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Commento di Gianluca Bracca

su Nucleare: perché dico sì


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Gianluca Bracca 25 marzo 2011 02:09

Intervista al prof. Luigi Sertorio, docente di Ecofisica a Torino (allievo di Amaldi, per anni consultant a Los Alamos, direttore scientifico per la NATO, autore di 90 pubblicazioni e diversi saggi sul tema del nucleare...):

http://www.youtube.com/watch?v=Gw6GYCpr_Gg

In un passaggio il professore dice "qualcuno dovrebbe dirmi non i luoghi, ma i nomi e cognomi di coloro che al mondo sono in grado di processare l’uranio per farne le famose barre di combustibile...": una risposta a questa domanda sarebbe d’uopo prima di imbarcarci in qualsiasi avventura di cui non si conoscono i "navigatori"...

Altra considerazione: per coprire il 25% del fabbisogno energetico italiano, occorrerebbero circa 25 centrali (fonte: prof. Luigi Sertorio, Gaia n. 40). E’ noto che una centrale termonucleare necessita di enormi quantità d’acqua, quindi iniziamo la prima ’scrematura’ sui siti su cui costruirle; per qualche chilometro di raggio, la zona attorno ad una centrale termonucleare, non deve essere abitata: seconda ’scrematura’; la zona di costruzione deve essere geologicamente stabile -in Italia quasi un ossimoro- e siamo alla terza ’scrematura’. Cosa rimane? Alcune zone alle foci di corsi d’acqua, più o meno densamente abitate, in prevalenza turistiche... Il turismo, in quei luoghi finirà d’esistere. Gli abitanti dovranno spostarsi con tutte le conseguenze del caso sulle economie locali, le acque saranno più malsane di quanto non lo sono già... Escludendo incidenti, non mi sembra un grande affare per un 25% di energia elettrica quando questo paese è affamato di energia per autotrazione (di quella elettrica ne abbiamo installata già oltre le reali richieste -vedi rapporti Autorità per l’Energia Elettrica ed il Gas-, il fatto che la paghiamo a prezzi scandalosi è dovuto intanto ad un 7% che finanzia non fonti rinnovabili, ma cosiddette ’assimilate’ -inceneritori, biomasse, scarti petroliferi,...- noto come CIP6, poi per una liberalizzazione tutta all’italiana che decide bello e cattivo tempo, infine per gli enormi sprechi di una struttura distributiva antica e inefficiente).

L’Italia, non possiede alcun know-how per progettare, costruire e mantenere in esercizio questo genere di impianti: siamo in mani francesi per adesso. Il combustibile nucleare, la sua lavorazione e preparazione per la fissione, è prettamente in mani militari e non bene individuate e individuabili: se per petrolio, carbone e gas, oltre a metterci una ’zampa’ nel ciclo di produzione, siamo ben coscienti su chi siano produttori e trasformatori/raffinatori della materia prima, per l’uranio (o il mox, o altro per fissione) c’è il buio più totale, il che non è certo il massimo per stabilità e sicurezza, visto che si parla di cicli di vita pluridecennali.

Il ciclo del nucleare termoelettrico non si è mai chiuso per nessuna centrale, a livello economico intendo, perché finché anche l’ultimo grammo di materiale fissile e l’ultimo grammo di cemento contaminato derivante dal decomissioning non sarà posto in sicurezza e reso inerte, non si può parlare di chiusura economica del ciclo, che avverrà in tempi non prevedibili e a carico delle generazioni future.

Anche se non si vuol dare ascolto ai "fastidiosi" ambientalisti (quasi che i "non ambientalisti" in questo Ambiente non ci vivano anche loro), due conti seri, una solo minima dose di buon senso e responsabilità, dovrebbero più che bastare per concludere che il nucleare altro non è che un costosissimo vicolo cieco.

Ridurre i consumi elettrici a tutti i livelli è la via principale, immediata, fattibile e realistica per rendere disponibile l’enorme spreco attuale alle produzioni industriali più energivore e necessarie. 
Un sistema di produzione d’energia civile ad uso abitativo basata sullo scambio e sul concetto di smart grid, oltre che tagliare le gambe alle potenti e distruttive lobby accentratrici, potrebbe essere realizzato con le sole energie realmente rinnovabili e senza la necessità, molto ambita dalla criminalità organizzata, di ulteriori enormi impianti come già avviene in Puglia, Calabria e Sicilia. 
Dirottare i fondi CIP6 alla loro destinazione naturale (ricerca e sviluppo di fonti rinnovabili e non "assimilate"), aprirebbe mercati fin’ora tenuti sotto la cenere, dalle potenzialità occupazionali e ’sociali’ di grande portata, dando respiro a cittadini sempre più costretti a respirare i "fumi" dello sviluppo e della crescita senza fine.

Continuare a perseverare sulla via dei consumi crescenti e senza freno, da alimentare con quanto di più incompatibile con i cicli della natura ci si possa inventare, è chiudersi in ragionamenti da archeologia mentale.


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