Secondo Gian Battista Vico la storia è “scienza” appunto nella misura in cui essa aiuta l’uomo a rendersi conto dei propri limiti, della propria dipendenza, ciò che la natura -a suo giudizio- non è in grado di fare con altrettanta incisività.
Inoltre la storia è caratterizzata da “corsi” e “ricorsi”, al punto che la barbarie può sempre tornare in auge. La crescita della spesa pubblica cominciò ad accentuarsi in maniera significativa già dalla metà dell’Ottocento, ma più consistentemente dagli inizi del XX secolo in poi; e ciò per differenti ragioni, tra cui cause belliche o di riorganizzazione politico-amministrativa, ma soprattutto perché segno della trasformazione dei compiti e delle funzioni dello Stato, sotto la spinta del crescente sviluppo economico-sociale, che richiese interventi diretti nell’economia.
Le spese a Parma, dal 1817 al 1858, passarono da poco più di 5 milioni a quasi 10, il Regno delle Due Sicilie nel 1827 registrò spese per 29 milioni di ducati e per 38 nel 1858, ed ancora per i diversi Stati italiani, nel 1861, cioè al momento della unificazione sotto i Savoia, il debito pubblico complessivamente ammontava a 3 miliardi di lire, di cui uno del solo Regno di Sardegna; e durante il primo anno il deficit complessivo fu di 446 milioni, gran parte a carico del Regno di Sardegna, a causa dello sforzo compiuto per promuovere, anche sul terreno militare, l’opera di unificazione nazionale.
L’impostazione di politica unitaria, che venne seguita successivamente al 1861 da parte del nuovo Regno d’Italia, permise un certo risanamento, ma non potè evitare, comunque a fronte dell’aumento della spesa pubblica, il ricorso all’indebitamento: esso, dunque, dai 3.131 milioni registrati nel 1861 passò ai 5.593 nel 1865, agli 8.815 nel 1870, ai 12.094 nel 1885 e senza apprezzabili mutamenti tale restò fine alla fine del secolo.
Le consistenti e crescenti emissioni di debiti ebbero come effetto quello di sottrarre denaro agli investimenti e richiamarono cospicui capitali stranieri. Infatti, dei 5 miliardi di debito del 1865, due erano in mano a stranieri, senza poi contare la quota indirettamente detenuta dalle banche estere con sedi in Italia e ciò può essere spiegato considerando i rendimenti che potevano ottenersi, dato che, già partendo da un buon 5% di nominale, si passava poi ad un 7% effettivo, a causa del continuo calo dei corsi. Risultato fu che le consistenze del debito e degli interessi pagati all’estero furono tali che la subordinazione delle finanze italiane alle censure ed al controllo dell’estero era abbastanza accentuata; inoltre, la valutazione dei titoli era in balia delle oscillazioni dei grandi mercati finanziari internazionali, con grave minaccia per il credito dello Stato.
Nel 1862, 32 milioni di interessi furono pagati all’estero per lo scadere di cedole semestrali, salendo a 66 nel 1863, a 84 nel 1864, a 85 nel 1865 ed a 98 nel 1866; durante il bienno 1865-1866 nelle Borse di Londra e Parigi il corso dei titoli pubblici italiani, con valore nominale di 100 lire, scese da 60 a 36 con ritorno in Italia di gran parte di essi; il che provocò un salasso di moneta per 452 milioni nel quinquennio 1866-1870.
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"La volontà del popolo sovrano è superiore a qualsiasi tipo di accordo internazionale." Ecco (...)
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