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 Home page > Attualità > Cronaca > Terremoto dell’Aquila: evitare il funerale di un’opera d’arte

Terremoto dell’Aquila: evitare il funerale di un’opera d’arte

Giornali e tv hanno lanciato la grande notizia: “Domenica 21 Giugno riaperto il centro storico dell’Aquila”. Non è vero. Quel che è stato riaperto, e solo per 12 ore al giorno, e solo per gruppi di non più di 50 visitatori alla volta, è un breve tratto di Corso Federico II, una delle vie architettonicamente meno significative. Vi si affacciano 21 edifici, solo 3 dei quali risalenti a prima del Novecento.
 
La verità è che il centro storico dell’Aquila appare tuttora nel suo agghiacciante stato di coma irreversibile. Il terremoto del 6 Aprile, intorno alla cui inaudita entità effettiva è stata posta in essere una massiccia campagna di disinformazione, ha ucciso e ferito tantissime persone e ha devastato la cintura periferica dell’Aquila e decine di borghi dell’Abruzzo montano, suscitando nel Paese una larga quanto effimera eco emozionale. In pochi, però, hanno avuto modo di apprendere e comprendere che quel terremoto ha maciullato trecento ettari di città antica, causando la maggior distruzione di un centro storico mai verificatasi nel pianeta dopo il Terremoto di Lisbona del 1755.
 
Tutto ciò che non è rovinato a terra alle 3.32 del 6 Aprile è crollato o sta crollando per effetto delle scosse di non lieve entità che tuttora si susseguono incessantemente. Dei circa mille e trecento edifici medioevali, rinascimentali, barocchi e neoclassici sottoposti a vincolo monumentale, molte facciate stanno ancora in piedi ma dietro di loro restano solo montagne di macerie. Identica sorte per le migliaia di edifici minori, i quali costituiscono l’indispensabile tessuto connettivo delle emergenze monumentali. Tutte le centinaia di attività economiche, culturali e istituzionali del centro storico sono distrutte o hanno trovato precario e provvisorio rifugio altrove: università, teatri, gallerie d’arte, musei, biblioteche, alberghi, ristoranti, negozi, caffetterie, municipio, governo regionale, prefettura e quant’altro. Il centro storico è totalmente deserto, notte e giorno. Vi circolano soltanto Vigili del Fuoco e Carabinieri. I suoi varchi d’ingresso sono sigillati e presidiati dall’Esercito. Non c’è un solo precedente del genere, in Italia.
 
Tutte le città, prima o poi, diventano opere d’arte. In luogo di minuti e ore, i loro orologi collezionano anni e secoli, ma anch’esse sono entità viventi. Interagiscono con la natura e con gli uomini. Si alimentano e crescono per intreccio di addizioni sottrazioni e trasformazioni. Affiorano da orditi raziocinanti e razionalizzatori, che vestono di ritmo e armonia il dispiegarsi di necessità e fantasia creatrici. Non diversamente da ogni autentica opera d’arte, anche le città sono figlie della propria forma. Questa, però, non è data una volta per tutte, come nelle arti figurative, ma è in continuo mutamento, a somiglianza delle arti sceniche, anch’esse tributarie di un autore del tutto peculiare, collettivo e diacronico, imposto dall’esigenza che la forma sia specchio e servitore il più possibile fedele del divenire delle comunità di cui ciascuna città è espressione.
 
Diverso è il caso dell’Aquila, sùbito nata opera d’arte, non pervenuta a esserlo attraverso il volgere di secoli. Disegnata a tavolino prima di nascere, è stata ascritta dagli urbanisti tra gli esempi piú illustri di quella falsamente oscura stagione che fu il Medioevo. A metà del Duecento, i popolani dei villaggi federatisi per fondarla ne vollero fare una smisurata mappa vivente, che restituisse su scala urbana il medesimo assetto del loro territorio. Assegnarono a ciascuna comunità un lotto destinato a ospitare la replica del proprio villaggio e dislocarono i diversi lotti all’interno della cinta fortificata riproporzionando le ampiezze ma ripetendo le giaciture originarie di ciascuno dei villaggi fondatori.
 

Nacque così la città delle tutt’altro che leggendarie 99 piazze, 99 chiese e 99 fontane. Fu una città-territorio, avendo non reciso ma ottimizzato il nesso socio-economico tra gli inurbati e i rimasti extra moenia. Fu pure una città-giardino, ogni casa avendo accanto il proprio orto, come da sempre ne disponevano le abitazioni rurali. Fu pure, ovviamente, una città-città, essendovi stabiliti anche gli spazi per il municipio, la cattedrale, gli opifici, le botteghe, le dimore di prestigio e gli altri fabbisogni della nuova comunità unificata. E fu sùbito una città-opera-d’arte, perché prima ancora della plurisecolare fioritura di edifici pregiati, ebbe in dote una forma ben pensata e definita, accurata, attenta a non violentare l’orografia ma anzi bramosa di lasciarsene suggerire il modo migliore per ubicare e orientare i vuoti e i pieni con cui dar volto e funzione all’abitato.
 
Molte cose son venute cambiando nel corso dei secoli. Tuttavia, fatti salvi pochi e ben circoscritti episodi, per altro in gran parte migliorativi, l’opera d’arte originaria, tetragona come Cesare davanti le lame assassine, ha attraversato indenne il fervore del tempo e degli uomini, ivi compresi i quasi integrali rifacimenti con cui la città sopravvisse ai due terrificanti terremoti del 1461 e 1703: strade, piazze e volumetrie degli edifici sono rimaste sostanzialmente quelle di metà Duecento. Lo sono tuttora, ma L’Aquila in quanto città-opera-d’arte, adesso, rischia di diventare solo poco piú d’un ricordo.
 
Quest’opera d’arte è un bene di tutta l’umanità e la sua ricostituzione non rappresenta un’eventuale opera benefica in favore degli aquilani. È un oltraggio alla verità la copertina del settimanale “Panorama” del 16 Aprile, che titolava “Aiutiamoli!”. Gli aquilani non hanno bisogno di elemosine, ma di giustizia, della stessa equa riparazione riconosciuta a suo tempo all’Umbria, alle Marche e al Friuli. In nessun Paese civile la ricostituzione di quest’opera d’arte verrebbe considerata meno che urgente, indifferibile e da farsi “costi quel che costi”. Per l’Italia, non è cosí, almeno finora, sopra tutto perché l’effettiva magnitudo del sisma del 6 Aprile e la reale entità della distruzione da esso arrecata nel centro storico dell’Aquila non sono nella conoscenza degli italiani.
 
Indubbiamente, la ricostituzione di quanto s’è perduto e di quanto ancora si sta perdendo richiede anni e anni di lavoro e un’idea-progetto d’alto spessore tecnico, artistico e culturale. Altrettanto indubbiamente, occorrono decine e decine di miliardi di euro. Il tempo e il denaro si possono reperire, sebbene non facilmente. Mai si troveranno, però, se l’opinione pubblica, non solo quella nazionale, non viene messa nella condizione di rendersi conto di cosa sia realmente in gioco e di quanto sia importante che la tragedia del 6 Aprile non si trasformi anche nel funerale di quell’opera d’arte che il centro storico dell’Aquila era e che sarebbe giusto potesse tornare ad essere.
 
 
 ***
Errico Centofanti, giornalista e scrittore, è stato uno dei fondatori del Teatro Stabile dell’Aquila, che poi ha diretto per vent’anni. Autore di numerosi libri di ambientazione storico-letteraria, è stato direttore artistico dei festivals “La Perdonanza” dell’Aquila, “Rinascimenti” di Urbino, “Castel dei Mondi” di Andria e “Le Stelle della Grangia” dell’Abbazia di Fossanova nonché del settore spettacolo per il Settembre Dantesco di Ravenna. In occasione del tricentenario del sisma che aveva distrutto la città nel 1703, ha pubblicato il volume “La Festa Crudele”, che è un’ampia riflessione di antropologia culturale sui terremoti dell’Aquila e le loro conseguenze.

Commenti all'articolo

  • Di Massimo Artini (---.---.---.124) 24 giugno 2009 08:40

    Salve,

    ho visto anche io quell’articolo sul tg e sono rimasto stupito delle inquadrature strettissime.
    Ora che potessero entrare solo 50 visitatori alla volta non è stato detto.
    Come è possibile che non vi sia la calca di giornalisti per documentare quello che è accaduto?
    Cosa dobbiamo fare? possibile che gli Aquilani siano così rassegnati?
    Come ci possiamo organizzare?

  • Di Matteo (---.---.---.138) 24 giugno 2009 18:17

    Quello che viene raccontato da Errico Centofanti, anche nell’altro articolo del 15 giugno, è un accorato appello ai lettori per stabilire quale sia la cronaca fedele dei fatti. Come tale, spero che la diffusione sia estesa il più possibile, anche oltre i confini nazionali. Esorto Centofanti a far tradurre i suoi testi e a diffonderli sulla stampa internazionale. All’estero la sensibilità dell’informazione è molto diversa.

    Aggiungo, tornato a L’Aquila per alcuni giorni (non vivo più lì da anni, ma il legame è fortissimo), che avrei voluto andare a fare la visita all’interno della zona rossa. Mi sono fermato a pensare, e sono stato assalito da un’immagine tremenda, lugubre. Da una parte potrebbe ricordare la visita ad un giardino zoologico un po’ in disarmo, da un’altra la visita ad un sito archeologico senza vita propria ma, a guardar bene, l’aspetto lugubre che richiamavo è l’immagine di un morto disteso per terra parzialmente coperto da un lenzuolo. Un’immagine da telegiornale che non posso sopportare. Lì mi sono fermato: non sono andato fare la visita e invito ora tutte le persone sensibili a non andare. Nessuno sia morboso per la visita al morto, ma diamoci tutti da fare per ristabilire verità e competenze, e per recuperare la città al suo splendore ed ai suoi cittadini.

    Il terremoto è dell’Aquila, l’Abruzzo dia il suo sostegno.

  • Di iaia centofanti (---.---.---.214) 24 giugno 2009 19:50

    Da quel 6 aprile ho cominciato a verificare le notizie che ascoltavo nei vari tg nazionali: "Riaprono le scuole all’Aquila" bene!! Ho due figlie: una frequenta la prima classe elementare, l’altra la terza elementare; si capisce che ero ben felice di riportarle a scuola (anche se sotto una tenda) è importante per i bambini stare con altri bambini. Così comincio un pellegrinaggio: prima tappa tendopoli di Centi Colella, di scuola non ne sanno niente. Seconda tappa tendopoli di piazza d’Armi, niente scuola neanche li. Terza tappa tendopoli di Acquasanta.... scuola?
    L’unica scuola aperta era a Poggio Picenze....
    Per carità erano passati veramenta pochi giorni dal terremoto del 6 aprile e nessuno pretendeva che le scuole riaprissero immediatamente ma allora perchè nei tg nazionali la notizia d’apertura era proprio "Riaprono le scuole all’Aquila"?
    Di questo genere di "notizie" ne ho sentite tante e quasi sempre sono andata a verificare se corrispondessero a verità e purtroppo, raramente questo è avvenuto. 
    Quando qualcuno critica il lavoro di questo governo subito viene additato come "comunista" (come se questo fosse un insulto!!) o come un antiberlusconiano, che quindi non critica l’operato del governo ma critica per il gusto di criticare Berlusconi e per questo non degno neanche di risposta.
    Le cose non stanno proprio così: noi che abitiamo all’Aquila anche dopo il 6 aprile, abbiamo avuto modo di vedere quante "balle" vengono diffuse in Italia dalla televisione di stato e non, e sentirsi dire dal Presidente del Consiglio che gli aquilani andati a roma a protestare erano quattro comunisti (c’ero anch’io a Roma e non ho mai avuto tanta gente di centrodestra intorno a me in una manifestazione,come in questa!!!) è veramente troppo.
    Ci stanno ricoprendo di balle e continueranno a farlo.
    Il problema è proprio questo: come si fa a fidarsi di qualcuno quando questo qualcuno non fa altro che raccontarci balle?
    Conosco un gioco con le carte che si chiama "Dubito": si deve dubitare quando si ritiene che l’avversario stia dicendo una balla scartando delle carte al posto di altre carte. Mbè... mi consenta Presidente: io DUBITO!!!!!!

  • Di Servilio Sabatino (---.---.---.250) 25 giugno 2009 14:16

    Sono pienamente daccordo con Errico Centofanti e se posso aggiungo soltanto che:l’Aquila deve essere ricostruita come era non per gli aquilani ma per i cittadini del Mondo degli anni futuri.Sabatino Servilio

  • Di Emanuela Medoro (---.---.---.217) 25 giugno 2009 18:31

    E’ ovvio che va ricostruita come era sì, dove e come possibile. Evitiamo il funerale.Ma dove non è possibile perchè non accettare la presenza di architetture contemporanee, ben inserite nel tessuto urbano tradizionale,a testimonianza di un’epoca e di un fatto, la distruzione e la ricostruzione, che non può essere una passiva replica del passato ma una interpretazione contemporanea di esso.Nuovi materiali, nuovi stili e nuove tecniche di costruzione possono dare contributi importanti e pregevoli alla rinascita della città.
    Non voglio essere fraintesa, salviamo il salvabile, ma dove non fosse possibile, facciamo lavorare liberamente architetti ed ingegneri contemporanei, faranno cose belle. emedoro@gmail.com 

  • Di errico centofanti (---.---.---.102) 26 giugno 2009 11:21
    Del tutto concorde con Emanuela Medoro. Evitare il funerale non vuol dire fabbricare falsità: lontano da me qualsiasi apprezzamenti per quegli orrori del costruire in falso gotico o falso barocco. Bisogna parlare la lingua del proprio tempo, in ogni senso. Non per caso, quando penso al centro storico dell’Aquila, evito il termine “ricostruzione” e scrivo “ricostituzione”. Quel che io ritengo si debba fare è ripetere, pari pari, quanto fecero gli aquilani del Settecento: del pregresso salvarono e risanarono tutto il salvabile e per il resto chiamarono da Napoli e da Roma eccellenti architetti e capimastri per fabbricarono nello stile del proprio tempo. Fu cosí che nacque L’Aquila barocca. La futura bellezza del centro storico “ricostituito” scaturirebbe di nuovo dall’armoniosa coesistenza di un novissimo genialmente concepito e di tutto l’antico sapientemente risanato. Disgraziatamente, però, questi son ragionamenti che per ora appartengono al mondo dei sogni: fatti salvi pochi casi (grandi emergenze monumentali e edifici “raccomandati”), il centro storico dell’Aquila lo si sta lasciando sbriciolare. Come si sta lasciando sbriciolare la comunità che lo teneva in vita. Il calcolo è limpidamente percepibile: equità imporrebbe di applicare anche all’Aquila le regole giustamente utilizzate per il Friuli, l’Umbria e le Marche, il che adesso sarebbe fattibile solo generando i fondi necessari attraverso l’introduzione di un’apposita imposta. Lo sbriciolamento dei fabbricati per via naturale e quello della comunità attraverso tutti i meccanismi finora attuati è per ora l’unica, rapida, economica e efficace soluzione messa a disposizione della comunità nazionale per chiudere il caso apertosi nella notte tra il 5 e il 6 d’Aprile.
    Errico Centofanti
  • Di giorci (---.---.---.196) 28 giugno 2009 18:59

    Mal dell’Aquila
    ...."Quel senso di appartenenza prorompente, smisurato " si può definire mel dell’Aquila.
    Chi nasce in questa città o chi viene adottato da essa viene marchiato per sempre da questo marchio indelebile. E’ un bene o è un male ma comunque è la realtà. Se esaminiamo il lato positivo questo male ha portato questa città a non solo esistere per oltre 750 anni ma ad avere secoli di gloria (è stata la seconda città del Regno di Napoli e tra le più importanti e ricche dell’attuale Italia finanziando addirittura alcune chiese di Roma, fornendo danari ,oldati e condottieri ai principipati, ducati ecc) . Uno dei lati negativi di questo male aquilano è la confusione, mancanza di riflessione che a volte sfocia in atti incontrollabili. Ultimo esempio la ribellione sulla destinazione del Capoluogo di qualche decennio fa con la devastazione selvaggia di sedi pubbliche e private che mise a repentaglio la vita di alcuni cittadini.
    Ora con il terremoto del 6 aprile è difficile prevedere l’atteggiamento degli aquilani che prevarrà tra qualche mese. Dipenderà ovviamente da quando e come ripartirà l’opera di ricostruzione ma una cosa è certa che gli aquilani sono attaccati alla loro città in una maniera morbosa quasi incomprensibile per chi non fa parte di questa popolazione e non tollereranno sicuramente la distruzione di questa città.
    Purtroppo a quasi tre mesi dalla terribile scossa del 6 aprile se non si interviene immediatamente mettendo a disposizione ingenti stanziamenti, mezzi e uomini non solo per la ricostruzione delle abitazioni, chiese, palazzi monumentali ma soprattutto per riavviare l’economia del territorio il declino sarà scontato.
    Ci si lamenta che alla manifestazione di ieri hanno partecipato circa 3000 persone, ma se si pensa che in città sono rimaste circa 20000 considerando la pioggia e la paura dei no global diffusa da alcuni giornali, quante persone ci si aspettava di trovare. Ci si domanda perchè non sono tornati dalla costa. E’ difficile dirlo. A parte i costi, le persone mandate ERRONEAMENTE negli alberghi della costa si stano abituando alla nuova situazione anche se controvoglia ed è difficile pensare ad un loro rientro in città a breve, considerando le continue scosse e la stasi totale che regna nel territorio.
    A questo punto bisogna tornare indietro e ripartire da capo magari installando nuove tende (e non smantellarle come si pensa per motivi di immagine. Dove dormirà la gente se togliamo le tende?) per far tornare tutte le persone capaci ed in grado di contribuire alla rinascita economica e culturale della città e del suo territorio.
    Occorre scegliere con elezione popolare un gruppo ristretto di persone competenti, trasparenti, mai collegate a conflitti d’interesse capaci professionalmente di pianificare e portare avanti il grosso lavoro di rinascita economica e culturale della città e del territorio. Certo senza fondi governativi tutto resta nel vano.

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