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Terremoto e ricostruzione: «Il “modello L’Aquila” sconfitto culturalmente e politicamente sul campo» | Intervista alle Brigate di Solidarietà Attiva

Ad un mese dal terremoto che ha colpito il centro Italia, devastando una vasta area montana tra Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo, un modo per fare il punto della situazione è quello di dare voce a chi è sul campo: per questo abbiamo chiesto alle Brigate di Solidarietà Attiva (BSA), un'associazione fondata durante il sisma de L'Aquila nel 2009 che lavora su base prioritariamente locale, di raccontarci il lavoro sul terreno delle sue decine di volontari, la percezione del sisma, il trauma e il bisogno di ricostruzione. Di case, certamente, ma anche di un tessuto sociale. 

L'azione pratica come metodo (anche) politico.

Le BSA lavorano con la popolazione, fanno sì assistenza, ma soprattutto puntano alla ricostituzione di un tessuto sociale che sia in grado di essere parte attiva nel processo di ricostruzione e riappropriazione del territorio. Abbiamo parlato delle differenze tra questo sisma e quello de L'Aquila, di modelli di intervento, delle esigenze delle persone colpite e, anche, di informazione: come viene raccontato un evento di questo tipo e quali sono le discrepanze rispetto a l'esperienza di chi lo vive. 

Le Bsa non amano i riflettori né i personalismi: per questo nell'intervista non viene specificato il nome di chi parla.

Chi sono e quando sono nate le BSA?

«La nostra organizzazione nasce a L'Aquila nel 2009, in occasione del sisma: un gruppo di compagni armati ideologicamente che vogliono dare un sostegno reale. Da quell'esperienza si è sviluppato il ragionamento che, negli anni, ha portato a quelle che sono oggi le BSA: un'organizzazione che si concentra sulle pratiche e, proprio attraverso le pratiche ha costruito forme organizzative nuove, diverse da quelle che sono le normali soggettività politiche. Per questo le BSA non si ritengono una soggettività politica, ma pratica. Le BSA sono un metodo per raggiungere un obiettivo.»

Qual è il vostro modello di intervento?

«Cerchiamo di stimolare partecipazione attiva dei soggetti colpiti dal trauma, coinvolgendoli nelle pratiche di gestione dell'emergenza, per ripristinare una coscienza collettiva che permetta, invece che subire le decisioni, di appropriarsi di un percorso di autodeterminazione e di autorganizzazione sul territorio.

Se dove ha operato una BSA la gente poi si organizza e rielabora opinioni proprie sul terremoto, sulla ricostruzione e anche sull’approccio con le istituzioni locali e nazionali, allora il nostro intervento ha un senso. Se dove abbiamo operato non nasce nulla, abbiamo magari assistito benissimo la popolazione, ma tecnicamente, per quanto ci riguarda, è come aver fallito perché non si è prodotta su quel territorio la possibilità di un percorso che continui».

Avete anche un orientamento politico, naturalmente.

«Ovviamente abbiamo un retroterra: c’è chi arriva da dentro e fuori Rifondazione, chi da realtà sociali di vario tipo che coltivano l’idea del recupero del Movimento operaio dell'800. Parliamo di forme di mutualismo dalle quali sono nati i partiti e i sindacati. Parliamo, allo stesso tempo, di un retroterra brevissimo di analisi: la scomposizione sociale viene valutata oggi, come se fossimo nell’’800. Cosa succede oggi? C’è un’azione di demolizione del welfare, dei diritti, della Costituzione; assistiamo a uno spappolamento di quella che era la questione sociale, si istiga una guerra tra poveri. Le persone che fanno parte delle BSA credono che sia necessario costruire e ricostruire idee e modelli diversi di organizzazione sociale e politica che intervengano un po' come si fece alla nascita del movimento operaio, ricreando le condizioni di solidarietà di base tra soggetti sociali affini per ricostruire un elemento di autodeterminazione del proprio futuro.

Nella pratica la nostra gestione è assembleare e centrata sull'azione concreta: indipendentemente dai ruoli e dalle cariche, per noi le decisioni sono prese dai volontari sul campo. Una testa un voto. Se non sei sul campo, sei a disposizione delle decisioni prese sul campo. Un modello “Zapatista” anche se non impostato come tale, ma nato in modo naturale dalla pratica.

Questo produce cose che andrebbero studiate dal punto di vista delle organizzazioni sociali e politiche, dove ad esempio c'è quasi sempre un problema di partecipazione e di genere: nelle BSA il problema è diametralmente opposto, la presenza di donne è preponderante. Le responsabili dei turni sono due donne, la responsabile sul campo in questo momento ad Amatrice è una donna, la responsabile dei magazzini lato Marche è una donna, così come due su tre responsabili della tesoreria.

L'insieme delle associazioni radicate sul territorio si muovono come “entità nazionale” solo per emergenze o per eventi speciali, tipo il tema del lavoro migrante. Le realtà locali sono autonome sui temi di lavoro, scuola, cultura e informazione, sostenendo le mobilitazioni e le battaglie nello spirito del movimento operaio del 1800. Questo significa che devono essere pratiche concrete: le associazioni locali non sono ammesse a livello nazionale se non operano concretamente.

Nelle BSA non c'è iscrizione, non c'è tesseramento, non c'è una questione ideologica c'è, al contrario, una pratica continua di sostegno alle lotte operaie, accogliendo chiunque senza restrizioni politiche o ideologiche. Le BSA sono aperte a tutti, qualsiasi sia provenienza: un requisito unico è l'antifascismo.»

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Il simbolo delle BSA si ricollega alla stretta di mano adottata dalle prime società di mutuo soccorso del movimento operaio, con la stella rossa cinta nell’alloro esprime il legame inscindibile tra solidarietà e lotta di classe. Il nome brigate rende omaggio a chi prima in Spagna e poi sui nostri monti combatté il fascismo.

Dove siete maggiormente attivi?  

«Siamo più attivi, con attività in qualche modo concordate (anche se non in maniera esclusiva) nel comune di Roccafluvione, in quello di Arquata sul lato marchigiano e ad Amatrice, sul versante laziale. Abbiamo consegnato 250 kg di mangimi per animali, per tutti i micro allevamenti non serviti dal sistema ordinario da Protezione Civile o Coldiretti. Abbiamo fatto “solo” assistenza portando pacchi nelle frazioni sparse. Ad Amatrice abbiamo un supermercato popolare che è una sorta di supermercato gratuito. Ad Acquasanta abbiamo gestito per 15 giorni una cucina. Implementeremo alcuni servizi sul sociosanitario. Abbiamo fatto una serie di donazioni».

Come vi siete organizzati sul campo, quali criticità?

«Tutti i nostri volontari fanno un minimo di quattro, fino ad un massimo di sette giorni sugli interventi in corso. Nelle prime settimane il problema è stata la logistica, per andare dal lato marchigiano al lato laziale: arrivare ad Amatrice era impossibile, non solo per noi.

Una grande “criticità”, che è anche una ricchezza, è il rapporto con le persone: ci sono cose a cui non ti puoi abituare. Quando vedi, specialmente i primi giorni, le le persone piangere... devi imparare a condividere.

Cominci a capire la paura: i primi giorni soprattutto, le scosse le senti. Hai come la sensazione di un giramento di testa: se sei abituato capisci che non ti sta girando la testa, ma sta di nuovo tremando la terra. Vedi gli occhi delle persone che si riempiono di paura, che non è la tua; il tuo è stupore, la loro è paura.

Vai a dire a una signora, “la sua casa è lì, è agibile secondo la scheda Aedes (Agibilità e Danno nell'Emergenza Sismica)”. La signora ti risponde: “Ho capito che è agibile, che non è venuta giù, ma se fa un’altra scossa rimane in piedi?”. E nessuno sa cosa rispondere, perché la verifica di agibilità non è una verifica di anti-sismicità. Ti dicono che la tua casa strutturalmente non è danneggiata, questo non significa che, se c'è una scossa più forte, rimane in piedi. E se metti questo con la paura della gente capisci che il problema rimane.

Quando si sente dire che il progetto prevede di ricollocare le persone nelle seconde case... Tecnicamente non sarebbe un grosso problema di sfollati, perché il patrimonio abitativo qui è quasi il triplo rispetto all’esigenza abitativa. Banalizzando: se anche due terzi delle case vengono giù, io con il CAS (Contributo di Autonoma Sistemazione) divento affittuario di un altro proprietario di una seconda casa. C’è un problema però: ho paura. Quindi nella casa del vicino che è rimasta in piedi io non ci andrò in un tempo breve.

Noi cerchiamo di stimolare le persone ad uscire da questo trauma, ritessendo un dialogo tra loro, riprendendo un modello di organizzazione. Facendo capire che è normale avere paura: non è che se dieci case sono agibili, dieci famiglie sono a posto. Perché finisce che se l’assegni, dormono in macchina per un periodo lungo. Questa è un’incapacità strutturale del modello.

Noi operiamo aspirando ad un modello di autorganizzazione che non sia di “ospedalizzazione”: diamo quello che serve, però chiediamo anche una mano. Cominciamo sempre chiedendo alle signore del campo se ci vogliono aiutare ad apparecchiare e sparecchiare, per esempio. Una cosa semplice: però immaginate cosa vuol dire per una signora abituata a vivere la sua quotidianità restare chiusa in una tenda: un terremoto nel terremoto. Recuperare la quotidianità è un meccanismo, anche psicologico: aiuta a rimettere in moto e a pensare all’organizzazione anche del proprio futuro.

Riuscire a contribuire in questo è uno degli obiettivi delle BSA rispetto agli standard della protezione civile. Accudire come un bimbo un adulto è un danno, certo è bene che l'aiuto ci sia, ma non è sufficiente. Più la gente è ferma nell’interagire, più le scelte riguardanti la ricostruzione vengono fatte da altri, come è accaduto purtroppo in Italia, in maniera speculativa, per non dire clientelare e mafiosa. In quel modo una comunità si trova assistita, ma deprivata della possibilità di pensare a se stessa. I residenti devono decidere, insieme alle istituzioni dove saranno istallate le casette per la ricostruzione. Non solo andare in albergo a 60/80 km di distanza e tornare quando tutto è deciso. La consapevolezza è libertà.»

Quindi fate anche informazione

«Noi facciamo sportello informativo e assemblee con i terremotati e scopriamo che sanno pochissimo, perché ovviamente, essendo una popolazione molto anziana, nonostante tutte le disposizioni e le FAQ della Protezione Civile presenti sul loro sito, certe cose le capiscono solo se vai fisicamente, nella frazione, e gliele spieghi. Sembrano cose banali: se vedi i quadratini per del modello per richiedere il CAS, per esempio. Ce la vedete una nonna a riempire le caselline per compilare quel modulo? In molti campi ci è capitato che le signore avevano capito che i contributi li avrebbero avuti solo andando in fitto sulla costa a 100km di distanza. Non è così. La gente una volta capito questo, può decidere di rimanere qui, avviando magari un microcircuito economico per le produzioni locali».

Quali differenze con il sisma del 2009 a L'Aquila?

«Qui abbiamo trovato una popolazione attaccatissima alle proprie radici. La cosa che più ci ha stupito è che, non sono solo gli anziani a rimanere sul posto. Ho visto con cuore e passione lavorare sul posto i giovani, magari quelli che parte dell’anno lo passano in un’altra città».

E per quanto riguarda l'approccio delle istituzioni?

«Enormi. Le differenze di fondo sono nelle ordinanze, che nel caso del Terremoto in Centro-Italia coinvolgono gli enti locali, le regioni e i comuni, come enti attuatori dell’assistenza alla popolazione nella prima emergenza. A L’Aquila questo era completamente assente, gli enti locali erano zero. Interveniva la Protezione civile per dire “cosa fare”, utilizzando tutte le braccia delle associazioni iscritte nel registro che rispondevano a comando, con piani di coordinamento fittizi con gli enti locali.

In questo caso invece c’è stato un coinvolgimento, tant’è che noi abbiamo carichi di impegni maggiori di quelli che ci aspettavamo perché i comuni, potendo muoversi autonomamente nell’assistenza, hanno chiesto diversi dei nostri servizi.

All’Aquila, dove abbiamo operato servendo il campo di Tempera, ci siamo radicati a furor di popolo. Era una zona in una frazione sopra Paganica dove la Protezione civile non era arrivata. Quando arrivò, tre giorni dopo, la gente aveva mangiato e si era riscaldata con le nostre cose. A quel punto volevano prendere in mano direttamente la gestione ma i 300/400 abitanti rifiutarono e chiesero che le BSA venissero integrate nel sistema.

Un'altra differenza: c’è un attenzione anche su cose minime. Per esempio il CAS (Contributo di Autonoma Sistemazione, ordinanza 388) viene assegnato anche alla famiglia il cui capofamiglia rimane sul posto vicino all’allevamento di bestiame che possiede, mentre la moglie e la figlia vanno in affitto in un altro paese. Questa è un’attenzione alla peculiarità del territorio che è anni luce distante dal modello del 2009 e da quello emiliano».

Perché questi cambiamenti secondo voi?

«Ci sono due risposte rispetto alla nostra esperienza pratica. La prima è che ci si è resi conto che il “modello L’Aquila” è stato sconfitto culturalmente e politicamente, proprio sul campo. E’ difficile per un qualunque Governo riprodurre quel sistema lì. Il progetto case è stato disastroso, la corruzione dietro quegli eventi drammatica, le intercettazioni delle risate la notte del terremoto... Questo la gente lo ha vissuto e lo sente sulla propria pelle.

L’altra cosa è che nel caso dell'ultimo sisma abbiamo una dimensione drammatica in termini di vittime, come quella aquilana, ma enormemente più semplice da un punto di vista della gestione. Stiamo parlando di 4/5 piccoli paesi con annesse frazioni, realmente colpiti in maniera drammatica, e di una popolazione complessiva che non supera le 5mila unità. All’Aquila nella prima emergenza avevamo 80mila sfollati, in Emilia oltre 15mila. Quindi, la dimensione stessa del cratere consente un intervento più accurato, perché più facilmente controllabile. Fare sciocchezze quando devi controllare 5mila persone, insomma... ci si deve impegnare.

A L’Aquila si potevano mettere tutti i riflettori sul campo di piazza d’Armi e permetterti determinante cose, come l'episodio di Berlusconi e degli applausi finti . Là si poteva fare, nel senso avevi decine di comuni colpiti, 80mila sfollati che sono stati nelle tendopoli fino a sei mesi, noi con loro, avevi paesi a chilometri e chilometri di distanza da dove c’era la sceneggiata».

Quali sono invece le criticità che vi sentite di sollevare?

«Una “cazzata” secondo noi la stanno facendo, e con potenzialità abbastanza devastanti. Dicono “modello Friuli”, Renzi si è sbilanciato dicendo “ricostruiti come erano prima e dove erano prima". Ma cosa avviene tra il momento in cui saranno smontate le tende, perché non si può più stare dal freddo, e l’arrivo delle casette di legno o i Sae, previsto fra 7 mesi?

I grossi allevamenti non dovrebbero avere problemi perché costruiranno delle stalle regionali, gli allevatori saranno alloggiati da qualche parte, e la Regione si occuperà di gestire l’allevamento. Nel frattempo fanno le casette di legno, tra 6 mesi torna l’allevatore, la stalla sarà ristrutturata, si riprende le sue mucche, la tua terra e poi da lì si occuperà della ricostruzione. Bel disegnino, anche meglio dei modelli precedenti.

Detto questo c’è però l’intervallo tra adesso e 6 mesi, c’è chi ha un piccolo allevamento, chi vive di economia rurale, e qui ci sono comuni come Acquasanta che ha 52 frazioni, 52 nuclei abitativi fuori dal comune, con cittadini che hanno 5 mucche, 5 galline, cinque conigli, tre pecore, due maiali. Non è roba che espianti e porti in una stalla regionale e te ne vai in albergo. Ci sono degli studi sugli anziani de l’Aquila che mostrano come la spersonalizzazione e l'allontanamento dai proprio luoghi portano alla depressione. Come provvedere a questa gente qui? Questo è un buco nell’organizzazione governativa.

La soluzione, per noi è evidente: casette mobili, che sono una via di mezzo tra il container e la casetta di legno urbanizzata. Sono veloci, si possono portare nei giardini di queste persone. Li allacci direttamente ai vecchi agganci, che spesso sopravvivono al sisma. Così risolvi i problemi di una serie di abitanti, che non è che non se ne vogliono andare, ma non possono, perché se vanno via 6 mesi, non torneranno più. La loro vita, la loro economia rurale, il loro piccolo mondo, non è che rimane lì ad aspettarli. In questo momento, questo è il “buco” legato alla seconda emergenza.

Recentemente abbiamo consegnato una casetta mobile, sostenendo proprio questo: se io sono una micro associazione, riesco a trovare come donazioni, le risorse per portare una casetta, e altre due o tre appena possibile, lo Stato che è mille volte più organizzato e più potente di me perché ne ha portate già cento per la popolazione di questo cratere, per le quali sarebbe un grosso danno spostarsi».

Fate parte di un sistema di protezione civile come vi coordinate con le istituzioni?

«Siamo fuori dal circuito del servizio di Protezione civile nazionale per scelta. I soccorsi di prima emergenza sono ad appannaggio di un ristretto nucleo della Protezione Civile, anzi normalmente i volontari che ci vanno fanno solo danni. Ci vuole gente che fa questo di mestiere. Per tutto quello che riguarda l'assistenza alla popolazione ci coordiniamo direttamente con gli enti locali o con i gruppi di cittadini del territorio che si stanno organizzando.

Questo per sfuggire al meccanismo di protezione civile che, alla nascita delle Brigate all'Aquila, fu per noi terrificante. Quell'esperienza ha spinto i briganti a sviluppare una coscienza alternativa rispetto al modello che ha “militarizzato” L'Aquila, gestendo tutto sopra la testa dei cittadini. Le Brigate nacquero in quel contesto contro quel contesto, ricavandosi uno spazio, anche se non conflittuale (non iscrivendosi al registro delle associazioni appartenenti al circuito della protezione civile).

In una situazione di emergenza contattiamo direttamente i Comuni e gli enti locali, questo non significa che non abbiamo rapporti con la Protezione Civile, quando sei in emergenza è giusto che ti trovi a collaborare, condividere e in qualche modo essere complementare, lavorando in sinergia».

Di cosa c’è bisogno come fare per sostenervi

«Chi vuole sostenerci può organizzare delle iniziative di autofinanziamento, o finanziarci in prima persona sul conto corrente che abbiamo pubblicato sul profilo Facebook.

Essenzialmente serve denaro per fare spese mirate, non solo per l’intervento in quanto tale. Cibo e vestiti che sono arrivati da tutta Italia, noi abbiamo due magazzini grandi a disposizione: uno sul lato marchigiano uno sul lato laziale, che riforniscono la zona del cratere. Poi ci sono associazioni di ogni ordine e grado che hanno raccolto e hanno ancora i magazzini pieni. Abbiamo avuto la stessa solidarietà che c’era all’Aquila, solo che ci sono da aiutare ed alimentare 4mila persone e non 80mila. Prima o poi, anche i beni raccolti dovranno essere convertiti in denaro: sparsi per l’Italia ci sono depositi pieni di cose che qui non arriveranno mai perché non ce n’è bisogno. Si potrebbe vendere in mercatini popolare e inviare donazioni.

Qui ci sono da affrontare tante situazioni: lettini ortopedici particolari, riparare un ricovero per animali, magari sostituire la tenda con una roulotte dove necessario, visto che sono iniziate anche le prime piogge, magari qualcuno vuole riaprire la propria attività e ha bisogno di una cosa in particolare. Possiamo comprare un gruppo elettrogeno a degli allevatori che si stanno organizzando per rimanere con le casette vicino ai loro animali.

Serve denaro anche “finalizzato”, per esempio. Ci hanno contattato delle persone che volevano creare un fondo riscattabile al raggiungimento della maggiore età di due ragazzini rimasti orfani. E’ una cosa che stiamo gestendo, facendo solo da tramite delle parti, seguendone l’organizzazione. Oppure siamo in contatto con altri, le cui donazioni non vengono fatte a noi, ma passano da noi: ci chiedono cosa vale la pena fare e noi li mettiamo in contatto con i cittadini, con un’organizzazione o un ente, che insieme decidono la priorità. Invitiamo spesso i grandi donatori a venire in loco a dialogare con le parti per trovare la soluzione migliore. Per le ricostruzioni, per esempio, tendiamo a non accogliere noi direttamente la donazione, ma fare solo da tramite, mentre si decide insieme ai cittadini quali interventi attuare prima.

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Per donare alle BSA
il form è qui http://bit.ly/2eccima

Sottoscriveremo degli impegni anche con i beneficiari e i donatori. La cosa è molto semplice: noi pubblichiamo su Facebook quali sono le entrate e quali le uscite, il nostro non è un bilancio, è la fotocopia dell’estratto conto bancario, togliamo i nomi e lasciamo le iniziali dei beneficiari per una questione di privacy. Andremo ad articolare le spese, dove ci sarà la voce spese del campo ci sarà la descrizione delle spese, così come alcune cose le contiamo come extra-bilancio, a volte arrivano delle donazioni esterne al bilancio. Queste cose in realtà son rese note in tempo reale sulla nostra pagina Facebook, ma noi faremo una distinta ancora più dettagliata a margine di bilancio. La casetta per esempio, diremo chi ce l’ha donata, dove è stata consegnata ecc. La trasparenza è un requisito fondamentale, soprattutto per chi, come noi, ha vissuto traumaticamente l’Aquila, è assolutamente una priorità».

Come viene raccontata l'emergenza? Cosa rilevate voi?

«Il racconto della realtà delle cose è sempre molto distante dal vero nelle situazioni di emergenze. Chi è sul campo tende a nutrire un “quasi fastidio” per i “raccontatori”. I giorni dopo la devastazione c'era la strada di accesso ad Amatrice completamente bloccata dai furgoncini di tutte le televisioni dell’universo, una cosa come 50 furgoncini che intasano l’unica strada di accesso di un comune devastato dal terremoto. Questi non li ha inquadrati nessuno. Tutti e cinquanta hanno fatto le riprese delle macerie, ma nessuno ha ripreso quei cinquanta che intasavano il comune di Amatrice. Sarebbe necessaria un’informazione sull’informazione.

Andare d’avanti ad un Centro di Coordinamento Comunale, una sorta di Comune in veste emergenziale, vedere gente che ha bisogno fare la fila col numerino in mano e cento persone avanti e poi vedere una nota giornalista che entra ed esce dal Comune come se niente fosse, bloccando le attività con le sue telecamere, a noi è una cosa fa girare le scatole parecchio. Un “racconto sui raccontatori” sarebbe una cosa molto interessante. Ci dispiace anche dirlo, perché magari chi ci ha lavorato lo ha fatto con intensità, con passione e capacità.

Per esempio, tutto l’evento mediatico della ricostruzione del ponte a Tre Occhi, uno dei ponti per l’accesso ad Amatrice, che sarà lungo 8 metri per 4 metri... Solo che non è un ponte, ma l'attraversamento di un ruscello. Però non hanno mai mostrato un’immagine da sotto. Chi ha fatto il ponte merita una medaglia sia chiaro, perché l’ha fatto bene ed in fretta, affrontando tutta una serie di problemi. Però stiamo parlando di una cosa che nella narrazione mediatica ha avuto un risalto che neanche fosse stato il ponte di Brooklyn. All’Aquila eravamo al livello di ricostruzione di un set televisivo. La consegna delle case con gli applausi finti negli altoparlanti, eravamo all’apice del delirio di onnipotenza di Berlusconi-Bertolaso. Qui, Curcio, il capo della Protezione Civile incontra veramente la gente. Però siamo in quell’ambito dove la narrazione mediatica è molto distante dalla realtà».

Da “cronisti” come l’avreste raccontata voi?

«Credo sicuramente sull’attaccamento delle persone a questa terra, che non è dovuto al trauma, perché buona parte di queste persone non ha nient’altro che questa terra. Si è parlato moltissimo delle seconde case, facendo sembrare che qui non ci fosse nessuno. Non è così, sono persone che non si possono sradicare da qui: per loro non esiste una vita diversa da quella, non la concepiscono. Portarli via, con i loro animali e i loro campi che vanno in malora, è ferirli una seconda volta. È una cosa che ci ha sorpreso. Vedo in televisione troppi sorrisi di gente “sistemata” negli alberghi, temo che alcuni siano un po’ posticci, magari l’unico che sorride lo prendono tutti, i cinque che piangono nessuno.

Altre cose su cui tenere l’attenzione verranno dopo, quando si passerà dalle chiacchiere alla gestione, speriamo partecipata, del territorio. Quando arriveranno le deroghe (procedure d’appalto, urbanistiche), che spesso si trasformano in mostruosità. Le Brigate si impongono di non avere un’opinione politica su chi gestisce il territori: speriamo di far recuperare ai cittadini elementi di autorganizzazione, in modo che saranno pronti per chiedere giustizia, legalità, trasparenza, serietà e autodeterminazione sulle scelte. Anche se al momento può sembrare prematuro».

Foto: Brigate di Solidarietà Attiva Terremoto Centro Italia /Facebook

Il sito delle BSA

 

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