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Il mancato uso del potere dei debitori e la moneta-debito

John Maynard Keynes scrisse nel 1919 The Economic Consequences of the Peace (London, Macmillan and Co., Limited 1919), famosa opera critica nei confronti delle riparazioni imposte alla Germania, in una situazione quindi di grande deficit da parte degli Stati: chi ha il potere non sono i creditori, ma sono i debitori e quindi il debitore dovrebbe usare questo potere.

A tal proposito il Dubai (Emirati Arabi Uniti) nel 2009 si è trovato in una situazione di insolvibilità ed ha chiesto aiuto ad Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti). Quest'ultimo aveva disapprovato la politica perseguita dal Dubai e ciò nonostante ha garantito quel debito, si è andati alla rinegoziazione del debito ed alla fine il Dubai ha pagato una percentuale sostenibile (tra il 50 e il 60% del debito) e non è successo assolutamente nulla, nessun default ed anzi l'economia poi ha ripreso a crescere, nonostante la contrazione del 2008.

Inoltre l'Islanda si rifiutò nel 2008 di salvare le sue banche avviate al fallimento. Il debito era in gran parte verso investitori esteri. Nei confronti di Olanda e Regno Unito ammontava a 4 miliardi di euro. Un referendum separò la responsabilità privata delle banche da quella pubblica dello Stato.

Le tasse dei cittadini non vennero in soccorso delle banche. La moneta islandese perse subito il 25% sull'euro e il PIL arretrò del 10%. Dopo solo due anni di recessione la sua economia è ripartita. Nel 2011 crescerà del 2,6%. La disoccupazione è del 7% e l'interesse che riconosce per i suoi titoli pubblici è nettamente inferiore a quello di Portogallo, Italia, Grecia, Spagna. Ed allora? Allora i paesi deficitari (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna - PIGS -) avrebbero dovuto organizzare un fronte comune e presentare un programma di crescita e di espansione dell'economia, pretendendo di avere quell'aiuto che una vera organizzazione, come l'Europa unita, avrebbe dovuto dare a questi paesi, invece si è scelto di negoziare singolarmente con i paesi ricchi ed è una via d'uscita che chiaramente non funziona.

Insomma la metafora della cicala e della formica (di stampo rigorista e protestante) finisce per annientare i debitori e quindi risulta unicamente punitiva. Invece la metafora keynesiana della forza dei debitori si rivela riconciliativa e recupera alla possibile crescita i debitori (sottraendoli dall’eventuale annientamento)! L’insolvenza (totale o parziale) è disonorevole e però è da preferire al suicidio o comunque all’agonia (e la Grecia per non aver ricevuto nel 2010 i richiesti 9 miliardi di euro in aiuto - un’inezia rispetto ai cospicui PIL dei Paesi benestanti - sta tracollando)!                                                  

Il fatto è che siamo alla finanziarizzazione dell’economia, cioè al passaggio dal capitalismo produttivista (quello per intendersi che investe il denaro per la produzione di merci traendone profitto) al capitalismo dei mercati finanziari (quello che lucra denaro per mezzo del denaro, giocando alla più grossa partita continuativa di Monopoli elettronico mondiale).

Infatti sono anche le tecnologie dell’informazione che permettono di eseguire in frazioni di secondo sia calcoli complessi, sia corpose operazioni di compravendita di titoli ed altro su differenti borse. Comunque la realtà della finanza globale non sarebbe mai cambiata così velocemente, se in Europa ed in USA non fossero state progressivamente abolite - a cominciare dagli anni ’80 del Novecento - le regole precedentemente in vigore, laddove altri nuovi assetti venivano introdotti per consentire il massimo sviluppo dei mercati finanziari e dei loro prodotti “innovativi” (Cdo, Cds ed altro), relativamente ai quali per la loro entità ed assenza di regolazione, uno dei maggiori finanzieri del mondo - Warren Buffet - ebbe a definire già nel 2003 i derivati “gli equivalenti finanziari delle armi di distruzione di massa”!

Con queste de-regolazioni il capitalismo produttivista è andato in crisi, in quanto chiaramente meno lucrativo, e si è imposto sempre più il capitalismo dei mercati finanziari e tutto ciò alla faccia degli impreparati politici (collusi?), che si sono accorti (e nemmeno tanto) di quanto stava accadendo con molto ritardo. I tempi della politica sono lenti e non possono competere con i nanosecondi (miliardesimi di secondo) dei click dei computer dei sistemi finanziari ed allora è questo il vero “spread” che porterà al collasso l’economia mondiale (e quindi l’esistenza o comunque la qualità della vita dei cittadini del mondo)! 

Quando la moneta era d’oro, lo Stato aveva la sovranità monetaria perché la moneta, sin dall’emissione, era proprietà del portatore. Dei valori monetari partecipava tutta la collettività. Per intendersi sul concetto di sovranità monetaria bisogna risalire a quando gli Stati hanno rinunciato alla loro potestà di emettere moneta e la hanno invece delegata al sistema bancario (ossia a banchieri privati).

Ciò risalirebbe al XVII secolo, allorquando le aristocrazie regnanti nei paesi europei si accordarono con i banchieri creditori di tali paesi a che fondassero banche private, a cui trasferire la potestà (dapprima prerogativa dei Re) di emettere denaro, creando in favore di tali banche il monopolio dell'emissione e prestito della moneta, la qual cosa perdura anche oggi ed anzi si è maggiormente consolidata nelle mani del sistema delle banche centrali. Il sistema bancario ben sa che il valore della moneta sta nel “tempo” non nello “spazio”: è una “previsione” e non una “merce”, tanto è vero che la moneta ha un valore arbitrariamente illimitato, anche se il simbolo è di costo nullo (carta). Anche il valore dell’oro non stava nel metallo, ma nella “previsione di poter comprare”. Facendo leva sul riflesso condizionato causato dall’abitudine secolare di dare sempre un corrispettivo per avere denaro, le banche centrali hanno emesso la moneta con il corrispettivo del debito, cioè “prestandola”. In tal modo le banche non si sono solo limitate ad espropriare i popoli dei valori monetari, ma li hanno indebitati di altrettanto, caricando su di loro il costo del denaro, sin dall’origine.

In tal modo gli Stati si sono trasformati da “proprietari” in “debitori” del proprio denaro. I banchieri si sono sostituiti agli Stati con il corrispettivo del debito, cioè “arricchendoli” di “moneta-debito”, la così detta “moneta nominale”. Quando la moneta era d’oro chi trovava la pepita se ne appropriava senza indebitarsi verso la miniera e questa regola valeva per tutti: re, nobili e plebei. Se al posto della miniera sta la banca centrale, al posto della pepita sta un pezzo di carta, al posto della proprietà sta il debito (in quanto la banca emette moneta solo prestandola), allora la moneta circola gravata del debito su cui nasce.

Le vicende dei drammi economici, che stanno dilaniando la società del nostro tempo, impongono ormai l’assoluta, inderogabile necessità di considerare nella Costituzione la funzione monetaria dello Stato. All’attuale “arbitrio” dei governatori delle banche centrali va sostituita la “discrezionalità tecnica” di una funzione organica (esattamente definita ed eticamente e giuridicamente limitata e finalizzata al bene comune), svolta dallo Stato.

L’emissione e l’utilizzazione della moneta vanno programmate sulle finalità di interesse pubblico e privato; l’emissione monetaria va commisurata alla quantità dei beni e servizi misurati e misurabili nel valore, considerando come tali non solo i beni e servizi esistenti, ma anche quelli previsti. La previsione dei beni “producendi” è, di per sé, un bene (si pensi ad esempio al valore di un brevetto). Data la destinazione d’interesse pubblico, la moneta va dichiarata dunque di proprietà dello Stato (e perciò dei cittadini). Merita inoltre di essere evidenziato il comportamento delle banche centrali che pretendono di vantare, come pubblico interesse, la destinazione a “riserva” anche dei beni diversi dall’oro. La riserva aveva un significato quando la banconota era convertibile in oro a richiesta del portatore (peraltro abolita dal 15 agosto 1971). È diventata ormai una ridicola sceneggiata, per mascherare la truffa dell’emissione, con cui la banca centrale consegue un arricchimento parassitario, pari alla differenza tra costo tipografico e valore nominale della banconota.

Sostituendo all’oro il simbolo cartaceo, la moneta nominale ha acquistato due qualità tra loro in contrasto, anche se non incompatibili: la rarità programmata ed il costo nullo, esasperando la separazione culturale tra quelli che sanno e cioè il sistema bancario e quelli che non sanno e cioè i comuni cittadini. 

In conclusione, è diventata ormai indispensabile per uscire dall’asservimento alla moneta-debito la riforma concepita sulla finalità di restituire allo Stato la funzione monetaria ed ai cittadini la proprietà della moneta, dando inizio ad un sistema di democrazia integrale, in cui i popoli non abbiano solo la sovranità politica, ma anche quella monetaria, per vivere tempi nuovi a dimensione umana, liberi dall’angoscia dell’insolvenza ineluttabile dei debiti, legati al come nasce la stessa banconota.

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