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La chiave del divenire

Forse vivere è divenire e divenire non è altro che incontrare. E se fosse proprio così? Se fosse vero che ogni incontro è essenzialmente un divenire? Se fosse vero che solo gli incontri possono costituire il nostro divenire, il nostro “divenire qualcosa”? Se fosse vero che solo attraverso gli incontri possiamo inseguire la chiave segreta della vita?

Se fosse vero che tutte le domande della nostra vita, quelle che contano veramente, le possiamo costruire solo con pezzi e frammenti, accolti o rubati da qualsiasi parte durante il nostro cammino? 

Questo, perché il nostro divenire, il nostro puro divenire, non tanto il divenire questo o quello, ma il divenire che costituisce il nostro essere, quello che, per così dire, ci precede e ci anticipa, quello nel quale noi siamo già, non è una questione che riguarda il tempo o la storia, non riguarda il passato o il futuro; non ha a che fare neppure con un punto da cui si parte o a cui si “deve” arrivare. Non consiste neppure in un dover imitare o “conformarsi a un modello, fosse pure quello della giustizia o della verità “(Gilles Deleuze e Claire Parnet, Conversazioni).

In realtà, a pensarci bene, il divenire di cui stiamo parlando, il nostro avvenire, non è un nostro progetto, non può essere scelto: forse possiamo scegliere gli incontri che rendono possibile il nostro divenire, ma non il divenire stesso, il cui movimento quasi sempre avviene a monte di noi stessi, per così dire, “alle nostre spalle”, alle spalle del nostro io cosciente. 

Un po’ come accade con lo Spirito hegeliano. O come succede nella tragedia greca, che incomincia quando tutto è già accaduto. 

Insomma, spiega Deleuze, gli individui, come “le cose, la gente sono fatti di linee molto diverse tra loro”, e non necessariamente si sa su quale linea ci si trova, né dove far passare la linea che stiamo tracciando. In questo senso il movimento del nostro divenire, come si diceva, avviene quasi sempre alle nostre spalle. In questo senso, se è vero che noi umani facciamo la storia, è vero anche che non sappiamo davvero la storia che facciamo.

Il nostro divenire perciò non è popolato tanto di sogni, fantasmi o progetti ma appunto di incontri. E “un incontro è forse la stessa cosa di un divenire”. Perciò il divenire è possibile solo negli incontri, qualsiasi incontro. Con persone mai conosciute magari, o con gruppi, movimenti, popoli o culture, oppure con idee o entità di qualsiasi genere.

A patto che, in quegli incontri, sappiamo o impariamo a “trovare, incontrare, ‘rubare’, invece di regolare, riconoscere, giudicare....Giudicare infatti è il mestiere di molta gente, e non è un bel mestiere”(Deleuze).

Non si vive senza divenire, non si diviene, non si “avviene”, senza incontri.

 

Commenti all'articolo

  • Di Marina Serafini (---.---.---.161) 2 novembre 22:58
    Marina Serafini

    Viene da aggiungere che non ogni incontro é un divenire, laddove non siamo in grado di ascoltare e di osservare ma passiamo sopra - o sorpassiamo - con estrema leggerezza o con gravissima violenza. Come nel giudicare, appunto. Ma questo non accogliere, in realtà, é un non incontrare, e quindi un continuare statico nella medesima corsia. Qualcuno potrebbe eccepire che il vuoto non esiste, ma sta poi alla percezione individuale rendersene conto... Quanto a giudicare, purtroppo, a volte é necessario, e questo proprio perché diveniamo e siamo divenuti, e nel farlo partiamo sempre da un pregresso, da una situazione. Viviamo traditi - direbbe Gadamer - già sempre presenti in un passato in cui siamo già nati. E un po’ scegliamo il nostro divenire, un po’ lo subiamo senza nemmeno avvedercene. La dialettica della vita non ci esime. Quindi mi chiedo: la chiave del divenire o il divenire come chiave? Sembra che l’una definizione transiti nell’altra in una mutua conversione di nascita e mutazione. Un po’ come quegli strani animali che intessono le tele di Escher... Grazie per lo stimolante contributo.

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