Tutti i racconti che vengono fatti su questi episodi si rifanno alla penna di Angelo Del Boca, che maldestramente chiama in causa Indro Montanelli come documentazione storica del suo asserto; sentiamolo: “Montanelli ad esempio ha finalmente ammesso l’impiego dei gas in Etiopia”. Sentiamo ora il Montanelli dell’ultima ora, l’antifascista e decano dei giornalisti italiani: “Se la guerra a cui ho partecipato corrisponde a questi connotati, vuol dire che io ne ho fatta un’altra. Che non c’ero. Ma quali gas?” Ed ancora: “Vorrebbe dire che ero cieco, sordo, imbecille. No, guardi di quelle cose non c’era traccia. Una cosa sono le carte, che possono anche essere scritte per la circostanza, un’altra le testimonianze vissute‘”
Qui una delle due versioni è vera ed allora l’altra è sicuramente falsa, o perlomeno ad arte ingigantita. Aveva ragioni Montanelli sulle carte che possono essere state scritte per la circostanza, d’altra parte “lo stesso Winston Churchill nella sua “La Seconda Guerra Mondiale”, a pag. 210, esclude l’uso dei gas nei seguenti termini: “I gas asfissianti sebbene di sicuro effetto contro gli indigeni non avrebbero certo accresciuto prestigio al nome d’Italia nel mondo“.
Le notizie di cui sopra le ho ricavate dal blog “Ricordare…” alla voce “L’Etiopia e i gas asfissianti” che riporta tanti e tali dati e testimonianze nelle sue scarne righe da rendere inutili le numerose pagine di un unico autore, riferimento “storico” solitario di una categoria di “scrittori” che pendono dalle sue labbra o meglio dalla sua penna, intinta in un inchiostro che non convince.
Con ciò non intendo assolvere nessuno se uso dei gas. anche solo per fini tattici, sia stato fatto, ma solo chiarire che un uso così unidirezionale e sospetto dei dati non mi convince. Perché gli “italioti”, la definizione non mia è tuttavia opportuna, denigratori dei nostri legionari non ricordano la morte dei piloti Tito Minniti e Livio Zanone che, dopo un atterraggio di fortuna, caddero in mani abissine e furono decapitati e le loro teste impalate furono portate a Giggica come trofei di guerra. Sembra che, in quella occasione, un impiego dei gas sia stato autorizzato. Quei civilissimi guerrieri che torturavano e seviziavano con il rito dell’evirazioni gli sventurati prigionieri di guerra che cadevano nelle loro mani erano il nerbo delle truppe dell’imperatore che godeva dell’alta protezione della corona d’Inghilterra.
Ma i denigratori, che non parlano dei crimini etiopici, dovrebbero limitarsi nell’intingere la loro penna nell’inchiostro avvelenato della loro partigianeria politica per scrivere pagine che stanno usurpando il nome della storia e che rischiano di essere scambiate per storia vera per le generazioni avvenire. Poiché i reduci superstiti, testimoni oculari di quella guerra, hanno espresso indignazione per le denigrazioni che hanno sdegnosamente respinto, essi sono stati considerati scomodi testimoni di parte mentre sono ritenute credibili le parole del sanguinario ras Immirù Hailè Sellasse che parla di alcune centinaia di uomini colpite non da bombe ma fusti che proiettavano intorno un liquido incolore come l’acqua, mentre George Steer, inviato del Times in Europa parla di sei bombe C-500 T caricate ad yprite che diventeranno sessanta nel rapporto del Negus alla Lega della Nazioni.
L’yprite se purissima può essere incolore ed assai rifrangente. ma nel caso d’impiego di massa è difficile che abbia tale requisito di purezza dovendo essere piuttosto assimilabile ad un liquido molto sporco, dal giallo al marrone, ed inoltre in quella caduta in acqua non avrebbe potuto sprigionarsi alcun liquido in quanto la sua ebollizione avviene a 218 gradi centigradi, temperatura alla quale si decompone, mentre, essendo più pesante dell’acqua (1,27) e con essa non miscibile, sarebbe andata al fondo senza dispendersi nell’ambiente. Certamente più attendibile, fra le due contrastanti versioni, quella del giornalista statunitense che parla di sei bombe C-500 T, realmente in dotazione all’aeronautica militare italiana per impiego autorizzato “eccezionalmente” nel caso che da parte del nemico si facesse uso di armi non convenzionali. Cosa che era regolarmente avvenuto ed era stato portato a conoscenza delle autorità, si fa per dire, di Ginevra. L’azione dell’agente vescicante yprite, tuttaltro che sottovalutabile, è tuttavia assai lenta manifestandosi dopo alcune ore, talvolta fino a ventiquattro, ed è meno efficace su individui privi di indumenti essendo l’impregnazione di questi assai più pericolosa per la persistenza del contatto sulla pelle. Non si vuole sminuire qui la pericolosità dell’agente vescicante, e tantomeno del fatto in sé, ma semplicemente mettere in evidenza la fantasiosa ricostruzione del ras Immirù e l‘ingenuità o la malafede dell’ascolto ignorante, perdonatemi l’espressione, di colui che ha raccolto la sua descrizione del fatto. Ma sentiamola per intero questa descrizione per allocchi: “Era la mattina del 23 dicembre avevo da poco attraversato il Tacazzè quando comparvero nel cielo alcuni aeroplani... quel mattino non lanciarono bombe ma strani fusti che si rompevano non appena toccavano il suolo o l’acqua del fiume e proiettavano intorno un liquido incolore... alcune centinaia dei miei uomini erano rimasti colpiti... e urlavano per il dolore, mentre i loro piedi nudi, le loro mani, i loro volti si coprivano di vesciche. "Professor del Boca questa è una menzogna scientificamente provata e il Ras Immirù oltre che un assassino era un gran bugiardo, avendo descritto uno spettacolo inverosimile. Al suo prossimo libro, di cui consiglio il titolo: “Abissini buona gente”!
Vi ho descritto la caratteristiche chimico-fisiche e l’azione terribile, ma ritardata di ore, dell’yprite, che si scioglie lentamente per la sua azione lipofila attraverso il grasso della pelle, mentre viene respinta dal sudore; non rimane che conoscere, o intuire, il nome degli allocchi e dei falsari. Per quanto riguarda ras Immirù solo ad avvicinarsi a lui per intervistarlo ci si poteva sporcare del sangue di italiani, quelli sì brava gente; e qualcuno non ebbe quel timore.
Che Ras Immirù ed il suo interlocutore fossero ignoranti di chimica, non potevo avere dubbi; che fossero poco credibili nemmeno. Ma vediamo chi era questo leggendario personaggio, interlocutore privilegiato dei nostri storici e della Lega delle Nazioni: “il 13 febbraio 1936 a Mai Lahlà operava, ubicato imprudentemente oltre il Mareb, un cantiere Gondrand. Su questo opificio piombò una banda di 2.000 guerriglieri abissini al comando del Ras Immirù, che dopo aver ucciso in modo atroce tutti gli operai, torturarò, come sapevano fare, l’ingegnere milanese Cesare Rocca fino ad ucciderlo. Violentarono ripetutamente la moglie Lidia Maffioli e, prima di finirla, le misero in bocca i testicoli del marito. Nel caso del genere, contro gli autori di simili misfatti, l’uso dei gas sarebbe stato più che motivato. Le Convenzioni de l’Aja e di Ginevra tra l’altro stabilivano: “ …la rappresaglia è, cioé, un atto di violenza isolata nel tempo e nello spazio, avente lo scopo di imporre il rispetto del diritto in relazione ad una violazione subita”. E ancor più chiaramente precisavano: “La scelta delle misure da infliggere spetta allo Stato offeso. Questo, però, prima di passare all’azione, deve assicurarsi che l’offensore non voglia o non possa riparare il danno”. E veniamo allora ai “Gas di Mussolini”, citando una nuova testimonianza, questa volta di Alberto Franci (Voce del Sud, 18/5/1996): “Chi scrive, allora giovanissimo, seguiva attentamente le operazioni belliche attraverso la stampa italiana ed estera, e ricorda ancora qualche episodico impiego di gas contro gli Etiopi, ma a puro scopo di rappresaglia, a causa di violazioni di norme internazionali commesse dalle formazioni etiopiche …”
Involontariamente, spinto dall’odio storico contro l’Italia nel libro “guerra d’Etiopia l’autore parlando di Graziani così dice: “Di ras Destà Damteu traccia un ritratto assai poco benevolo”. L’’inesperienza del ras, rassicura Del Boca, verrà supportata da “tre maturi e sperimentati generali” fra cui uno dei ras meritevole per avere umiliato gli Italiani nella bruciante sconfitta di Adua e, a completare il gruppo di esperti il Tenente Belga .Armand Frere. Quest’ultimo cobelligerante degli Abissini, sarà un osservatore “neutrale” ed obiettivo dei crimini italiani. Così veniva descritto il tenente Frere dall’imperatore Selassié “Un uomo del Belgio, che conosce i servizi militari di guerra. Data la sua capacità per i lavori di fortificazione e per quelle precauzionali di sorveglianza in caso di attacco nemico, certamente ci sarà d’aiuto”. Fra i tre sperimentati generali, dice del Broca, c’era anche l’ex governatore di Harar degiac Debbay Ualde Ammanel, autore nel 1931 di una spericolata spedizione in territorio somalo alla testa di 12.000 uomini. E qui casca l’asino o disattenti lettori dei libri del professore. Questi valorosi abissini guidati, non da predoni non identificabili, ma da un generale nella stima dell’imperatore, avevano oltrepassato i confini della Somalia già nel 1931, un vero proprio atto di guerra sfuggito alla severità della SDN.
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