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Il vero antisemitismo leghista

L’episodio dell’urlaccio antisemita gridato verso Gad Lerner ha suscitato clamore più per le mancate scuse da parte di Matteo Salvini che per il fatto in sé.

 
Molti, anche di parte ebraica, si sono affrettati a sminuire la gravità del fatto appellandosi a una sorta di generica e popolaresca usanza di usare il termine “ebreo” o “giudeo” come offesa, tutto sommato innocua, per l’avversario. Prova ne sia la classica usanza delle opposte tifoserie di ingiuriarsi a vicenda con tale epiteto, a cui nessuno dà importanza, almeno fino a che non si supera una certa linea rossa di decenza (vedi l’uso dell’immagine di Anna Frank in maglietta giallorossa per offendere i romanisti).

A sinistra il leghista autore dell'urlo "ebreo" a Gad Lerner.

Con la sdrammatizzazione dell’episodio da parte dello stesso Lerner - anche se riferirsi a un ebreo con un "non sei italiano te" è palesemente il riflesso non digerito delle leggi razziali - la questione potrebbe dichiararsi chiusa e così tutto potrebbe finire a tarallucci e vino un’altra volta.

Salvo per le mancate scuse del leader leghista – atteggiamento diverso da quello tenuto in occasione di episodi simili da Umberto Bossi o da Giancarlo Giorgetti – che costringono a una riflessione un po’ più articolata.

Ne ha accennato Maurizio Crippa su Il Foglio: «La Lega non è antisemita – scrive – o non lo è mai stata, a parte certe sue frange “eurasiatiche”, parte integrante del cerchio magico salviniano».

Se dunque vale la sensazione che gridare “ebreo” a Lerner, con l’intento di offenderlo, può essere sdrammatizzata come l’intemperanza di un imbecille tutto sommato innocuo, l’accenno al cerchio magico salviniano di tendenze eurasiatiche apre invece scenari non liquidabili come popolaresco antisemitismo "di pancia".

Già due anni fa avevo parlato dell'antisemitismo di Alexandr Dugin, il leader del movimento eurasiatista, recentemente citato più volte da fonti giornalistiche a proposito dell’affaire Metropol che coinvolgerebbe Gianluca Savoini in un caso di corruzione internazionale, perché due dei tre interlocutori russi del presidente dell’associazione Lombardia-Russia sono stati definiti a lui “vicini”. 

E non avevo potuto fare a meno di notare che nella logica del filosofo russo il discorso su ebrei ed ebraismo segue le orme del suo vate di riferimento, il più che discusso Martin Heidegger su cui peraltro ha scritto un libro, Martin Heidegger. The Philosophy of Another Beginning, tradotto in inglese dalla ex moglie di Richard Spencer, leader della neonazista Alt-right americana.

In un articolo titolato “Capire è sconfiggere” pubblicato per la prima volta sul quotidiano Den nel 1992, Dugin scriveva (parlando di un incomprensibile "problema ebraico" di cui discutere):

 «...gli ebrei sono i portatori di una cultura religiosa che è profondamente distinta da tutte le manifestazioni storiche della spiritualità indo-europea - dagli antichi culti pagani all'induismo e al cristianesimo (...) se non ammettiamo la distinzione, allora è semplicemente insensato parlare del problema ebraico».

Poi proseguiva:

 «la distinzione tra popoli e comunità è ciò che costituisce, a rigor di termini, la loro essenza e unicità storica e spirituale. La distinzione tra comunità etniche è anche lo strumento per definire la loro identità personale. E ogni volta che era presente nella civiltà indo-europea, che unisce una varietà di formazioni etniche, statali e politiche, la comunità ebraica veniva sempre vissuta come qualcosa di estraneo, come qualcosa di profondamente estraneo al modo di pensare e alla cultura indo-europea».

Fin qui diciamo che non si è scoperto niente di nuovo. Ma poi il filosofo russo continuava dando un'interpretazione dell'ebraismo rabbinico piuttosto azzardata:

 «L’Ebraismo vede il mondo come una creazione alienata da Dio, come un esule, come un labirinto meccanico, in cui possa passeggiare il popolo eletto, la cui vera missione non è nelle famose vittorie di Giosuè, (…) ma nei tragici sconvolgimenti della dispersione. In particolare la diaspora corrisponde esattamente allo spirito del giudaismo classico, disegnando un abisso invalicabile tra il Creatore e la Creazione».

E, da questa sua interpretazione, segue evidenziando quella che per lui è la differenza incolmabile tra l'ebraismo e, sostanzialmente, la tradizione cristiana.

 «Le tradizioni indoeuropee, incluso il cristianesimo, diffuse principalmente tra gli indoeuropei, insistono su una visione completamente diversa del cosmo. Il cosmo indoeuropeo è una realtà vivente, che è direttamente connessa con Dio o, almeno, con il Figlio di Dio (…) La coscienza religiosa indoeuropea è una coscienza prevalentemente indigena, una coscienza connessa con il suolo anziché con la dispersione, con il possesso invece della perdita e con la connessione invece della separazione».

Tra dispersione diasporica (con connessa "mancanza di suolo") e alienazione/separazione da una parte o connessione - dall'altra - con la divinità si fonderebbe una diversità radicale: 

 «È stata questa fondamentale distinzione relativa alla visione globale che inizialmente ha tracciato una linea di demarcazione tra la visione del mondo giudaica e la comprensione indoeuropea del Sacro».

Innegabile la diversità culturale ebraica rispetto alla tradizione maggioritaria, ma da questa diversità, qui discutibilmente interpretata e definita metafisica, derivano le discutibili conclusioni e il programma politico-filosofico dell'autore:

 «È necessario iniziare a fare ricerca su quella distinzione primordiale e insuperabile, che si è storicamente incarnata nelle differenze etiche, nazionali, culturali, politiche ed economiche tra gli "ebrei" e i "greci" (…) Le nostre visioni del mondo sono diverse, sono anche in qualche modo opposte. Inoltre, a volte si escludono a vicenda. Ma il riconoscimento stesso di questa opposizione eleva il nostro spirito fino alle vette di un problema puramente metafisico (…) Arriva un momento in cui dobbiamo affrontare le cose con i loro veri nomi. Le energie delle nostre comunità etniche, le nostre "religioni", i nostri istinti teologici e sacrali supereranno presto gli stracci delle dottrine innaturali, insolventi, irrealistiche e non esplicative (siano esse marxiste, economiste o liberali). Per impedire che queste energie percorrano la terribile traiettoria dell'odio cieco e della cupa violenza, dobbiamo alzare in anticipo gli stendardi metafisici dell'inevitabile combattimento del futuro (…) La differenza tra guerra metafisica e guerra fisica è che la prima aspira a una vittoria della sintesi tradizionale della Verità e, secondariamente, aspira a rendere vittoriosa una delle due parti in lotta (…) Nessuno dei metodi fisici è accettabile in questa drammatica opposizione storica. Si è scoperto che i campi di concentramento tedeschi possono distruggere gli ebrei, ma non sono in grado di estirpare l’ebraismo. D'altra parte i commissari Chassidici sono incapaci, nonostante tutto il loro sanguinoso genocidio [sic], di cancellare la popolazione dell'eterno "Impero russo". Perfino questi esempi mostrano che la "questione ebraica" e la "questione Goyim" sono impossibili da risolvere con la forza fisica (…) Il tempo ci richiede di esibirci apertamente (…) I nostri universi appartengono ai poli opposti della realtà (…) Il mondo della "Judaica" è un mondo ostile a noi».

E dopo questa conclusione, in cui fortunatamente ha messo da parte la "guerra fisica" (pur giustificando questa sua scelta con la motivazione che si possono uccidere gli ebrei, ma non estirpare l'ebraismo - e qui si legge nel testo del filosofo russo un certo rammarico - come dimostrerebbe l'insuccesso dei campi di sterminio nazisti) Dugin si avvia a concludere:

 «Ma il nostro sentimento di giustizia ariana e la gravità della nostra situazione geopolitica richiedono la comprensione delle sue leggi, regole e interessi. L'élite indoeuropea si trova oggi davanti a un compito titanico: comprendere coloro che non sono solo culturalmente, nazionali e politicamente, ma anche metafisicamente diversi. E in questo caso, "capire" significa non "perdonare", ma "sconfiggere". E 'sconfiggere con la Luce della Verità'».

Dai misteriosi genocidi dei "commissari chassidici" ai danni del popolo russo (immagino si riferisca ai commissari del popolo sovietici, ma definirli "chassidici", equiparando cioè i commissari del popolo agli ebrei dell'est europeo seguaci del misticismo chassidico, sembrerebbe a dir poco un'iperbole) fino a un'altrettanto misteriosa necessità di "perdonare" non si sa bene cosa (fino a prova contraria gli ebrei sono sempre state le vittime, non i carnefici, nel corso degli ultimi venti secoli di storia europea), Alexandr Dugin ha alla fine espresso con chiarezza la sua prospettiva culturale e politica: sconfiggere l'ebraismo, un mondo definito ostile, con la "Luce della Verità". Nientemeno.

Mi sono permesso di riportare e tradurre ampi stralci di questo suo scritto, scusandomi per eventuali errori, dalla versione inglese del sito Open Revolt! Che potete trovare qui https://openrevolt.info/2011/08/31/alexander-dugin-to-understand-is-to-defeat/ se preferite una lettura diretta dell'articolata versione a sua volta tradotta dall'originale.

Personalmente ho trovato questo articolo estremamente rivelatore di quello che è il sentimento apertamente antisemita di Dugin, pur notando - come abbiamo visto - che non si tratta di un tratto rozzamente “fisico” o biologico, attribuito solitamente al nazismo, quanto di un antigiudaismo “metafisico” nei termini usati da Martin Heidegger nei suoi Quaderni neri, verso gli ebrei colpevoli di agire lo sradicamento dall'essere di cui sarebbero poi vittime i popoli europei:

 «La questione riguardante il ruolo dell’ebraismo mondiale non è una questione razziale, bensì la questione metafisica su quella specie di umanità che, essendo per eccellenza svincolata, potrà fare dello sradicamento di ogni ente dall’essere il proprio “compito” nella storia del mondo» (QN, Riflessioni XIV).

Gli ebrei sono “metafisicamente” – non razzialmente – diversi secondo il filosofo tedesco così come per quello russo; di una diversità pericolosa per gli altri popoli, una diversità metafisica ostile che va "sconfitta".

È un antisemitismo per questo meno pericoloso? Al contrario azzarderei l'ipotesi che, radicandosi a fondo nel pensiero, si tratti di antisemitismo nel senso più profondo e pregnante del termine.

Le idee spesso anticipano le azioni e quello che un pensatore elabora, chino sui quaderni nel chiuso della sua stanza, si radica a fondo nel sentimento di un popolo e può tramutarsi facilmente nel gesto del popolano manesco che “interpreta” a modo suo le troppo complesse ragioni della filosofia, passando alle vie di fatto.

Come la storia insegna. Per secoli si è parlato degli ebrei come di deicidi, consumatori ghiotti di sangue cristiano, portatori di peste, avvelenatori di pozzi, sovvertitori dell'ordine costituito, usurai profittatori e così via delirando. Poi, più o meno saltuariamente, il popolino non ha esitato a mettere mano a pietre, bastoni e coltelli per "risolvere" a modo suo quello che i filosofi avevano definito il "problema ebraico".

Allora, certo, sdrammatizziamo pure l’episodio di Pontida, lasciando l’imbelle leghista al suo delirante senso di superiorità “padana”, ma non sottovalutiamo, nemmeno per un minuto, la deriva “metafisicamente” antisemita di Dugin e del cerchio magico “eurasiatista” di Matteo Salvini che, proprio come facevano nel passato i caporioni delle camicie brune, non si è pubblicamente scusato per l’antisemitismo "di pancia" del suo bullo in camicia verde.

Segno manifesto della realtà più intima del salvinismo.

Foto: Wikipedia

Commenti all'articolo

  • Di Sui provocatori di professione (---.---.---.130) 18 settembre 16:14

    Bravi, bravi! Solo a cancellare siete capaci. Vergognatevi!

  • Di Sui provocatori di professione (---.---.---.130) 18 settembre 16:18

    Ecco un bell’articolo già predisposto per interventi di questo tipo che era prevedibile venissero scritti sull’episodio. Siete troppo prevedibili e questi giochini non funzionano più.

    Gad Lerner è il provocatore che va a caccia di odio per scatenare guerre

    lunedì 16 settembre 6:00 - di Francesco Storace

    Chissà se stamane qualche giornale scriverà che Gad Lerner è un provocatore. Rischiando magari di trovarsi sbattuto in miniera dall’ordine dei giornalisti o dal sindacato unico. Eppure, quel tomo lo è. Perché hai diritto – e ci mancherebbe – a tutte le opinioni che vuoi, ma andarle a sbattere sotto il naso di chi mostri ogni giorno di odiare, è insolente. Te le sei cercate, altro che vittima del nulla che ti è stato fatto. Fazzoletti ne abbiamo?

    Ci sarebbe bisogno di un giornalismo che informa e non di cronisti che sfidano. Invece, ti svillaneggiano ogni giorno che passa e poi pretendono mazzi di fiori se vanno a fare passerella nella tana del lupo che dipingono come un delinquente abituale.

    A Pontida a cercare pedate

    Gad Lerner è andato a Pontida sperando di beccare una pedata e non c’è riuscito. Giusto qualche parolaccia e di questi tempi non è nemmeno così grave. Ma ce lo vedreste voi al derby Claudio Lotito in curva sud? Direste che ha esercitato il suo diritto a vedere Roma-Lazio o che è uscito di testa?

    E invece di dire falla finita con le tue provocazioni, insorge la sinistra a difesa del povero giornalista insultato dalla gente che aspettava di ascoltare il suo leader, Salvini. Che a un comizio era andata per spellarsi le mani e non per metterle addosso al nemico quotidiano che avevano davanti in carne e ossa.

    Certo che è sbagliato prendersela col cronista di Repubblica; e magari non si dovrebbero dire le parolacce – non è carino – nemmeno a Lerner. Ma non è neppure giusto usare i soliti due pesi e due misure.

    Non ci siamo dimenticati l’accoglienza riservata ai giornalisti nei meeting dei Cinquestelle. Nel Paese in cui si contesta un crocifisso ad una giornalista Rai si spaccia per razzismo la rabbia delle persone nei confronti di chi attacca ogni giorno la forza politica che seguono.

    E’ semplicemente voglia di non trovarsi in mezzo ai piedi chi ti disprezza. Perché Lerner vomita odio contro quelli che definisce buzzurri semplicemente perché non stanno a sinistra. E si sa, non essere rossi è un peccato grave.

    Non ha senso ciò che ha fatto Lerner

    Ieri si è giocato l’ennesimo quarto d’ora di celebrità – sempre a Pontida si era esibito nel 2016 con lo stesso risultato – e se ne è tornato a casa tutto contento. Magari stamane rimedia un bell’editoriale su Repubblica, la proposta di scrivere un libro “Così ho sventato la morte” e un altro bel programma Rai dal titolo “Al cinismo non si comanda”.

    Non è questo il mestiere del giornalista e fanno malissimo i solidali per mestiere a uscire dal guscio per l’ennesima volta. Gad Lerner ha sbagliato perché non ha alcun senso quello che ha fatto. Chi ha detto che il giornalista deve trasformarsi in una specie di Rambo pronto a sfidare il mondo che contesta ogni giorno persino con una indisponente presenza fisica?

    Ma se ne stia a casa, si goda i quattrini che accumula e non faccia messinscene utili solo a incattivire gli animi. In giro c’è già tanta esasperazione, non abbiamo bisogno di un Pierino piuttosto attempato per aumentare ancora di più la tensione. Si, Lerner è un provocatore.

  • Di paolo (---.---.---.49) 18 settembre 17:12

    Premesso. Nessuna simpatia per Gad Lerner. Non lo stimo, non lo leggo e quando è ospite in tv in genere cambio canale.

    Perchè sono razzista o antisemita? No, semplicemente perché non mi piace il suo modo di fare " giornalismo " di militanza. Andare a Pontida è stato un chiaro segno di sfida, o meglio una volontaria provocazione, che nulla ha a che fare con la professione giornalistica. Veniamo al resto. I leghisti sono razzisti, xenofobi o antisemiti ? Non credo. I tifosi dell’Atalanta o del Brescia (in larga parte leghisti) fischiano i giocatori di colore delle altre squadre ma applaudono i propri. Quindi ?

    Il vero problema dell’elettorato leghista è semmai un grande deficit culturale. Quello si, è indubbio. Il tentativo di Salvini di fare una Lega nazionale è stato un bluff. La Lega di oggi è esattamente la stessa Lega Nord di Bossi, e gli obiettivi politici sono sempre gli stessi, anche se hanno sostituito il linguaggio triviale dei vari Borghezio o Gentilini e si presentano con i Morelli, Zaia ...... con una immagine più istituzionale. Semmai chi preoccupa di più è proprio Salvini, che è un populista della peggior specie.

    Ciò detto, Salvini che fino a prova contraria è ancora un senatore della Repubblica avrebbe dovuto subito prendere le distanze da quegli episodi spiacevoli. Ma figuriamoci !! Allora non sarebbe Salvini.

  • Di paolo (---.---.---.49) 18 settembre 19:01

    Ho letto, quello che esponi ha indubbiamente aspetti condivisibili, ma io non mi soffermerei su quello che "sembra" ma piuttosto sul quello che "é " il fenomeno leghista nel suo profondo. La Lega non è mai stata antisistema, tuttaltro. Semmai mira a modificare il sistema, destrutturandolo a favore di un proprio localismo identitario esasperato. Il tutto sempre nell’ottica degli interessi di gruppi economico finanziari che gravitano al Nord e che sostengono la Lega. Anche l’apertura alla Russia di Putin, non rientra in una strategia di politica internazionale, ma solo in una ottica di mercato. Non è un caso che li hanno beccati con le mani nella marmellata. Ieri con Bossi ed oggi con Salvini, cambiano i protagonisti ma la zuppa è sempre la stessa. Il Salvini che acchiappa al Sud è una metamorfosi funzionale per raggiungere lo scopo di un Nord, magari allargato, che si affranca da Roma.

    ciao

    • Di Fabio Della Pergola (---.---.---.45) 18 settembre 19:11
      Fabio Della Pergola

      Non sono d’accordo, naturalmente. La nuova Lega che non a caso ottiene voti anche al Sud ha mutato pelle e oggi si inquadra in quel complesso internazionale definito "populismo sovranista". Sia per conformazione ideologica (che è quello che ho cercato di mettere in evidenza nel mio articolo) che per progetto politico (evidente a tutti). Ciao.

  • Di Mario Mastroianni (---.---.---.118) 19 settembre 06:52

    Esprimere le proprie emozioni a caldo e verbalmente significa semplicemente sublimarle ed esorcizzarne la tentazione di "passare ai fatti", altro che "popolino manesco"! Non si può censurare o pretendere di autocensurare un’emozione, men che meno in difesa di chi, come Gad Lerner, ha apertamente augurato a Salvini di morire in Korea del Nord e non si è mai scusato di quel suo pensiero espresso appunto a caldo, segno che è riuscito a controllare la propria spontanea velleità di uccidere Salvini con le sue stesse mani. Quanto a Dugin e all’euroasiatismo, ricordo che il continente eurasiatico geograficamente esiste, diviso solo dagli Urali, quindi - per un partito che si è sempre schierato a fianco dei serbi, i più stretti parenti dei russi qui in Europa - è più normale cercare sponde culturali e politiche in quella direzione (anche con la dichiarata ammirazione per la leadership di Putin, che di geopolitica ne capisce più di qualunque altro capo di Stato), piuttosto che rimanere nell’orbita "euroatlantica", essendoci letteralmente un oceano di mezzo. Non c’entra nulla la religione (chi scrive è agnostico) nè il sentirsi superiori in quanto a razza (cosa anti-scientifica e ben diversa dal riconoscere le specificità e differenze etno-antropologiche di cui è ricco il mondo), si tratta semplicemente di radici comuni (nate dai greci, pur coi loro limiti) che sono andate dimenticate in nome del cosmopolitismo imposto dalla globalizzazione, a cui le scellerate politiche bancarie di Clinton hanno dato le armi per sottomettere i cittadini rendendoli consumisti ed effimeri, "a scadenza" e utili solo finché sono disponibili per disperazione a far da manodopera a basso costo e da buttar via quando sono in pensione o in condizioni di disabilità. Questa visione è rigettata dalla Lega di Salvini che non a caso proviene da un background comunista e più vicino ai veri proletari, ai quali dei diritti civili non potrebbe fregar di meno, e in questo vedono in Putin un esempio di sano "benaltrismo", ovvero la concezione comunitaria, cooperativa e anti-classista di società contro il nichilismo individualista propugnato dai fanatici del liberalismo (quindi non solo della deriva liberista) che Putin ha dichiarato "obsoleto". I popoli cercano protezione e solidarietà intra-gruppo che venga prima di ogni distopia trotzkista destinata ad abbassare ulteriormente il tenore di vita dei ceti medi. Nessuno è manesco ideologicamente, chi lo è lo diventa per sentimento di sopruso dall’alto e perdita di pazienza nei confronti delle istituzioni sovranazionali che impediscono che uno Stato attui politiche sociali rivolte prima di tutto alla maggioranza dei suoi cittadini che di solito, come si suol dire, sono silenziosi, a meno che qualcuno in nome del "divide et impera" non voglia augurarsi che accadano anche qui in Italia proteste molto forti e violente stile "gilet gialli" o hongkonghesi. Rifletta bene chi, col suo idealismo universalista e quindi promotore di sradicamento e alienazione, rischia soltanto di causare guerre fra poveri. Già basterebbe l’autonomismo (ovvero la buona fede verso i popoli regionali in grado di autodeterminarsi come sancito peraltro a Helsinki nel ’75) ad allontanare dalla Lega ogni sospetto di "nazifascismo" così frettolosamente attribuitole dalla stampa, ma ci aggiungo l’anti-corporativismo, l’anti-militarismo (a meno di situazioni di difesa dei confini) e l’anti-colonialismo tanto per essere più esaustivi. E vale anche per la Gran Bretagna: nessuna scelta popolare può essere delegittimata e sindacata, mai fintanto che nessuno scade nella violenza fisica per imporre la propria visione. Umiltà, meno metodo induttivo e meno pensieri alla Machiavelli/Hobbes sulla natura umana, per favore.

    • Di Fabio Della Pergola (---.---.---.45) 19 settembre 09:44
      Fabio Della Pergola

      Mettendo fra parentesi lo specifico caso Lerner che come ho scritto può anche essere sdrammatizzato lasciando all’imbecille la responsabilità privata di usare il termine "ebreo" come ingiuria è abbastanza evidente in quello che ho scritto che "popolino manesco" si riferisce al tradizionale ricorso storico al pogrom antisemita, non a Pontida. Tutto il resto della sua perorazione della logica eurasiatista (che mi pare essere all’origine dei vari sovranismi attuali) di cui ho scritto già tre anni fa qui https://www.agoravox.it/Il-Nuoavo-Ordine-Mondiale-Russo-e.html e poi ancora in vari articoli — "dimentica" che Dugin rispetto agli ucraini, colpevoli di pretendere una loro indipendenza territoriale dalla Russia, si rivolse con un "uccidere, uccidere, uccidere!" (a proposito del "nessuno è manesco") e che nella sua prospettiva il fine ultimo è il formarsi di un "fascismo immenso" (il virgolettato indica parole sue). Cosa che non stupisce vista la sua precedente esperienza nazibolscevica. Che cosa ci sia di meraviglioso in questa proposta politica dichiaratamente illiberale e antidemocratica lo lascio decidere ai lettori. Per me è una prospettiva semplicemente inaccettabile, cioè da rifiutare con la massima decisione, altro che "umiltà". Saluti.

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