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Il Ripasso 3: Nick Drake

E’ impossibile tenere distinte le vicende esistenziali di Nick Drake dalla sua musica, perché si sono influenzate reciprocamente. E Nick Drake è stato in questo senso molto sfortunato. E’ stato sfortunato perché in un periodo nel quale l’uso delle droghe era culturalmente quasi abituale, nel suo sistema nervoso scatenò da subito un processo di logoramento che lo portò a una profondissima depressione. E di certo non furono di aiuto né una certa predisposizione familiare al malanno, né il totale insuccesso della sua musica.

Il primo disco nasce dalla decisione, presa non a caso alla fine degli anni 60, di porre fine radicalmente al suo stile di vita all’interno di una famiglia alto borghese per seguire il fascino della bohéme, che già la sorella, attrice teatrale e televisiva di successo (la mitica serie S.H.A.D.O.), conduceva a Londra.

Ragazzo educato, di ottima famiglia, dopo un periodo di studi in Francia, dove proverà l’LSD, si iscrive a Cambridge; ma non è più lo studente amante dello sport di un tempo. Ora passa le giornate in camera fumando marijuana. La passione per la musica la eredita dalla madre, bella signora che amava comporre bizzarre e introverse canzoni al pianoforte, mentre Nick si dedica in maniera ossessiva all’apprendimento della chitarra.

Diventa un ottimo esecutore di fingerpicking, tecnica basata sul pizzicare le corde in arpeggi complessi e con un tocco capace di dare espressività al fraseggio. Gli capita di fare da spalla in qualche pub a gruppi già affermati, finché non viene segnalato dal bassista dei Fairport Convention a Joe Boyd, un giovane statunitense stabilitosi a Londra e responsabile del lancio di gruppi importanti come i Pentangle e gli Incredible String Band.

Joe Boyd si prende letteralmente cura del fragile e difficile musicista. Lo porta in studio di registrazione dove combatteranno una guerra serrata sulle decisioni da prendere riguardo gli arrangiamenti degli archi, la postproduzione, e, a registrazione completata, il marketing del disco. La riservatezza estrema di Nick Drake, che sul palco non parla nelle lunghe pause in cui cambia accordatura alla chitarra, che non desidera rilasciare dichiarazioni né farsi filmare, porterà all’insuccesso del primo disco: “Five Leaves Left, del 1969.

L’insuccesso del disco rafforza paradossalmente l’insistenza di Nick Drake. Abbandona gli studi universitari, si trasferisce a Londra dove conduce uno stile di vita stressante, ospite a turno di amici e conoscenti, finché il produttore Boyd non gli fornisce un appartamento tutto suo. La scommessa musicale prosegue con la produzione di un nuovo disco, ma la strategia è diversa. Rispetto alla melanconia pastorale del primo disco, il secondo è pervarso di arrangiamenti pop e cocktail jazz.

Già in Five Leaves Left comparivano due importanti musicisti della scena folk, come il grande chitarrista Richard Thompson dei Fairport Convention e il contrabbassista Danny Thompson dei Pentangle (nessun rapporto di parentela fra i due, come si ricorda giustamente sul web). In questo secondo disco, nel quale si ripongono le speranze di un maggiore successo commerciale, vengono coinvolti musicisti del calibro del pianista jazz Chris McGregor e la star John Cale, che imprime in due canzoni il suo inconfondibile stile etereo. E’ proprio John Cale, a quel tempo eroinomane, a sospettare che anche Nick Drake ne faccia uso. Di sicuro Joe Boyd ricorda la quantità incredibile di marijuana consumata da Nick Drake e i suoi primi segni di psicosi. I genitori lo richiamano a casa per spedirlo da uno psichiatra; gli viene prescritta una cura farmacologica antidepressiva. Ma l’abitudine al consumo di cannabis confligge con la cura, e la sua condizione di malato lo mette in grave imbarazzo nei confronti di amici e colleghi.

Il disco appena realizzato, nonostante sia ottimo, viene inspiegabilmente ignorato da pubblico e critica. Joe Boyd abbandona la scommessa, torna negli Stati Uniti per lavorare nel settore colonne sonore della Warner Brothers. Nick Drake, sfibrato dalla vita malsana condotta nella capitale, si sente letteralmente abbandonato. I pochi concerti che organizza sono disastrosi, spesso gli servono per procurarsi il fumo, probabilmente in lui si insinua il panico. Affronta la vita nel modo peggiore possibile. Oh Poor Boy, come confessa in una canzone in cui lamenta il suo stato, tratta dal suo secondo disco Bryter Layter (cockney per il termine metereologico “schiarita futura”. Un auspicio purtroppo non avveratosi).

Nel momento in cui le cose vanno peggio, in cui esce di casa giusto per le minime necessità, Nick Drake matura l’idea di realizzare un terzo disco. Ha le idee chiarissime su come deve essere: solamente chitarra e voce. Poco più di due giorni in sala di registrazione e le sessioni di soli 28 minuti vengono consegnate a Chris Blackwell della casa discografica Island che realizza immediatamente “Pink Moon. E’ il disco più bello e desolato di Nick Drake, che raggiunge con il brano “Things Behind the Sununo dei massimi capolavori della musica cantautorale. La casa discografica riesce addirittura a fargli rilasciare una intervista, condotta per tutto il tempo con lo sguardo basso e con poche parole.

Il disco è nuovamente un insuccesso commerciale. La reazione di Nick Drake è di profonda delusione e pensa addirittura ad entrare nelle forze armate per dare uno scossone profondo alla sua disciplina, alla sua psiche. In realtà diverrà sempre più antisociale, rifugiandosi definitivamente nella casa dei genitori. Adotta un comportamento bizzarro, confuso, sregolato. Ancora alcune tracce registrate in una condizione psicofisica instabile e poi il suicidio con una overdose di medicinali all’età di ventisei anni.

Mai avuto una donna accanto a sé, isolato nelle stanze che ha abitato, il virginale cantautore vedrà una popolarità crescente dagli anni ottanta in poi, fino ad essere riconosciuto ad oggi come uno dei maestri del folk. Hanno confessato di essersi ispirati a lui gruppi come The Cure (il cui nome deriverebbe da un verso della canzone Time has Told Me) David Sylvian (e si può intuire da brani come “River Man”) Peter Buck dei R.E.M., Lou Barlow, Badly Drawn Boy.

Qualche anno fa decisi di provare a usare le immagini per ricostruire un episodio della vita di Nick Drake che mi colpì particolarmente; si dice che fosse convinto di conoscere la cantante francese Françoise Hardy e che sentisse l’urgenza di incontrarla per un non ben definito progetto musicale. Non si capì mai se la cosa potesse essere vera o frutto della sua confusione mentale.

Convinto il generoso e paziente amico Fabio a prestarsi per interpretare Nick Drake (grazie Fabio), ho tentato con una cinepresina digitale non professionale di ricreare il senso di solitudine e precarietà in cui viveva il cantautore inglese. Riprese montaggio e musica, è tutta roba selfmade, come temo si potrà notare, ma essendo un omaggio sincero ho pensato di includere questo filmatino in questo ripasso/ricordo di Nick Drake.

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