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Doppia missione simultanea di US Air Force e NATO dalla Sicilia stamani martedì 3 febbraio 2026.
Un aereo radar E-3A Sentry AWACS della NATO dopo essere decollato dalla base di Trapani Birgi ha raggiunto la Polonia orientale per monitorare lo spazio aereo ucraino.
Nelle stesse ore è decollato da Sigonella un drone RQ-4B Global Hawk in dotazione all'Aeronautica Militare degli Stati Uniti d'America che si è poi posizionato in volo sul Mar Nero.
Non era mai accaduto che le due maggiori installazioni militari USA e NATO esistenti in Sicilia operassero congiuntamente per attività di intelligence e sorveglianza anti-Russia a sostegno delle forze armate ucraine.
Articolo pubblicato in Stampalibera.it il 3 febbraio 2026, https://www.stampalibera.it/2026/02/03/la-sicilia-va-alla-guerra-in-ucraina-oggi-doppia-missione-simultanea-di-us-air-force-e-nato-dalla-sicilia/
Si rafforza l’ipotesi di un’opzione militare USA anti-Iran. Il Comando Centrale unificato delle forze armate degli Stati Uniti (U.S. Centcom) con un laconico comunicato ha reso noto che nella giornata di lunedì 18 gennaio sono stati trasferiti i cacciabombardieri F-15 “Strike Eagle” del 494th Expeditionary Fighter Squadron di US Air Force, dallo scalo britannica di Lakenhealth ad una base aerea del Medio oriente. “La presenza degli F-15 rafforza la prontezza al combattimento e promuove la sicurezza e la stabilità regionale”, conclude U.S. Centcom.
Grazie al monitoraggio dei tracciati radar nello spazio aereo mediterraneo, la rivista specializzata Defense Security Asia ha accertato che i cacciabombardieri sono stati trasferiti nella base militare di Muwaffaq Salti ad Azraq, Giordania. “Sono perlomeno dodici gli F-15 “Strike Eagle” USA giunti nella base aerea giordana”, aggiunge Defense Security Asia. “Insieme ad essi hanno volato dal Regno Unito anche quattro aerei cisterna KC-135 “Stratotanker” di US Air Force per il rifornimento in volo”.
I cacciabombardieri F-15 includono le due varianti recentemente rinnovate per la superiorità aerea e le missioni d’attacco in profondità, mentre i velivoli tanker assicureranno l’estensione geografica e temporale delle attività aeree USA fino all’Iraq e al nord della Penisola Arabica, rafforzando le capacità di pattugliamento aereo e di strike.
La base giordana di Muwaffaq Salti è stata già impiegate dalle forze armate statunitensi nelle più recenti campagne militari contro Teheran per contrastare le operazioni aeree, missilistiche e dei velivoli senza pilota.
Un ufficiale delle forze armate USA ha confermato a Defense Security Asia il dislocamento degli assetti da guerra nel Regno di Giordania ma ha negato che esso rappresenti un “cambio della postura di Washington in Medio oriente a seguito delle proteste scoppiate a Teheran”. Secondo l’interlocutore statunitense il trasferimento degli F-15 nella regione mediorientale è solo una “rotazione di routine” e non “accresce la forza USA nella regione”.
Di diverso avviso gli analisti della testata giornalistica. “Il movimento degli F-15 e degli aerei cisterna rappresenta un’escalation nella presenza militare di Washington in Medio oriente, delle sue capacità di deterrenza e di prontezza operativa in un momento in cui si intensificano le tensioni con l’Iran e cresce l’instabilità regionale”, commenta Defense Security Asia. “Il dislocamento dei caccia F-15 in Giordania rafforza in modo significativo la potenza di combattimento aereo USA ai confini occidentali dell’Iran, rende ancora più rapido l’accesso allo spazio aereo dell’Iraq, della Siria e dell’Iran, pur mantenendo una distanza sufficiente a mitigare i rischi rappresentati dai missili balistici e dai droni a lungo raggio iraniani”.
Oltre all’invio in Giordania dei velivoli d’attacco e degli aerei cisterna di US Air Force, è stato documentato nei giorni scorsi un intenso traffico aereo da alcune basi degli Stati Uniti d’America e da quella britannica di Mildenhall verso il Medio oriente. In particolare sono stati tracciati i voli dei grandi aerei da trasporto C-17 “Globemaster” III e C-5M “Galaxy”, impiegati di norma per trasferire mezzi e veicoli da guerra, armi, munizioni e reparti di pronto intervento. “Questi transiti sono un ulteriore segnale che Washington sta rafforzando non solo le proprie capacità belliche ma anche quelle logistiche, di sostentamento e comando e controllo nel teatro mediorientale”, aggiungono gli analisti militari.
Tra i velivoli USA monitorati in volo nella regione ci sono anche i temibili quadrimotori AC-130J “Ghostrider” impiegati come cannoniere volanti (per questo noti anche come Angeli della morte).
Il Dipartimento della Difesa ha accresciuto pure le operazioni di intelligence, riconoscimento e sorveglianza dello spazio aereo, terrestre e marittimo mediorientale impiegando in particolare i pattugliatori P-8A “Poseidon” di US Navy schierati stabilmente nella base siciliana di Sigonella. Nell’area del Golfo Persico si sta anche rafforzando la presenza navale USA: al gruppo da combattimento guidato dalla portaerei nucleare USS Theodore Roosevelt già operativo nel Mar Rosso, si sta per sommare anche quello con a capo la portaerei USS Abraham Lincoln. Nei giorni scorsi il Pentagono ha ordinato il trasferimento del gruppo d’attacco composto dalla “Lincoln” e da cacciatorpediniere lanciamissili della classe “Arleigh Burke” dal Mar Cinese Meridionale alle acque mediorientali.
Il 12 gennaio, l’U.S. Central Command (CENTCOM) ha reso nota la costituzione nella base aerea Al Udeid in Qatar di un nuovo Centro di difesa anti-missile (Middle Eastern Air Defense – Combined Defense Operations Cell (MEAD-CDOC) per “rafforzare il coordinamento e la difesa integrata in Medio Oriente”. La nuova struttura vede operare fianco a fianco militari USA e dei principali paesi della regione.
Nello scalo qatariota è operativo da più di vent’anni il Combined Air Operations Center (CAOC), centro per le operazioni aeree combinate in uno scacchiere di guerra che comprende Siria, Iraq ed Iran. Al CAOC Al Udeid sono assegnati reparti militari di 17 paesi tra cui l’Italia con una “cellula nazionale interforze” (Esercito, Aeronautica, Marina e Carabinieri).
“Il MEAD-CDOC crea una struttura affidabile per lo scambio di informazioni sulle minacce incombenti in modo da poter prevedere soluzioni collettive insieme ai nostri partner regionali”, ha dichiarato il generale Derek France, comandante dell’U.S. Air Force Central – AFCENT.
L’inaugurazione del MEAD-CDOC in Qatar fa seguito all’apertura, nel corso del 2025, di altre due postazioni di comando combinati bilaterali per la “difesa” aerea e missilistica da parte delle forze USA con Qatar e Bahrein. Le nuove strutture fungono da hub per la pianificazione, il coordinamento e le operazioni di difesa aerea integrata.
Venerdì 23 gennaio lo Stato Maggiore dell’Esercito e la Federazione Italiana Rugby (FIR) hanno sottoscritto un Protocollo d’Intesa volto a “rafforzare la collaborazione tra le due istituzioni, fondata su valori condivisi quali coraggio, disciplina, spirito di squadra, rispetto delle regole e impegno al servizio della collettività”.
A firmare l’accordo il sottocapo di Stato maggiore dell’Esercito, generale Salvatore Cuoci, e il vice presidente vicario della Federazione Rugby, Paolo Vaccari.
“L’intesa riconosce il valore dello sport, e in particolare del rugby, quale strumento formativo ed educativo, parte integrante dell’addestramento militare e della crescita personale dei giovani”, riporta l’ufficio stampa dell’Esercito italiano. “Le caratteristiche proprie del rugby, basate su lealtà, sacrificio e lavoro di squadra, trovano una naturale convergenza con i principi e le pratiche della professione militare”. Sport e guerra tornano ad essere, così come ai tempi del Ventennio, due facce della stessa medaglia.
Il Protocollo d’Intesa prevede in particolare che la FIR “dedichi all’Esercito” una delle partite del Torneo Sei Nazioni, “assicurando una significativa visibilità internazionale alla Forza Armata” attraverso specifiche iniziative, tra cui il cerimoniale pre-partita, la presenza all’interno del Villaggio Terzo Tempo e attività di rappresentanza istituzionale. È inoltre prevista la realizzazione di operazioni di comunicazione congiunte per valorizzare le attività.
“L’Esercito Italiano, compatibilmente con le prioritarie esigenze istituzionali, fornirà il proprio concorso mediante assetti promozionali in occasione degli eventi sportivi, il supporto di unità della Forza Armata per attività addestrative e di team building a favore degli atleti delle Nazionali di rugby, nonché la messa a disposizione di sedi militari per seminari, workshop e iniziative formative”, aggiunge lo Stato Maggiore. “L’accordo, della durata di tre anni, si inserisce nel quadro delle iniziative volte a promuovere la cultura dei valori, dello sport e del servizio al Paese, rafforzando il legame tra Forze Armate e società civile. Si prevede inoltre il sostegno allo sviluppo del rugby dilettantistico di base attraverso l’utilizzo di idonee strutture militari”.
L’intesa punta infine a “consolidare” le attività di cooperazione già avviate tra la Federazione Rugby e l’Esercito nel gennaio 2023, quando prese il via la partnership alla vigilia delle gare in Italia del “Guinness Sei Nazioni” e della preparazione della squadra in vista della Rugby World Cup 2023.
Prima dei mondiali di rugby in Francia, gli atleti convocati effettuarono uno stage dal 13 al 16 luglio a Corvara (Dolomiti), presso il Villaggio Alpino “Tempesti”, base dell’Esercito italiano. “Istruttori delle truppe alpine e di altre unità specialistiche dell’Esercito si sono impegnati in intense attività addestrative di Team Building in favore della nazionale di Rugby”, spiegò l’ufficio stampa della Federazione sportiva. “Gli atleti della Nazionale iniziano la loro giornata alle 6 del mattino schierati per l’alzabandiera. Divisisi in tre gruppi è stata raggiunta la vetta del Monte Lagazuoi. A seguire il gruppo al completo si è spostato presso Col Gallina dove ha seguito altre attività di addestramento fino alla costruzione del bivacco per il pernotto in quota”.
“Tutti gli atleti – aggiungeva la FIR - sono stati seguiti da personale qualificato dell’Esercito in varie attività di addestramento tipicamente militare, apprendendo nozioni di base per la sopravvivenza in montagna e confrontandosi con attività quali le marce con affardellamento, il primo soccorso, il mascheramento, l’arrampicata e la topografia con esercizi specifici e attività di orienteering ponendo il focus anche su attività che avevano come obiettivo di lavorare su Team Working, leadership e comunicazione efficace”.
Nonostante la dura preparazione psico-fisica a cui sono stati sottoposti i rugbisti sotto la supervisione delle truppe alpine, i risultati in campo sono stati a dir poco disastrosi. Alla Rugby World Cup 2023 l’Italia è uscita di scena dopo il girone eliminatorio, collezionando due striminzite vittorie con Uruguay e Namibia e due pesantissime batoste con Francia e Nuova Zelanda. Questi due ultimi incontri si sono conclusi con un 60 a 7 (Francia-Italia) e un 96 a 17 (Nuova Zelanda-Italia): gli Azzurri con le stellette hanno subito cioè un punto per ogni minuto di gioco (156 punti in 160 minuti).
Non è andata meglio la partnership FIR-forze armate il 24 febbraio 2025, in occasione dell’incontro a Roma tra le nazionali di Italia e Francia, nell’ambito del “Guinness Six Nations”.
“Alla presenza del Capo di Stato maggiore dell’Esercito, generale Carmine Masiello e dell’omologo francese, general Pierre Schill, il tricolore Italiano e quello d’oltralpe, seguiti dalle insegne dell’Esercito e della Federazione Italiana Rugby sono arrivati dall’alto con i paracadutisti della brigata Folgore”, ricordano i vertici militari italiani. “Le note dell’inno nazionale, eseguito dalla Banda dell’Esercito, precedute dall’ingresso in campo della fanfara dei bersaglieri e degli atleti militari che hanno portato in campo l’ovale della partita, hanno trasportato giocatori e spettatori nel clima competitivo dell’incontro. Fuori dal campo di gioco, i tanti tifosi hanno avuto la possibilità di avvicinarsi ai vari stand messi a disposizione dall’Esercito Italiano, tra questi una mostra di veicoli, il simulatore di volo dell’Aviazione dell’Esercito, una palestra di roccia, una stazione con istruttori del Metodo di Combattimento Militare e un percorso ginnico dedicato al military fitness”.
Uno sfoggio di potenza bellica che non ha per nulla intimidito gli atleti d’oltralpe. Il punteggio finale dell’incontro non lascia dubbi: Francia 73, Italia 24.
Federazione Rugby ed Esercito insieme anche per gli incontri della nazionale femminile. In occasione della partita tra Italia e Scozia del “Guinness Six Nations”, svoltosi a Parma il 24 aprile 2024, la bandiera tricolore, le insegne della FIR, della Scozia e la palla ovale sono stati portati sul campo da gioco da una rappresentanza di allievi e ufficiali dell’Accademia Militare dell’Esercito, con tanto di inni nazionali eseguiti dalla banda dei parà della “Folgore”.
“Il calcio d’invio è stato anticipato al mattino da una partita ufficiale del “Trofeo del Ducato”, tappa ufficiale del campionato nazionale di Rugby Touch, alla quale ha partecipato la squadra del gruppo sportivo dell’Accademia Militare che ha avuto l’opportunità di confrontarsi con altre realtà sportive rugbistiche del nord Italia”, ricorda lo Stato Maggiore. Per la cronaca l’incontro Italia-Scozia si è concluso con una sconfitta di misura per le Azzurre di 10 a 17.
Il 28 luglio 2023 in occasione del triangolare Under 20 delle rappresentative femminili di Italia, Irlanda e Scozia tenutosi a L’Aquila, la collaborazione della FIR si è estesa alle grandi aziende del comparto militare industriale. L’evento è stato organizzato infatti insieme a Thales Alenia Space Italia, la joint venture tra due gruppi europei leader del settore aerospaziale militare, la francese Thales (67%) e l’italiana Leonardo SpA (33%).
“Thales Alenia Space opera dal 1983 sul territorio di L’Aquila e dopo il terremoto del 2009 ha ricostruito un nuovo stabilimento che ha inaugurato nel 2013, simbolo di una rinascita industriale nonché del proseguimento di un cammino nell’alta tecnologia, con nuove opportunità e nuove ambizioni industriali che pongono l’azienda in assoluto primo piano nel comparto spaziale europeo”, ricorda enfaticamente l’ufficio stampa della Federazione Rugby. “Quest’anno Thales Alenia Space celebra 40 anni di attività spaziale e 10 anni dall’inaugurazione del nuovo stabilimento”.
Le Azzurrine hanno vinto il triangolare in terra abruzzese, anche se il torneo “non era valido per il riconoscimento della presenza internazionale”, come ha specificato la stessa Federazione Rugby. Poca importa. Quel che è necessario è invece rimarcare in ogni occasione che la palla ovale in Italia si è affidata ormai agli artigli delle forze armate. “La collaborazione con la FIR – enfatizza lo Stato Maggiore - è volta a promuovere attivamente su tutto il territorio nazionale i valori che il mondo del rugby e l’Esercito condividono, sinonimo di impegno, disciplina e rispetto: aspetti che mettono alla prova le nuove generazioni, le aiutano a superare limiti, nutrire speranze e realizzare sogni, contribuendo alla crescita individuale e collettiva”.
Il rugby per affermare la cultura della “difesa” e legittimare e normalizzare la guerra in un paese sempre più armato e belligerante.Antonio Mazzeo è un attivista per la pace e i diritti umani. Da anni denuncia le responsabilità italiane nel conflitto israelo palestinese, che oggi ha la forma del genocidio. Non parla solo di armi, ma anche di cyber security, banche, energia, università e ricerca, shock economy. L’abbiamo intervistato.
«L’Italia ha le mani sporche di sangue. E non soltanto le mani, direi anche il corpo e il volto: sporchi del sangue del popolo palestinese». Antonio Mazzeo, insegnante di educazione fisica in una scuola media di Messina, è un attivista per la pace e i diritti umani da 40 anni. Scrive inchieste giornalistiche sul disarmo, i conflitti, l’ambiente, la lotta alle mafie.
È uno dei fondatori dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università.
Nel luglio scorso ha navigato sulla Freedom flotilla per portare aiuti alla striscia di Gaza e denunciare il blocco navale israeliano e la condanna a morte per fame di migliaia di palestinesi. È stato arrestato, detenuto due giorni ed espulso.
Le parole che pronuncia sono frutto delle sue ricerche sulle responsabilità dell’Italia nel genocidio del popolo palestinese attraverso l’industria delle armi, la cyber security, la finanza, le aziende energetiche, ma anche il mondo della ricerca universitaria, della formazione militare e, prossimamente, l’industria della ricostruzione.
Contro la cultura della morte
Lo contattiamo tramite videochiamata: nello schermo compare il suo volto sottile, capelli ricci brizzolati. Ci saluta sorridendo, ma fin dalla nostra prima domanda il suo sguardo diventa serio: «Sono antimilitarista da sempre – dice -, dai tempi della lotta contro le testate nucleari Usa a Comiso (Ragusa, ndr), a inizio anni 80, quando avevo 20 anni e mi trasferii per un anno e mezzo al campo internazionale per la pace contro l’installazione dei missili Cruise.
Da quel momento ho operato sempre nei settori della pace, del disarmo, dei diritti umani.
Sono stato per 12 anni cooperante internazionale, prima nei Balcani, e poi in America Latina. Nei Balcani, negli anni 90 ho lavorato in ex Jugoslavia. A Spalato aiutavo chi fuggiva dal conflitto a inserirsi in un progetto di accoglienza diffusa in Italia. In seguito, sono stato in Albania, per un progetto di sostegno ai giovani, a Valona. Poi ho lavorato a Medellín, in Colombia: per tre anni con donne vittime di tratta o che esercitavano la prostituzione. Ho operato anche con i giovani e le comunità indigene. L’ultimo progetto è stato in un centro giovanile a Belém, in Brasile».
Negli anni Antonio Mazzeo ha scritto diverse inchieste giornalistiche e volumi sui processi di militarizzazione del territorio, sui conflitti nell’area mediterranea, sugli interessi mafiosi nelle grandi opere. I suoi libri più recenti sono La scuola va alla guerra, sulla penetrazione ideologica e fisica delle forze armate e del complesso militare industriale nel sistema formativo italiano, e Petrolmafie, sulla penetrazione dei gruppi criminali nella gestione dei prodotti petroliferi in Italia. Entrambi pubblicati nel 2024.
Il suo attivismo, di recente, l’ha portato a trovarsi faccia a faccia con la marina militare israeliana nel Mediterraneo, e con i cannoni di produzione italiana montati su motovedette manovrate da militari addestrati anche dal, e nel, nostro Paese.
È partito il 20 luglio scorso da Gallipoli (Le) sulla nave Handala della Freedom flotilla. Insieme a lui c’erano altri 20 operatori internazionali: avvocati, difensori dei diritti umani e giornalisti.
La nave è stata fermata illegalmente la notte del 26 luglio a 40 miglia marittime da Gaza, in acque internazionali, e trascinata sino al porto di Ashdod, in Israele. Lì gli attivisti sono stati arrestati, e poi, dopo due giorni di detenzione, espulsi.
Quella della Freedom flotilla non è stata per Mazzeo la prima azione di interposizione in un conflitto. «La prima esperienza di azione diretta nonviolenta risale al 1992 con la marcia dei 500 promossa da monsignor Tonino Bello». Partita da Ancona, la marcia aveva l’obiettivo di arrivare a Sarajevo, sotto assedio da nove mesi. «C’erano dieci pullman. Io ero su quello che portava monsignor Bello. Era l’ultimo anno della sua vita: era già molto provato dal cancro. È stato una figura straordinaria».
Riguardo alla flotilla, racconta: «Sono partito con l’obiettivo di denunciare il blocco navale che Israele esercita nel Mediterraneo orientale, in violazione del diritto internazionale, da 18 anni a questa parte. E poi per consegnare cibo e farmaci che adesso sono ancora sotto sequestro insieme alle imbarcazioni».
Handala, il bambino di spalle
A bordo dell’Handala, c’erano anche centinaia di peluche offerti dai bambini di Siracusa e Gallipoli. «È stato un gesto non richiesto: una processione nei porti di chi ci chiedeva di consegnarli ai bambini palestinesi.
Mi ha ferito il fatto di aver tradito le attese dei bambini. Non solo di quelli italiani, ma anche di quelli palestinesi».
Mazzeo ci spiega che il nome della barca, Handala, è quello di un personaggio dei fumetti palestinesi molto presente nell’immaginario di quelle zone: inventato negli anni 70 dall’artista Naji al-Ali, è un bambino palestinese di 10 anni, un rifugiato, rappresentato sempre di spalle, con le mani giunte dietro la schiena. Indossa vestiti rattoppati, ha i piedi nudi e capelli ispidi. Per il suo autore, Handala avrà sempre 10 anni, non crescerà e non mostrerà il suo volto fintanto che non verrà riconosciuta dignità, umanità e giustizia ai palestinesi, finché non potrà tornare alla sua casa.
«I bambini di Gaza – continua Mazzeo – aspettavano Handala».
Genocidio, crimine collettivo
«Ho partecipato alla Freedom flotilla – spiega Antonio Mazzeo arrivando al nodo centrale del suo impegno attuale – perché l’ho ritenuto uno strumento utile per raccontare la responsabilità dell’Italia nel genocidio. Quello che oggi viene denunciato come un crimine collettivo da Francesca Albanese (relatrice speciale Onu sui territori palestinesi, ndr) che, nella sua relazione del 20 ottobre scorso, indica il coinvolgimento di una trentina di Paesi: Governi, forze politiche sociali, mondo dell’informazione, complesso militare, gruppi bancari e finanziari».
In seguito alle sue ricerche, Antonio Mazzeo ha pubblicato diverse inchieste sulle relazioni bilaterali militari tra Italia e Israele. E proprio su questo tema verteva il suo intervento al corso di formazione per docenti del 4 novembre scorso, intitolato «La scuola non si arruola», prima presente sul portale Sofia del ministero dell’Istruzione e del merito e poi rimosso quattro giorni prima con un atto definito di «censura» dagli organizzatori, il Cestes e l’Osservatorio militarizzazione delle scuole.
La giornata di formazione per docenti si è trasformata in un convegno online aperto a tutti, e ora visionabile sul sito e sul canale YouTube dell’Osservatorio. Nel suo intervento, Antonio Mazzeo ha approfondito il tema delle responsabilità dell’Italia nel massacro dei palestinesi, sottolineando che il genocidio, nel contesto del diritto internazionale, impone non solo l’embargo militare, ma la rottura di qualsiasi relazione politica, diplomatica, accademica, scientifica, sportiva, come è successo per la Russia, che pure non è accusata di genocidio.
L’Italia, invece, dice con amarezza, non solo non ha interrotto le sue relazioni con Israele, ma le mantiene floride.
Armi e addestramento
Circa l’industria delle armi, Mazzeo al convegno ha parlato di quelle pesanti che vanno ancora oggi all’esercito israeliano permettendo gli omicidi di massa dei palestinesi, e di quelle leggere, che, partendo dalle province di Brescia e Lecco, arrivano con ogni probabilità ai coloni che uccidono impunemente i palestinesi in Cisgiordania.
«In questi mesi – ha detto nel suo intervento – lo stabilimento britannico di Leonardo (società italiana a controllo pubblico attiva nei settori difesa, aerospazio e sicurezza, ndr), ha continuato a inviare componenti per i caccia F15 ed F35, che sono stati determinanti nella devastazione di Gaza. Una parte delle bombe usate hanno il marchio Mbda, il consorzio europeo nella produzione di missili e bombe, controllato per il 25% da Leonardo.
Tra l’altro Roberto Cingolani, ex ministro per la Transizione ecologica del Governo Draghi, consigliere per l’energia del Governo Meloni, amministratore delegato di Leonardo dal 12 aprile 2023, in un’intervista al Corriere della Sera, ha ammesso che c’è del personale italiano in Israele per la manutenzione dei velivoli e per l’addestramento dei militari israeliani.
Inoltre, Leonardo, attraverso la controllata statunitense Drs technologies, ha acquistato, alla vigilia del 7 ottobre ‘23, l’azienda israeliana Rada, produttrice di sistemi elettronici per cacciabombardieri: gli stessi che sono montati sul muro di 800 km che ha riprodotto a Gaza e in West Bank il modello dell’apartheid dei bantustan del Sudafrica, e che oggi sono centrali per il controllo del territorio di Gaza.
Un altro sistema d’arma – ha proseguito Mazzeo -, prodotto a La Spezia da Leonardo, è il cannone Super rapido che arma le corvette della marina militare israeliana. Si chiama così perché spara 120 colpi al minuto.
Per conferma diretta dello Stato maggiore della marina israeliana, è il cannone usato per distruggere il porto di Gaza e i quartieri adiacenti».
Durante la nostra intervista, Mazzeo aggiunge che non c’è solo l’export dall’Italia verso Tel Aviv – in violazione della legge 185/90 che vieta di vendere armi a Paesi belligeranti -, ma anche l’importazione da Israele per le nostre forze armate. «L’Italia sta acquistando giubbotti antiproiettile e caschi israeliani per Carabinieri e Polizia, sta acquisendo due aerei di intelligence con apparecchiature israeliane, e ha comprato una nuova partita di missili anticarro Spike.
Attenzione però – prosegue -: le relazioni non si fermano solo all’import export di armi. L’Italia ha un ruolo determinante nella formazione militare: la nave Handala è stata assaltata da una forza d’élite che due anni e mezzo fa si addestrava a Brindisi con la Brigata San Marco.
In autunno, abbiamo temuto che si ripetesse con la Sumud flotilla quanto era accaduto nel 2010 a una nave turca, quando furono uccisi dieci attivisti».
Un altro esempio, racconta Mazzeo, è l’accoglienza riservata dall’Italia al capo di Stato maggiore dell’aeronautica militare israeliana un anno fa nella base di Amendola (Fg), dove si trovano i caccia bombardieri F35: «È stato l’ospite d’onore nel summit dei Paesi che hanno gli F35, perché Israele è il primo che li usa sistematicamente».
Cyber security
Un altro legame tra il nostro Paese e Israele è quello nel campo della cyber security, la sicurezza cibernetica, che non riguarda solo le forze armate, ma la vita quotidiana di tutti i cittadini. «Sono i controlli fatti da aziende private, pubbliche, enti locali nel nostro Paese affidandosi ad aziende israeliane – spiega Antonio Mazzeo -. Il caso dei giornalisti e operatori umanitari italiani “spiati” dai nostri servizi segreti tramite l’azienda israeliana Paragon è l’evento più eclatante, ma gli apparati cyber oramai sono presenti ovunque.
C’è stata una fiera ai primi di ottobre a Roma, organizzata da Cybertech Europe, un gruppo israeliano. C’erano più di 400 espositori. La fiera è stata ospitata a Roma, da aziende italiane, e c’è stata una fila enorme di rappresentanti del Governo, delle agenzie governative, degli enti locali, c’è stato anche Mike Pompeo, ex capo della Cia».
Banche, media, energia
Mazzeo ci parla delle responsabilità nel commercio delle armi di tre banche: Intesa San Paolo, Unicredit e Bnl, che è proprietà al 100% di Bnp Paribas. Dice: «Questi tre gruppi sono coinvolti nella copertura finanziaria del commercio di armi. Non solo italiano, ma internazionale».
E poi lega agli interessi delle aziende energetiche italiane – tra i maggiori sponsor del sistema mediatico mainstream – la difficoltà di chiamare per nome il genocidio da parte della nostra opinione pubblica. «Nel nostro Paese, molte forze politiche e sociali hanno un problema a tossire la parola “genocidio”. I motivi sono gli stessi che ci impediscono di interrompere le relazioni con Israele: gli interessi del settore delle energie fossili».
«Faccio un esempio – ha detto Mazzeo su questo argomento durante il convegno del 4 novembre -: l’Eni è proprietaria di un terzo di Ithaca Energy, un’impresa britannica che controlla buona parte delle fonti energetiche nei Mari del Nord. Ithaca è controllata per il 50% da Delek group, che è una società israeliana fondamentale nella ricerca di fonti energetiche nel Mediterraneo orientale. È una delle più grandi aziende turistico immobiliari di Israele. Controlla la maggioranza dei distributori di benzina nel Paese e nei territori occupati.
Possiamo dire che, oggi, se a Gaza si attacca con carri armati e poi si passa con le ruspe distruggendo e seppellendo corpi di palestinesi che non sono stati più recuperati, questo lo si fa con le fonti energetiche di Delek. Spero che non siano quelle estratte nei mari del Nord insieme al gruppo Eni.
Eni – ha aggiunto Mazzeo nella sua relazione al convegno -, un mese dopo il 7 ottobre ‘23, ha ottenuto due licenze di ricerche ed estrazione nel Mediterraneo orientale, di cui una all’interno delle 12 miglia che sono considerate per il diritto internazionale acque interne palestinesi.
Detto questo, io penso che non ci sia forza politica in Italia, né testata giornalistica, emittente televisiva, o grandi eventi come, ad esempio, il “concertone” del 1° maggio, che non veda il logo di Eni come sponsor o cofinanziatore. Ecco perché in Italia si balbetta la parola genocidio».
Università e ricerca
Rispetto alle università e alla ricerca, Antonio Mazzeo afferma: «Le maggiori università israeliane con cui quelle italiane hanno relazioni, hanno un ruolo importante nel sostegno alle forze armate, nella ricerca scientifica e tecnologica per lo sviluppo di sistemi d’arma da guerra e cyber security.
Le università sono responsabili anche della costruzione ideologica del sionismo, della costruzione dell’idea del nemico per giustificare la politica securitaria e bellicista, lo stato di apartheid del popolo palestinese e le operazioni di pulizia etnica.
Bisognerebbe interrompere le relazioni con queste università.
Questo non significa che i nostri atenei non debbano ospitare figure di israeliani come, ad esempio, lo storico Ilan Pappè, che spiega dove e come è nata l’ideologia della Grande Israele e del bisogno di liberarsi della presenza araba “dal fiume al mare”. Penso al regista del film “Innocence” che denuncia le distorsioni pedagogiche del sistema formativo israeliano, dall’infanzia all’università, per affermare la cultura del nemico, per normalizzare la guerra».
Al convegno del 4 novembre, Mazzeo ha parlato dell’influenza del complesso militare industriale anche nel sistema formativo italiano: «Il modello che mette insieme gruppi economici, forze armate e università, si sta riproducendo anche da noi. L’esempio più evidente è, in questo momento, a Torino, dove si sta realizzando una cittadella aerospaziale. I tre soggetti promotori sono la Regione Piemonte, il Politecnico e Leonardo. È un progetto che assorbe buona parte della ricerca scientifica, in cui entrano diverse aziende private, e anche la Nato che, sempre più, promuove progetti di ricerca tecnologica.
In modo simile a Torino, sta sorgendo un polo per la ricerca subacquea a La Spezia, dove esistono strutture Nato. Ma il connubio tra ricerca e complesso militare si attua a Capua in Campania, attorno a Napoli e in Puglia. In due scuole professionali dell’aeronautica militare per la formazione di piloti da guerra a Galatina (Le) e Decimomannu in Sardegna. Anche in Sicilia si è deciso di realizzare all’aeroporto di Trapani una scuola di formazione, la prima fuori degli Usa, per i piloti dei Paesi che hanno gli F35. Per cui i piloti di Israele si addestreranno in Sicilia. Questi poli di formazione che mettono insieme pubblico e privato in funzione del profitto del privato, hanno una grande capacità attrattiva sul mondo della ricerca e dell’università. Ad esempio a Lecce, Cagliari e Sassari. Le università siciliane sono sempre state coinvolte accanto al dipartimento di Stato Usa nel fornire know how. Le università, invece di studiare gli effetti devastanti dei processi di militarizzazione sui territori, forniscono aiuti ai militari».
Shock economy
Infine, Antonio Mazzeo accenna al tema della shock economy: «Le grandi aziende di costruzione italiane, dopo aver assistito alla desertificazione di Gaza, oggi sono in prima linea per ricostruire. Ovviamente non quello di cui il popolo palestinese ha diritto, cioè la casa che gli è stata distrutta, i servizi che gli sono stati cancellati. No. La ricostruzione che vuole trasformare quei luoghi, secondo il modello Trump, in una Gaza a 5 stelle per le petromonarchie e per i ricchi occidentali».
E conclude: «Queste credo che siano le responsabilità dell’Italia che dobbiamo continuare a denunciare. Un giorno dovremo rispondere al diritto internazionale e alla nostra coscienza per quanto siamo responsabili.
Hanno ragione gli studenti quando scendono in piazza, occupano le università e urlano che abbiamo le mani sporche di sangue. L’Italia ha le mani sporche del sangue del popolo palestinese. Più vado avanti nel lavoro di denuncia, più me ne convinco, e me ne vergogno».
Intervista a cura di Luca Lorusso, pubblicata l’1 gennaio 2026 su Missioni Consolata, https://www.rivistamissioniconsolata.it/2026/01/01/le-mani-insanguinate/
Nuovi sistemi di intercettazione anti-drone per le forze armate degli Stati Uniti d’America. A sperimentarli e produrli insieme l’azienda israeliana Axon Vision e Leonardo DRS, società controllata dall’holding industriale italiana con quartier generale in Virginia.
Secondo quanto rivelato dalla testata specialistica Israel Defense, Axon Vision ha ricevuto un primo ordine da Leonardo DRS per il valore di 350.000 dollari per un set iniziale di un sistema dimostrativo per l’individuazione, tracciamento e intercettazione di droni aerei ad alta velocità (C-UAS).
I sistemi anti-droni saranno sperimentati durante alcuni test a favore delle forze armate statunitensi per provarne l’efficacia in un loro pronto uso in scenari bellici.
Le nuove tecnologie sono pensate per contrastare l’impiego di minacce aeree a pilotaggio remoto contro piattaforme terrestri (carri armati, blindati, ecc.), grazie all’impiego di processori e applicazioni basati sull’Intelligenza Artificiale (AI).
“L’ordine rappresenta una pietra miliare nella partnership strategica stabilita alla fine del 2025, che integra l’esperienza operativa di Leonardo DRS con le tecnologie AI già provate sul campo da Axon Vision”, ha dichiarato il presidente del consiglio di amministrazione dell’azienda israeliana, l’ex generale dell’esercito Roy Ritfin.
“Siamo lieti che Leonardo DRS, una società leader nel settore militare negli Stati Uniti d’America, abbia riconosciuto il nostro sistema come uno dei più efficaci per proporlo alle forze armate USA”, ha aggiunto Roy Riftin.
“Quest’ordine riflette la naturale evoluzione della nostra collaborazione e la crescente domanda di soluzioni globali militari basate sull’Intelligenza Artificiale”.
L’accordo di cooperazione industriale tra Axon Vision e la controllata di Leonardo era stato annunciato ai primi di dicembre 2025 dall’azienda israeliana.
“Offriremo soluzioni congiunte per sistemi avanzati caratterizzati da consapevolezza situazionale, letalità e capacità di sopravvivenza con particolare enfasi sui Counter-UAS (anti-droni) per il mercato militare USA”, ha dichiarato il management israeliano.
“Il memorandum di collaborazione appena sottoscritto prevede la fornitura da parte di Leonardo DRS di sensori e sistemi avanzati e da Axon Vision di tecnologie automatizzate basate sull’Intelligenza Artificiale. Insieme, le due società intendono produrre sistemi da combattimento che supportino sensori e processori dati a bande elevate e bassa latenza, per essere impiegati principalmente nel contrasto anti-droni”.
Le attività di collaborazione tra Axon Vision e Leonardo DRS erano state avviate in verità già alcuni anni prima. Applicazioni AI dell’azienda israeliana erano state adottate dalla controllata di Leonardo per i sistemi radar e i sensori ottici di propria produzione.
Come ricorda ancora Israel Defense, in occasione dell’ultima esposizione dell‘Association of the United States Army (AUSA), le due società avevano presentato piattaforme terrestri a pilotaggio remoto equipaggiate con payload modulari di Leonardo DRS integrate da soluzioni con Intelligenza Artificiale di Axon Vision.
Con quartier generale a Tel Aviv, la società partner di Leonardo è stata fondata nel 2017 da tre veterani delle unità tech delle forze armate israeliane, Ido Rozenberg, Raz Roditti e Michael Zolotov,
Axon Vision è specializzata nella fornitura di soluzioni automatizzate per piattaforme terrestri, aeree e marittime militari, in particolari droni aerei Edge e loitering munitions (droni kamikaze) già in dotazione delle IDF (Israel Defense Forces).
Tra i suoi maggiori clienti, oltre al ministero della Difesa israeliano compaiono le due maggiori corporation industriali-militari dello Stato ebraico, IAI - Israel Aerospace Industries ed Elbit Systems.
Importanti commesse sono state ottenute anche nel vecchio continente. Recentemente Axon Vision ha ricevuto un ordine del valore di 800.000 dollari da un’agenzia militare europea per il suo sistema EdgeSA (Situational Awareness).
Complessivamente nel 2025 la società israeliana ha ottenuto ordini in Europa per più di 1,2 miliardi di dollari. Sono state fornite in particolare applicazioni per i carri armati tedeschi “Leopard” e per i veicoli da combattimento CV90 della fanteria svedese.
Le applicazioni di guerra AI prodotte da Axon Vision sono impiegate dai mezzi israeliani che perpetuano il genocidio contro la popolazione palestinese di Gaza. Nello specifico il sistema Edge 360 di Axon è stato installato sui blindati israeliani che occupano la Striscia di Gaza.
“Il sistema identifica eventuali minacce provenienti da tutte le direzioni, velocizzando il processo decisionale e consentendo al guidatore di analizzare nel migliore dei modi quanto accade”, enfatizzano i manager della società di Israele.
L’Edge 360 è stato consegnato all’IDF alla vigilia dell’escalation militare contro Gaza avviata dopo l’attacco di Hamas (7 ottobre 2023).
Articolo pubblicato in Africa ExPress il 18 gennaio 2026, https://www.africa-express.info/2026/01/18/usa-israele-nuovi-sistemi-di-intercettazione-droni/
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