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di Andrea Fama giovedì 26 febbraio 2009 - 2 commenti oknotizie
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La scienza sfida i social network

Recentemente avevamo già parlato di come identità, realtà e rete fossero tre variabili così strettamente correlate da risultare ambiguamente diluite le une nelle altre. Oggi proviamo ad alzare la posta scomodando neuroscienziati e ricercatori per scandagliare ulteriormente le profondità insondabili della presunta vacuità dei cittadini virtuali, i cosiddetti netizen.

Facebook rende la nostra mente infantile

La Baronessa Greenfield, professoressa di farmacologia sinaptica presso il Lincoln College di Oxford e direttrice del Royal Institute, ha ammonito la House of Lords britannica circa il potenziale degradante, a breve e lungo termine, che i social network hanno sul nostro cervello e sulla nostra mente. 
 
Secondo Greenfield le esperienze che gli adolescenti vivono sui social network “sono prive di coesione narrativa e di significati a lungo termine. Di conseguenza, le menti della metà del 21esimo secolo potrebbero risultare quasi infantili, caratterizzate da una breve soglia dell’attenzione, dal sensazionalismo, dall’inabilità ad empatizzare e da un instabile senso dell’identità”. A ciò si aggiunge che i cervelli calati in un mondo di rapidissime azioni e reazioni, assuefatti ad immagini che repentinamente appaiono su di uno schermo, potrebbero in seguito sviluppare disturbi nella concentrazione laddove, nel mondo reale, non si trovino di fronte ad una dialettica azione-reazione tanto istantanea. A sostegno della sua tesi, Greefield lancia un altro, insidioso amo: è possibile collegare “la quasi totale immersione della nostra cultura” in un mondo di schermi e tecnologia con il parallelo triplicarsi delle prescrizioni di metilpenidate (un farmaco che cura i disturbi legati alla conetrazione e all’iperattività)?

L’altra faccia del libro
Naturalmente le affermazioni di Greenfield non sono state prive di eco. Chris Davies, professore ad Oxford impegnato in ricerche governative nel campo delle applicazioni tecnologiche, sostiene che i dubbi sollevati da Grenfield siano “assolutamente legittimi e meritino una risposta, ma possibilmente non animate da uno spirito moralmente allarmistico”.
 
Davies allontana lo spauracchio dell’adolescente tutto monitor e tastiera, sottolineando il valore relazionale delle ore trascorse a scuola, ad esempio. Fermo restando che gli adolescenti fanno un uso intenso del computer, evidentemente esso non si limita unicamente al social networking, proficuo o degradante che sia. L’uso del computer e della rete, infatti, è legato ad altri ambiti della vita quotidiana, quali lo studio e l’intrattenimento, che non è necessariamente ottundente, in quanto offre la possibilità di cimentarsi direttamente con il video editing o di guardare semplicemente la Tv on demand, di comporre musica piuttosto che ascoltarla. “È chiaro”, continua Davies, “che gli adolescenti apprezzano la libertà, e la responsabilità, che deriva dal saper gestire queste fonti di comunicazione, intrattenimento e conoscenza”.
 
Ma a sollevare scandalizzati dubbi circa le teorie della Baronessa sono stati gli stessi utenti del Guardian.co.uk, testata che ha pubblicato l’articolo sull’intervento di Greenfield alla House of Lords. Tra questi mi ha colpito il commento lasciato da Adinfinitum, che sostiene: “Ad essere onesti le sue parole mi ricordano i timori di coloro che credevano che la televisione avrebbe trasformato le generazioni in zombie senza cervello …”. Timore che, ad essere onesti, potrebbe sembrare a tratti più che fondato.
 

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