850 euro al mese e Iva su pane e pasta
Il fatto quotidiano ha di recente pubblicato un articolo sulla protesta di una attivista a proposito degli stipendi bassi offerti da un supermercato che, essendo aperto tutti i giorni, domenica compresa, richiede un impegno full time.
Sorvoliamo sulle accuse mosse dalla attivista alla direttrice del supermercato, che probabilmente faceva quello che fanno molti supermercati: prezzi da discount per attrarre clientela, richiamata da una ampia concorrenza, margini di guadagno bassi, e stipendi bassi per gli impiegati.
Premettiamo che un dibattito simile ha caratterizzato per anni le offerte di lavoro in molti negozi di alimentari - che nel nord Italia stanno scomparendo - perché pur con prezzi più alti dei discount non hanno margini di guadagno sufficienti.Si pagano anche le tasse sull'insegna, sulle vetrine, si eventuali tavoli dove consumare qualcosa.
I tempi del salumiere sotto casa che la mortadella te la tagliava sottilissima e te la faceva pagare a peso d'oro sono finiti.
Nel sud il sistema regge ancora perché in gran parte è a conduzione familiare, senza controlli. Cioè dove moglie figlia e figlio del proprietario portano insieme avanti il negozio e la sera a casa decidono come dividersi i guadagni, magri
Abbiamo sempre aggiunto che nessuno ti costringe ad accettarlo il lavoro con un basso salario. E che il salario è basso sì ma è sempre meglio averli i soldi per pagare la spesa che andare al banco alimentare.
E evidentemente c'è chi magari come lavoro temporaneo lo accetta, nella speranza di imparare un lavoro che gli consenta dopo qualche anno di essere assunto in un supermercato dove gli stipendi sono più alti e dignitosi.
Non bisogna mai sputare nel piatto che ti viene offerto. Se il lavoro non ti interessa non lo prendi.
Ma ci ha colpito l'ultima parte dell'articolo, che riportiamo:
"L’obiettivo è ottenere il taglio dell’Iva su prodotti di base come il pane, olio e passata di pomodoro. “Lo Stato continua a fare cassa su ciò che ci serve per vivere. Mentre la crisi sociale avanza, l’Iva su beni essenziali resta invariata, pesando ogni giorno su chi è già in difficoltà. È ora di dire basta”
Basta guardare lo scontrino che ci viene dato quando andiamo a fare la spesa per scoprire che si paga l'Iva su tutto, anche su pasta, pane, uova, latte, zucchero, sale olio e pelati.
Di solito l'Iva sui generi di prima necessità è del 4 per cento.
Se un chilo di pasta costa un euro e mezzo si pagano sei centesimi di Iva.
In altre parole non sono i sei centesimi che ci cambiano la vita, poveri o ricchi che siamo. Tuttavia la sua abolizione - ammesso che sia possibile - la proporrei, come linea di principio da cui costruire una battaglia sociale sui prezzi, che come è noto è ai limiti dell'impossibile.
È stata già proposta in passato da un partito politico che io sappia. Ma mai realizzata. Alcuni giornali hanno fatto i conti sugli eventuali risparmi. Per una famiglia di tre persone 40 euro l'anno. E così i giornalisti la hanno affossata.
Ma la battaglia non facciamola al discount che paga poco i suoi dipendenti. Perché se fa i prezzi bassi e non ha nessun batage pubblicitario che guadagni può avere?
Rappresenta chi ancora cerca di mantenere prezzi bassi per la povera gente. Venti anni fa ci andavano gli extracomunitari in questi discount.
Oggi ci vanno in tanti.
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