caro Maurizio Carena,
non sia massimalista, la prego. Uno dei più perniciosi tic linguistici (e dunque comportamentali, e dunque morali: che il linguaggio sia TUTTO, non è certo una mia invenzione), uno dei più perniciosi tic, dicevo, degli ultimi anni, è l’urlo: CENSURA!. E’ diventato un passepartout universale, una wild card di accesso gratuito e dirompente a ogni discussione, un lasciapassare riconosciuto in ogni Stato. Basta urlare "Censura!", e il mormorio si interrompe, il chiacchiericcio sfuma, le discussioni si troncano: tutti prestano orecchio all’urlatore. "Censura, censura! Il mio pezzo evidentemente dava fastidio". "Ho pesato i piedi a qualcuno". Le sfumature vanno magicamente via, i distinguo spariscono di colpo, le analisi argomentate diventano vecchiume argomentativo. Bast a pronunciare la magica parolina, come bibidi bobidi bu per Cenerentola. Sono i cascami del grillismo, gli eccessi del sabinaguzzantismo, le esagerazioni della Piazza Con Telecamera.
Attenzione quando si parla di censura. I responsabili di Agoravox, persone pulite e intellettualmente onestissime, hanno spiegato con estrema chiarezza i motivi del passaggio del suo pezzo dalla Home page alle rubriche. Lei ha scritto un pezzo sul giornalismo partecipativo, Agoravox - che di giornalismo partecipativo si nutre tutti i giorni - lo ha pubblicato con gli stessi identici criteri con cui si pubblicano gli altri pezzi. Le è stato fornito un link che le spiega che il pezzo sale o scende, resta o va via, sulla base delle LETTURE, sul numero cioè dei VISITATORI che leggono i pezzi. Un algoritmo matematico, insomma. NIente di più. E’ un discorso molto semplice. I pezzi più letti hanno più possibilità di essere letti. Quelli meno letti, meno. Una scelta editoriale; un meccanismo, come dire, culturale, sul quale si può essere o meno d’accordo. Ma la censura non c’entra. E’ un altro discorso.
cordiali saluti
piero