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di errico centofanti martedì 23 giugno 2009 - 7 commenti oknotizie
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Terremoto dell’Aquila: evitare il funerale di un’opera d’arte

Giornali e tv hanno lanciato la grande notizia: “Domenica 21 Giugno riaperto il centro storico dell’Aquila”. Non è vero. Quel che è stato riaperto, e solo per 12 ore al giorno, e solo per gruppi di non più di 50 visitatori alla volta, è un breve tratto di Corso Federico II, una delle vie architettonicamente meno significative. Vi si affacciano 21 edifici, solo 3 dei quali risalenti a prima del Novecento.
 
La verità è che il centro storico dell’Aquila appare tuttora nel suo agghiacciante stato di coma irreversibile. Il terremoto del 6 Aprile, intorno alla cui inaudita entità effettiva è stata posta in essere una massiccia campagna di disinformazione, ha ucciso e ferito tantissime persone e ha devastato la cintura periferica dell’Aquila e decine di borghi dell’Abruzzo montano, suscitando nel Paese una larga quanto effimera eco emozionale. In pochi, però, hanno avuto modo di apprendere e comprendere che quel terremoto ha maciullato trecento ettari di città antica, causando la maggior distruzione di un centro storico mai verificatasi nel pianeta dopo il Terremoto di Lisbona del 1755.
 
Tutto ciò che non è rovinato a terra alle 3.32 del 6 Aprile è crollato o sta crollando per effetto delle scosse di non lieve entità che tuttora si susseguono incessantemente. Dei circa mille e trecento edifici medioevali, rinascimentali, barocchi e neoclassici sottoposti a vincolo monumentale, molte facciate stanno ancora in piedi ma dietro di loro restano solo montagne di macerie. Identica sorte per le migliaia di edifici minori, i quali costituiscono l’indispensabile tessuto connettivo delle emergenze monumentali. Tutte le centinaia di attività economiche, culturali e istituzionali del centro storico sono distrutte o hanno trovato precario e provvisorio rifugio altrove: università, teatri, gallerie d’arte, musei, biblioteche, alberghi, ristoranti, negozi, caffetterie, municipio, governo regionale, prefettura e quant’altro. Il centro storico è totalmente deserto, notte e giorno. Vi circolano soltanto Vigili del Fuoco e Carabinieri. I suoi varchi d’ingresso sono sigillati e presidiati dall’Esercito. Non c’è un solo precedente del genere, in Italia.
 
Tutte le città, prima o poi, diventano opere d’arte. In luogo di minuti e ore, i loro orologi collezionano anni e secoli, ma anch’esse sono entità viventi. Interagiscono con la natura e con gli uomini. Si alimentano e crescono per intreccio di addizioni sottrazioni e trasformazioni. Affiorano da orditi raziocinanti e razionalizzatori, che vestono di ritmo e armonia il dispiegarsi di necessità e fantasia creatrici. Non diversamente da ogni autentica opera d’arte, anche le città sono figlie della propria forma. Questa, però, non è data una volta per tutte, come nelle arti figurative, ma è in continuo mutamento, a somiglianza delle arti sceniche, anch’esse tributarie di un autore del tutto peculiare, collettivo e diacronico, imposto dall’esigenza che la forma sia specchio e servitore il più possibile fedele del divenire delle comunità di cui ciascuna città è espressione.

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