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Medio Oriente | Il pericoloso corridoio sciita

Si riaprono i giochi in Medio Oriente dopo la presunta morte del lìder maximo dell’Isis, il califfo Abu Bakr al-Baghdadi (che un tot di fantasiosi quanto imbarazzanti “opinionisti” ritenne a lungo un ebreo cammuffato da estremista islamico, su imbeccata iraniana rimbalzata dai meno credibili siti americani di bufale tipo Veterans Today).

La distruzione della grande moschea di al-Nuri a Mosul è lì a dimostrare che l’Isis sta sbaraccando la sua presenza sul territorio anche nei simboli - in quella moschea fu proclamato il Califfato - per tornare presumibilmente alla strategia, mai del tutto abbandonata, degli attentati terroristici dei kamikaze.

Fine dello Stato Islamico quindi, come era apparso subito chiaro da quando la Turchia aveva abbandonato la sua pretesa egemonica di stampo ottomano sulla Siria, favorendo l'arrivo di foreign fighters a rinforzare le forze ribelli, e si era allineata alla Russia di Putin nella “lotta al terrorismo”, spaccando così in due tronconi ormai ostili il fronte sunnita originariamente impegnato a ostacolare la formazione del “corridoio sciita”. Erdogan sembra aver piuttosto optato per la formazione dell'asse eurasiatico con Mosca, Teheran e Damasco dopo il fallito (o fasullo?) tentativo di golpe gulenista.

Oggi molti commentatori sono impegnati a decifrare la nuova politica americana dopo il viaggio di Donald Trump a Riyad e Gerusalemme. Miliardi di dollari ai sauditi e rassicurazioni agli israeliani.

Il primo risultato evidente è stato la messa al bando del Qatar (un alleato dei turchi che non dispiace a Teheran, per questo molto sospetto agli occhi sauditi) e subito dopo l’offerta di pacificazione: forniture militari e manovre congiunte della marina americana con quella qatariota. Bastone e carota in rapida successione per ottenere due scopi: interrompere il sostegno dell’emirato a Hamas, ormai prossimo al collasso finale - speriamo prima dell’ennesimo conflitto suicida con Israele - e a un jihadismo fuori controllo. E, soprattutto, indebolire i suoi legami con Iran e Turchia sempre più vicini a Vladimir Putin, il cui consigliere "filosofico" Alexandr Dugin è nel frattempo volato a Erbil, nel Kurdistan iracheno, per ammorbidire le pretese indipendentiste curde (“è più o meno facile dichiarare l'indipendenza, ma è molto più difficile conservarla o difenderla...”). Un servizio di consulenza strategica svolto dal filosofo russo intuitivamente molto gradito a Erdogan (e non solo).

E proprio sulla questione curda si stanno concentrando - come era facile prevedere - le attenzioni di tutti i contendenti. Mentre Dugin lavora, presentandosi con i toni sommessi del “suggeritore” di strategie future (ma all’interno della visione imperiale che gli è propria), Trump non ha esistato a mettere gli stivali sul terreno implementando la presenza americana, in forniture e uomini, a fianco dei curdi siriani. Risultato forse del braccio di ferro interno al suo cerchio magico fra innovativi antisistema (Bannon) e conservatori repubblicani tradizionalisti (Kushner).

L’intento sembra essere quello di usare i curdi per interrompere proprio quel corridoio sciita a cui lavorano russi, siriani, iracheni e iraniani. Un corridoio capace di collegare senza ostacoli Teheran agli Hezbollah libanesi, molto impegnati a fianco di Assad nel caos siriano. Ma anche presenza molto vicina e molto preoccupante per Israele, soprattutto nel caso che il corridoio sciita diventi un’autostrada senza controllo atto alla dislocazione di armi sofisticate iraniane in prossimità dei suoi confini.

Questo è il punto. Se il corridoio sciita si forma, grazie al collasso ormai prossimo del califfato e a un eventuale insuccesso della strategia americana di cinico uso dei curdi (che in realtà potrebbero non avere alcun interesse a occupare aree storicamente arabe), l’Iran e Israele entrerebbero in pericolosissimo contatto diretto.

Le conseguenze potrebbero essere quanto di peggio si possa immaginare e non sarebbe certo l’eventuale soluzione della questione palestinese, grazie al presumibile collasso di Hamas, a favorire una pacificazione del Medio Oriente prossimo venturo.

Le grandi manovre in corso all’interno della dinastia saudita - troppo debole per poter affrontare da sola la potenza iraniana in un eventuale confronto a tu per tu - sembrano avere proprio l’obiettivo di preparare la terra dei Saud a un (agognato?) inasprimento delle tensioni fra Israele e Iran. Avere al suo fianco l’unica potenza nucleare del Medio Oriente - e disposta a usare l’arma atomica in caso di estremo pericolo per la propria sopravvivenza (come sapeva bene Saddam Hussein e come dimostrerebbero certe nuove ricostruzioni storiche relative alla guerra dei Sei giorni) - sembra essere obiettivo primario per i sauditi.

Alla faccia delle millenarie incompatibilità religiose.

 

 

 

Commenti all'articolo

  • Di GeriSteve (---.---.---.31) 24 giugno 2017 12:49

    Alle religioni ci credono le masse.

    I potenti ossequiano e utilizzano le religioni, ma credono soltanto al potere.

    E’ un culto cinico e lucidissimo, decisamente globalizzato, totalmente indipendente dalle ideologie sottostanti, religiose o no. I potenti possono anche combattere fra loro per il loro predominio a danno di altri, ma sono sempre uniti nel loro culto del potere.

    Storicamente si sono sempre avute "morali stratificate", cioè morali diverse per diversi strati sociali, nel rispetto soltanto formale della morale religiosa, solo ufficialmente generale. Adesso, con la globalizzazione del potere, le morali degli strati sociali alti stanno convergendo mentre quelle dei dominanti sono unificate da tempo.

    Cambiano soltanto i mezzi: congiure di palazzo, golpe, dittatura poliziesca, schiavitù, logge segrete, brogli elettorali, controllo occulto, ricatti, oppressione economica, persuasione occulta, controllo dell’informazione, promozione di un pensiero unico...

    Ciò non toglie che sia utilissimo e meritorio , come in questo articolo, denunciare le contraddizioni fra ciò che fa e ciò che dice chi comanda: serve a svelare la vera faccia dei potenti ai molti che ancora ci credono a ciò che essi dicono.

    Riguardo conflitti e grandi problemi mondiali la gente comune tenta di capirli utilizzando categorie nazionali: gli americani, i russi, gli inglesi, i tedeschi, gli iraniani, i siriani, i sauditi, gli egiziani... sono sconfitti in partenza: non potranno mai capire niente finchè non sapranno distinguere fra chi comanda e chi subisce.

    GeriSteve

  • Di Fabio Della Pergola (---.---.---.231) 24 giugno 2017 12:55
    Fabio Della Pergola

    Solo un piccolo appunto: "non potranno mai capire niente finchè non sapranno distinguere fra chi comanda e chi subisce" è affermazione chiara e condivisibile.
    Ma esistono storicamente (e notoriamente) lotte di potere fra chi comanda qua e chi comanda là. Di questo, stringi stringi, si occupa la geopolitica.

  • Di GeriSteve (---.---.---.31) 24 giugno 2017 13:04

    credevo di essermi espresso:
    "I potenti possono anche combattere fra loro per il loro predominio a danno di altri, ma sono sempre uniti nel loro culto del potere"

    Se non tiene conto di questo fatto, la geopolitica è soltanto una parola difficile priva di valido contenuto.

    Complimenti per l’articolo.
    GeriSteve

  • Di Fabio Della Pergola (---.---.---.231) 24 giugno 2017 14:29
    Fabio Della Pergola

    Sì, avevo capito. Il culto del potere tiene uniti i potenti (cioè quelli che il potere ce l’hanno): la logica del sovvertimento di questo culto è estremamente complessa da comporre, magari bastasse dire "abbasso i potenti!". Grazie per i complimenti.

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