligenza artificiale a Hollywood ha suscitato numerosi dibattiti. Molti nel settore si preoccupano delle sue implicazioni per l’occupazione, la creatività e il futuro del cinema. Il dibattito sull’intelligenza artificiale si fa sempre più acceso man mano che sempre più aziende sperimentano questi nuovi strumenti.
Anche Netflix si è lanciata sul carro dell’intelligenza artificiale, con il co-CEO Ted Sarandos che ha rivelato che la sua serie “The Eternaut” ha utilizzato l’intelligenza artificiale generativa per creare una scena del crollo di un edificio.
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