Sri Lanka, il lascito della violenza sessuale nel conflitto armato
Fu “uno strumento strategico per estorcere informazioni, affermare dominazione, intimidire singole persone e intere comunità e istillare un clima complessivo di paura e umiliazione”.
Il soggetto è la violenza sessuale. Il luogo, lo Sri Lanka. Il contesto, il conflitto amato interno terminato nel 2009 tra i separatisti tamil e l’esercito dell’isola dell’Asia meridionale (nella cartina pubblicata da wikipedia, le zone maggiormente interessate dal conflitto). L’autore, l’ufficio dell’Alto commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite.
Un rapporto obsoleto, su crimini accaduti quasi 20 anni fa?
Non proprio, perché quando “violazioni del genere furono favorite a livello istituzionale e presero sproporzionatamente di mira le comunità colpite dal conflitto” (ossia le persone tamil), terminato quest’ultimo non terminano quelle violazioni. Infatti, il rapporto descrive episodi di violenza sessuale fino al 2024.
Non si tratta solo del tempo trascorso. C’è un tema contemporaneo che chiama in causa le attuali autorità dello Sri Lanka, sollecitate a fornire giustizia alle migliaia di sopravvissute nonché a individuare chi ordinò, chi eseguì e chi condonò le violenze sessuali, che per la loro sistematicità e frequenza potrebbero costituire crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
Il nuovo governo srilankese si è impegnato in questo senso e il presidente ha dichiarato: “Se non daremo noi giustizia, chi mai potrà darla?”. Ora è il momento di passare dalle parole ai fatti.
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