Davanti ai delegati convenuti all’auditorium della Conciliazione, Alfano è stato nominato primo segretario del Pdl.
L’applausometro, infatti, ha segnato picchi mai visti quando i coordinatori del movimento hanno pronunciato, su indicazione del Presidente, il nome del politico agrigentino. Non le primarie, non un congresso, non il popolo che rimane solo stampato sul simbolo del partito, ma mille notabili, al chiuso di una sala preclusa ai giornalisti, hanno acclamato il loro potenziale e futuro leader.
Cosa ci si poteva aspettare da chi ci ha impiegato 17 lunghi anni per accettare, all’interno del proprio movimento, un qualcuno o un qualcosa che si dissociasse se pur timidamente dal verbo fino ad adesso indiscusso?
Spinti dall’impopolarità diffusa, dal calo drastico dei consensi, dall’incapacità cronica di dare risposte al paese, il Pdl ha deciso di battere un colpo ed ha applaudito entusiasta l’uomo nuovo che gli è stato, più che proposto, imposto.
Sicuramente per un istinto di sopravvivenza, e di continuità si è scelto il volto più accattivante ed appetibile, all’apparenza più moderato e spendibile, che c’era sulla piazza.
Eppur qualcosa si è mosso. E si sta muovendo. E’ una piccola rivoluzione nel sistema tolemaico del centro destra italiano, che si era auto assegnato come perno di tutti i giochi un unico sole: Silvio Berlusconi.
Ma chi è costui che a furor di parlamentari nominati e delegittimati, capobastone, capo corrente, parrucconi grigi e stravisti è stato posto al vertice della piramide o della cupola che dir si voglia?
E’ il vecchio che avanza sotto la maschera del nuovo. E’ un volto amico che mentre chiede la tua fiducia sta già pensando a come tradirla. E’ l’ultima creatura partorita dal berlusconismo che si rivolge a tutti, facendo l’interessi di pochi e molto spesso solo di uno.
Angelino Alfano, stando al discorso programmatico che ha tenuto venerdì scorso, oscilla tra lo scontato ed il banale, tra il conservatorismo più miope ed il malcostume dilagante.
Innanzitutto ha deciso di assumere la nuova carica pur rimanendo Ministro della Giustizia.
Se avesse avuto un po’ di sensibilità istituzionale, prima si sarebbe dimesso da ministro e poi si sarebbe fatto eleggere. Gli italiani, che assistono inermi allo sfacelo della giustizia e soprattutto nei mesi più caldi all’acuirsi dell’emergenza nelle carceri, non meritano un Guardasigilli part-time.
Il neo segretario ha gridato di fronte ad una platea in visibilio che vuole un “partito degli onesti”. Come se l’onestà e la correttezza istituzionale non fossero già alla base di una qualsiasi formazione che si candidi alla guida del paese. Il solo fatto di averlo detto è il segnale che fino ad adesso così non è stato.
E’ stato un sussulto di dignità o più semplicemente si è deciso di correre ai ripari prima che la gente decida di scendere nelle piazze con i forconi in mano assaltando il palazzo?
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