Certo, la Roma di Sorrentino è almeno meglio di quella dell’ultimo, sfortunato Woody Allen, ma per il resto sarebbe bene chiuderla lì. Il grande Jep non somiglia certo al Marcello della Dolce Vita, o al grande Gatsby di Fitzgerald, ed è persino più improbabile di Di Caprio. Chi lo sa, forse è un guappo rivestito da Brioni come un dandy un po’ comico degli anni ’50;forse solo la Santa che afferma, con tono sdentato-sapienzale, che è bene mangiare per cena le radici lo supera in umorismo. O forse è l’ennesino travestimento di Giannino, che però, almeno, qualche libro lo ha letto davvero. Servillo è, come al solito, insopportabile nella sua recitazione teatrale e nei suoi ammiccamenti che sempre ci ricordano che si tratta del grande Servillo. Qualcun altro, sopratutto la Ferilli, molto convincente, fa di meglio, come Verdone, ma è tutta la storia che fa buchi nella sua infinita presunzione. La bellezza è solo Roma, la Roma barocca, fotografata bene, ma vista, vista (però ci ha risparmiato Trastevere), il cinismo e il disincanto che dovrebbero impregnare il personaggio e quel mondo improbabile sono solo parole un po’ buffe e datate, non muovono mai alla malinconia o a una riflessiva tristezza. Sono niente, altro che Bellezza e Cèline (citato all’inizio), ma nemmeno D’Annunzio. Un provinciale senza talento vede così le cose e questo è un problema suo.
Invece della bellezzza e della poesia altisonanti perchè Sorrentino non prova con un’umile prosa?.